Arturo Arcomano, educatore - Intervista a Alberto Alberti

Entra in Giunti Scuola

Hai dimenticato i dati di accesso?

Non sei ancora registrato?

Entra anche tu a far parte della più grande community di insegnanti italiani sul web!

Perché dovrei registrarmi?

Array
(
    [cmg_userData] => Array
        (
            [localhost%%gs_prod] => Array
                (
                    [profile] => ANONYMOUS
                    [groups] => Array
                        (
                            [-2] => SanchoEverybody
                        )

                )

        )

    [cmg_channels] => Array
        (
            [C6RUTPX1] => Array
                (
                    [type] => method
                    [methodName] => cmg_processURL
                )

            [6K7ZI36I] => Array
                (
                    [type] => method
                    [methodName] => sancho_Object_showUp
                )

            [IG5V7W9N] => Array
                (
                    [type] => method
                    [methodName] => sancho_Object_showUp
                )

        )

    [cmg_lang] => 
)
/var/www/custom/src/gs/loginBar/index.html:20:boolean true

Arturo Arcomano, educatore - Intervista a Alberto Alberti

A marzo, presso l'Università "La Sapienza" di Roma, è stato presentato il documentario realizzato da Daniele Arcomano sul padre Arturo, un intellettuale e un educatore d'avanguardia, che fin dagli anni Cinquanta, in Basilicata, ha tentato di fare una "scuola nuova". Per saperne di più abbiamo intervistato Alberto Alberti, già ispettore tecnico del Ministero della pubblica istruzione, autore di diversi libri, saggi e articoli sulle problematiche scolastiche italiane.

Volantino presentazione "Verso più larghi orizzonti"

1. Buongiorno dott. Alberti, grazie, intanto della sua disponibilità. Le chiediamo un ritratto per così dire "di parte": chi era Arturo Arcomano?

Di Arturo Arcomano ho un ricordo prezioso ma frammentario, legato principalmente ai diversi incontri avuti nella sede della rivista «Riforma della scuola», nel decennio circa in cui ne diressi il settore didattico, e passavo in redazione quasi tutti i pomeriggi liberi da impegni scolastici. Erano i tempi “del ’68”, prima e dopo quell’anno fatidico di movimento e passioni. «Riforma» costituiva uno dei tre o quattro punti di riferimento imprescindibile per tutti coloro che a sinistra – dai comunisti ai socialisti ai repubblicani ai democristiani del dialogo e a certi settori dei movimenti studenteschi e non solo – si interessavano ai problemi dell’insegnamento e della diffusione della cultura nelle classi popolari.

Non si trattava di scrivere, ricevere o commissionare articoli. Questo magari avveniva nelle riunioni mensili quando si programmava il lavoro per i futuri numeri della rivista, con il concorso dei nostri collaboratori più assidui, alcuni fatti venire da Genova, Milano, Torino, Bologna, Pisa e così via, tutti legati al PCI e all’Istituto Gramsci.

Nel quotidiano, invece, la redazione era aperta a tutti, un porto di mare. Ci venivano non solo i compagni del Partito o del Sindacato, ma anche amici, conoscenti e semplici lettori, insegnanti e studenti, come che sia interessati alle problematiche educative. Cercavano e davano notizie, opinioni, commenti, proposte e pensieri critici.

Fu in questi incontri che ebbi modo di conoscere e apprezzare Arturo Arcomano e la sua passione per la scuola del sud. In questo egli era diverso da tutti gli altri che ci frequentavano: mentre noi, parlando di didattica e di politica scolastica, davamo spazio principalmente alle realtà più consistenti e significative, egli parlava di contadini, di volontà di riscatto, di sacrifici e speranze sociali. La particolarità di quegli incontri non mi consente ora di fare un suo ritratto a tutto tondo sia pure “di parte”. A meno che questa espressione (“di parte”) non venga riferita – più che al punto di vista di chi scrive – alla limitatezza oggettiva del ricordo.

2. In che modo il documentario restituisce la figura di questo insegnante e intellettuale? Ci sono delle parti a suo modo di vedere particolarmente significative?

Nei limiti di conoscenza che ho e che ho appena ricordato, a me pare che il documentario colga il tratto essenziale della figura di Arturo Arcomano: il suo legame con la società contadina: la cura con cui la osserva e l’analizza attraverso strumenti concettuali che gli fornivano la letteratura specifica e i rapporti con gli studiosi più accorti e impegnati; la sua fiducia nell’istruzione del popolo e nella diffusione della cultura, in particolare fra le classi emarginate; il suo continuo sforzo nell’affinare metodologie e tecniche non come valori in sé, fine a se stessi, ma come presupposto basilare per un recupero di dignità e di cultura e, in definitiva, per un cambiamento profondo della vita e del destino delle genti del sud.

3. Quale progetto sulla scuola e per la scuola emerge dal lavoro di Arcomano?

Non so se sia del tutto esatto parlare di un “progetto di scuola”. Mi pare di poter piuttosto dire che quello di Arcomano era semmai un “progetto di società”. La scuola era per lui certamente importante, fondamentale, centro motore di ogni prospettiva di rinnovamento. Ma non erano né le tecniche del Freinet né gli strumenti dell’insegnare che potevano esaurire l’orizzonte dei suoi interessi e dei suoi impegni.

Ripeto, non ho tutti gli elementi di conoscenza per poter argomentare meglio e dare un fondamento più concreto a questa mia credenza. E, anzi, se mi fermo a considerare il posto rilevante che viene riservato nel documentario ai lavori fatti in classe dagli alunni del maestro Arcomano, e il ruolo che viene riconosciuto alle tecniche Freinet, potrei anche arrivare a concludere che mi sto sbagliando.

Solo che, nello stesso documentario, si fa vedere come molti di quegli alunni diventino, da grandi, persone impegnate nel bene sociale, operatori politici, amministratori pubblici e uomini di cultura, in un modo o nell’altro veri e propri protagonisti di un processo civile di rinnovamento e riscatto.

C’è poi un episodio che mi ha colpito direttamente e che ritengo avvalori le mie impressioni. In uno di quegli incontri nella sede di «Riforma», Arturo mi chiese di fornirgli i titoli delle pubblicazioni più recenti riguardanti la scuola nel Mezzogiorno. La domanda mi sorprese: se c’era un esperto della materia era certamente lui e non io. Glielo dissi. Ed egli, con una espressione rassegnata e amara che ho ancora negli occhi, mi fece rilevare che non si trattava di me o di lui, ma della rivista. «Riforma», non poteva non interessarsi del sud.

Ricordo che riflettei a lungo su questa sua osservazione: toccava un punto di dolore che era anche un punto di rimorso per chi come me aveva abbandonato la Sicilia per venire a Roma. Tecniche di insegnamento, tempo pieno, giornali a scuola, partecipazione democratica dei genitori, eccetera, erano tutte buone cose da esaltare e far crescere. Ma il contesto sociale? Certo, si doveva dare spazio ai “Febbrai pedagogici” di Bologna, alla eccellenza della scuola materna di Reggio Emilia, al lavoro storico del gruppo MCE di Torino o alle denunce, fatte dai maestri di Genova, sul carattere ideologico dei libri di testo. Ma come si poteva pensare a tutto ciò senza guardare a quello che succedeva – o piuttosto non succedeva – al Sud?

4. In che modo gli insegnanti, oggi, potrebbero far propria l’esperienza di Arcomano? 

Dubito che oggi gli insegnanti possano fare qualcosa che sia in coerenza con la lezione di Arcomano. Se è vera la mia interpretazione del suo lavoro e del suo pensiero, ciò che gli insegnanti possono fare è strettamente legato a quello che la società pensa di se stessa e al ruolo che in questa prospettiva ha la cultura e l’istruzione.

Come nel Pigmalione di G. B. Shaw (1), una duchessa non può esistere se c’è chi la tratta da sguattera, così non può esistere una “buona” scuola, capace di funzionare in modo eccellente per tutti gli allievi, usando o non usando tecniche eccellenti o test Invalsi, se la società che le sta intorno non la vuole tale.

Se un ministro che è anche un professore universitario parla di una “paccata” di soldi, io, semplice insegnate di italiano, non posso persuadere i miei alunni a usare la lingua in modo corretto. Se un sindaco, un assessore (comunale o regionale), un politico di spicco, accusato di prendere le famigerate “mazzette”, non sente il dovere di dimettersi o almeno di scusarsi con la gente, io, semplice insegnante, ho difficoltà a far intendere ai miei alunni non dico il concetto di diritto e di Stato, ma il rispetto delle regole più elementari, il dovere di studiare, la responsabilità verso il gruppo classe.

Ai tempi del mio lavoro a «Riforma», e dei colloqui con Arcomano, era di comune dominio l’idea che la società potesse esser migliorata attraverso lo studio e l’innalzamento culturale di tutta la popolazione. Se ne facevano paladini, promotori e garanti, alla maniera di un nuovo Principe machiavelliano, consistenti forze politiche, come il PCI e il PSI (ma anche il PRI e parte della DC). E nella vita di tutti i giorni aver una buona formazione era premiante, premessa per ottenere un buon lavoro e una adeguata remunerazione. Oggi quel Principe non c’è più e le forze politiche sono in tutt’altre faccende affaccendate, come dimostrano le notizie relative alle sorti toccate alle spese elettorali dei vari partiti. 

E poi, un laureato non trova lavoro perchè il nostro mondo produttivo, dall’agricoltura all’industria al terziario, punta sulla manovalanza generica a basso costo piuttosto che sulla ricerca e lo sviluppo tecnologico; un diplomato può trovare al massimo un lavoro da commesso e magari precario; più in generale, la vita sociale premia gli affaristi e gli imbroglioni. Che senso ha allora battersi per avere o fare una buona scuola?

5. Per finire, le chiediamo di regalarci un pensiero, un consuntivo sulla presentazione romana.

Come dice Calvino a conclusione delle Città invisibili, ci sono due modi per fronteggiare l’inferno che abitiamo tutti i giorni. Il primo, che riesce facile a molti, è quello di accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo (che è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui) è quello di cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

Io credo che questo hanno voluto fare le moglie e i figli di Arturo con la collaborazione convinta e partecipe di Nicoletta Lanciano, nel presentare a un pubblico di studenti, ormai lontanissimo dal ’68, la figura e l’attività di Arcomano. Un punto luminoso e una linea di impegno che, in questo inferno che oggi viviamo, non è inferno. Per farlo durare e dargli spazio.

Note

(1) «La differenza tra una vera dama e una fioraia, a parte tutto ciò che sono le forme, e che chiunque potrebbe apprendere – dal modo di vestirsi al modo di parlare, dal comportamento al gestire – non consiste in queste cose. La differenza è tutta riflessa nel modo con il quale una donna viene trattata. Per il professor Higgins io sarò sempre una fioraia, perchè lui ha sempre continuato a trattarmi come una fioraia». G. B. Shaw, Pigmalione, atto V.

Condividi:

Commenti

Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti.
Entra in Giunti Scuola