"Insegnare al principe di Danimarca": un viaggio di iniziazione alla parola

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"Insegnare al principe di Danimarca": un viaggio di iniziazione alla parola

Carla Melazzini, nel suo Insegnare al principe di Danimarca, curato da Cesare Moreno, racconta l’incontro tra letteratura e giovani e offre ai docenti la possibilità di ripensare il proprio lavoro accogliendo l’eredità più feconda di un lavoro al cui centro c’era l’attivazione rigorosa e sistematica delle funzioni di pensiero.

La copertina di "Insegnare al principe di Danimarca"

Carla Melazzini, nel suo Insegnare al principe di Danimarca, racconta l’incontro tra letteratura e giovani rispondendo al loro desiderio di trovare a scuola solidarietà umana e la possibilità di elaborare il proprio disagio. Allo stesso modo il libro offre ai docenti la possibilità di ripensare il proprio lavoro accogliendo l’eredità più feconda di un lavoro al cui centro c’era l’attivazione rigorosa e sistematica delle funzioni di pensiero.

È possibile dedicarsi allo studio, a compiti cognitivi quando l’animo è ingombro di emozioni che eccedono la capacità di contenimento della persona, che la pongono in condizione di dover decidere tra “essere” e “non essere”? Occorre dimenticare o mettere da parte le emozioni e le relazioni in cui viviamo per dedicarci alla conoscenza o la conoscenza è tale solo se affonda le sue radici nella vita di ciascuno? Insegnare al principe di Danimarca racconta una storia che appare caotica se seguiamo i singoli personaggi, e che invece ha un senso se la leggiamo come un viaggio di iniziazione alla parola per costruire un senso che lega insieme la vita dei giovani allievi con quella dei docenti, delle nuove generazioni con il mondo adulto.

La “missione civile” della scuola qui non viene narrata nell’ottica politica della denuncia del privilegio del danaro e della parola. Si punta piuttosto alla costruzione della speranza, partendo dalla capacità di riconoscere a ciascuno l’unicità dell’essere e, così facendo, aiutare ciascuno a stabilire legami con gli altri e connessioni interiori con zone dell’animo altrimenti libere di agire fuori della parola e della consapevolezza.

Scrive Carla Melazzini: “Alla domanda quale sia la parte più significativa del Progetto Chance si potrebbe rispondere che esso offre all’insegnante l’opportunità inestimabile di ripartire dal grado zero della parola.
È come se, nel momento in cui il ragazzo viene invitato a siglare volontariamente un nuovo patto educativo con persone di cui si fida, una esperienza dolorosa di fallimenti e rifiuti gli fornisse la legittimazione a fondare il patto su una sfida: la parola non è un diritto acquisito, ma si deve conquistare insieme, alunno e docente.
Per l’alunno è un processo quasi primario, nel quale la parola viene fatta emergere dal silenzio, dal chiasso, dal gesto che traduce senza mediazioni simboliche emozioni profonde.
Per il docente è una riconquista del senso delle parole, perché il ragazzo non è disposto ad accettare parole che siano prive di significato per lui”.

Le parole ed il loro senso, aggiungo io, si trovano quando l’arte incontra le emozioni dei giovani e consente loro di parlare di ciò di cui non si può parlare, ad esempio dell’essere brutti. Ancora dal libro:

“Anni fa lessi in una classe le prime righe della metamorfosi di Kafka; poi chiesi ai ragazzi chi dei membri della famiglia, secondo loro, avrebbe accettato di prendersi cura del povero Gregor Samsa trasformato in un immondo scarafaggio. I maschi all’unanimità risposero “la mamma”. Perché? Ovvio: perché “pure ’o scarrafone è bello a mamma soja”. Solo una ragazza propose la sorella.
Il giorno dopo ero in biblioteca, si affaccia Gianni il più piccolo e brutto della classe, chiedendo timidamente: “professorè, lo tenete qui il libro dello scarrafone?”.

Nei mesi successivi all’uscita di Insegnare al principe di Danimarca, uscito a giungo dello scorso anno, ho presentato il libro in molte scuole; ed ho ripetuto questa metafora a giovani e studenti, del liceo o di corsi professionali, da Sondrio a Marsala e ovunque ho trovato – in modo implicito o esplicito – che la cura della sorella viene assimilata a quella degli “amici”, che a scuola c’è insieme il desiderio di trovare le parole ben strutturate della poesia e la solidarietà umana degli altri.

Ho incontrato anche migliaia insegnanti che hanno utilizzato questo libro per riflettere, ripensare il proprio lavoro.

Sentivano il bisogno e l’urgenza di un’occasione per ripensare le proprie pratiche e riscoprirne senso e significato, offuscati da una congerie di compiti estranei e da un dibattito culturale e politico che vorrebbe una scuola asservita alle emergenze sociali continuamente prodotte e riprodotte dagli stessi soggetti che vorrebbero curarle.

Ma allora, Insegnare al principe di Danimarca continua a proporre quello che da tempo hanno sempre fatto i docenti con la “vocazione”, naturalmente capaci di creare un dialogo con gli allievi? Oppure va a delineare un metodo codificato e riproducibile? Né l’una n’è l’altra cosa: qui si racconta un lavoro di ricerca, un viaggio condotto assieme in cui il dolore e il disagio portato dai giovani dentro la relazione educativa per prima cosa destabilizza i docenti e li costringe a “subire” la pedagogia dei ragazzi, la quale riparte dal “grado zero della parola”, ossia dallo zittire il docente.

Da qui prende avvio una graduale, e nuova conquista della parola. E il percorso diventa una storia epica, anzi, un’epica: storia di un gruppo umano che attraverso la narrazione conquista un’identità.

Questo libro è stato costruito da un gruppo che per oltre dieci anni, tutti i mercoledì, dalle ore 15.00 alle ore 18.00, rifletteva sulle pratiche, sulle proprie sconfitte, e sognava un futuro diverso per gli allievi. La costituzione di uno spazio di riflessione e di pensiero è stato il cuore del progetto Chance: l’unica proposta metodologica suggerita da quel progetto e da questo libro è la testimonianza preziosa di quanto lontano possa portare la costituzione di una sede di pensiero frequentata da docenti di “media cultura ed umanità”.

Mentre Carla Melazzini moriva si avviava alla fine anche il progetto Chance, dopo che una amministrazione regionale morente ne aveva avvilito la qualità attaccando proprio quella funzione.

Oggi si va ricostituendo un gruppo di riflessione sulle pratiche pedagogiche intorno ad un nuovo progetto, E-VAI!, finanziato da fondazioni private, che affronta con i docenti della scuola ordinaria il problema di dare senso al lavoro educativo in quelle periferie dell’animo e della città dove la parola e la ragione hanno vita difficile.  

Per saperne di più

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