Cibo, istruzione, parità per le bambine e le donne del mondo

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Cibo, istruzione, parità per le bambine e le donne del mondo

Vichi De Marchi, scrittrice attiva nel Programma alimentare mondiale delle Nazioni unite, illustra per noi il legame che unisce cibo, istruzione, parità tra bambini e bambine, donne e uomini. Per l’8 marzo, suggerisce a tutte le persone di scuola di dare ascolto e valore all’esperienza e alle richieste di felicità delle bambine. 

Dal sito del Programma alimentare delle Nazioni Unite

Il diritto al cibo, all'istruzione, la parità sono temi che incontriamo spesso nelle sue scritture e nel suo impegno con l’Agenzia delle Nazioni unite per il Programma alimentare mondiale. In che modo si collegano nella vita e nel futuro delle donne nel Sud del mondo?

La condizione delle donne nel Sud del mondo come sappiamo è molto difficile ed esiste un legame diretto tra cibo e condizione delle donne. Come Agenzia delle Nazioni unite, all’interno del Programma alimentare mondiale, vediamo che quando il cibo viene dato alle donne sicuramente tutta la famiglia ne trae un vantaggio. Dobbiamo considerare che in Africa le donne sono la grandissima maggioranza dei contadini, dunque sono i soggetti che producono il cibo, sono al centro della catena alimentare. Per questo motivo è importante l’empowerment delle donne, il dare potere alle donne. Che non è solo uno slogan, ma un principio che deve guidarci nel garantire alcuni diritti: il diritto di proprietà della terra, l’accesso al credito... Tra i diritti fondamentali c’è quello allo studio. In situazioni difficili vediamo, dati alla mano, che bastano uno, due anni di alfabetizzazione – saper leggere, saper scrivere, saper far di conto – per cambiare la condizione delle bambine che poi diventano adolescenti e infine adulte. Una bambina che ha anche solo minimamente studiato, in genere tende a sposarsi più tardi, fa meno figli e riesce a curarli meglio. Come lavoratrice riesce a produrre un reddito più elevato perché può applicare delle piccole innovazioni tecnologiche nella coltivazione della propria terra. Dati concreti, in una parola, ci mostrano che l’istruzione è uno degli investimenti migliori non solo per il singolo, ma anche per una nazione e una società.

In rete abbiamo trovato un suo bell’articolo: “I pasti scolastici possono salvare le bambine africane”. Ci spiega un po’ meglio di che cosa si tratta?

Sappiamo che in Africa e in Asia, dove è entrato anche un fattore culturale, le bambine spesso non vanno a scuola perché debbono aiutare a casa, essere a disposizione come piccole adulte. Spesso l’unico motivo per cui i genitori mandano una bambina a scuola è perché là può trovare un pasto scolastico. In qualche modo questi genitori barattano la frequenza scolastica della figlia, o anche del figlio, col cibo. Le bambine di questi Paesi in genere sono meno alfabetizzate dei bambini, sono in fondo alla scala sociale. La loro alfabetizzazione riguarda spesso solo i primi anni, quando c’è. Per questo esistono molte iniziative nel mondo per dare più visibilità a questo tema dell’educazione anche in adolescenza, come fattore non solo di emancipazione ma anche di protezione e di cura.

Oggi dobbiamo parlare anche delle bambine che migrano, che chiedono rifugio, che muoiono… vorremmo da lei una storia per così dire a lieto fine, che dimostri come si può far meglio nell’accoglienza e nella cura.

Le storie a lieto fine sono molte, ma prima vorrei sottolineare un aspetto secondo me centrale. Questa migrazione da cui sembra ci dobbiamo difendere come se ci fosse una marea di delinquenti pronti ad assediarci in realtà è una migrazione di famiglie (questa è forse una novità): famiglie che fuggono da una guerra in Siria, oppure da situazioni di povertà difficilissime. Allora io credo che invece di pensare alle bambine e ai bambini che migrano mettendo al centro l’emergenza, la nostra paura e la non-informazione, dobbiamo pensare al futuro di queste vite: che cosa rimarrà loro di queste traversate tragiche. Se cominciamo a pensare in questa direzione, le domande diventano diverse e più costruttive: come accogliere bambine e bambini nel lungo periodo, che cosa fare perché non perdano anche nel nostro Paese il diritto all’istruzione. Quanto alle storie a lieto fine, ce ne sono tante che riguardano il mio lavoro all’interno del Programma alimentare mondiale. Mi piace fare riferimento ad alcune testimonianze di bambine che sono state a scuola con i pasti scolastici: sono diventate persone che hanno potuto lavorare, avere un reddito. Tante, adesso, lavorano con noi. Queste bambine, poi adolescenti, poi donne ci raccontano così storie di emancipazione e di riuscita molto forti, legate al cibo e legate all’istruzione.

Domani sarà l’8 marzo, festa della donna. Le chiediamo un messaggio per le e gli insegnanti della scuola dell'infanzia e primaria: come affrontare questa ricorrenza che sempre più sembra svuotata di senso, come condividerla con bambini e alunni...

Credo che per eventi come quelli della festa della donna non debba esserci un approccio celebrativo e ideologico. Penso sia meglio, in queste occasioni, far parlare, a qualsiasi età, i bambini e le bambine, e dar valore alle esperienze anche piccole, quotidiane delle bambine. Nel mio lavoro di scrittrice ho raccontato alcune vite di donne nella scienza, la grande matematica Sofia Kovalevskajala scienziata Dian Fossey. Ecco, quello che accomuna queste grandi donne è aver avuto nella loro vita figure di riferimento che hanno dato valore alla loro intelligenza, alla loro creatività, che hanno dato fiducia. E dunque questo consiglio alle e agli insegnanti: dare spazio, valore, fiducia al racconto delle bambine e dei bambini, per crescere meglio insieme, per dare futuro e senso ai minuti, ai gesti, alle richieste di felicità che compongono queste vite preziose. 

[intervista a cura di E. Frontaloni]

Vichi De Marchi: 7 Marzo 2016 Articoli

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