Abbandonare le paure, costruire il cantiere della speranza: l'Europa di fronte alle migrazioni

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Abbandonare le paure, costruire il cantiere della speranza: l'Europa di fronte alle migrazioni

Intervista a Cécile Kyenge

Canti e filastrocche si fanno beffe di muri e frontiere. Cécile Kyenge, membro del Parlamento europeo, ci parla della sua infanzia, delle politiche europee in materia di migrazioni, della possibilità di trasformare l'Europa in un cantiere di speranza.

Dal sito di Cécile Kyenge

Lei ha scritto la prefazione a un bel libro, Ada Maty, che raccoglie canzoni e ninne nanne di madri africane e italiane. Questo libro, con le sue storie e musiche, ci parla anche dell’infanzia e del rapporto madre-figlio: un rapporto fatto di sguardi e di voce, di gesti, prima ancora che di parole dotate di senso, codificate nella lingua degli adulti. Che cosa ricorda della sua infanzia africana?

La mia infanzia l’ho passata nella repubblica democratica del Congo: ricordo le molte ninne nanne cantate nella lingua locale che naturalmente è molto diversa dalle lingue che si parlano in Europa. Le ricordo cantate con voce dolce, in modo non troppo ritmato, per accompagnare il piccolo dalla veglia al sonno: in questo, le ninne nanne della mia infanzia sono simili a quelle di tanti bambini, di tutto il mondo. Poi ricordo la tradizione, ancora viva, per cui le mamme portano i bambini fino a 2 anni sulla schiena durante tutta la giornata, qualsiasi cosa facciano. Oggi le donne che lavorano negli uffici non sempre hanno questa possibilità. Ma si tratta di una tradizione che ritengo fondamentalmente buona per i bambini: sentono la sicurezza della mamma, sentono il calore, sentono quella presenza che li calma. Ascoltano il corpo, il canto e le attività della vita che si mescolano e forse ricevono una sensazione positiva: la possibilità di un quotidiano accompagnato dalla dolcezza. Questi bambini crescono, io credo, con una sicurezza maggiore.

"Canti e filastrocche”, si legge nella sua prefazione ad Ada Maty, “si fanno beffe di muri e frontiere": eppure nel cuore stesso dell’Europa cresce la tentazione di erigere muri per arginare il flusso di coloro che scappano dalla guerra, dalla morte e dalla miseria. Come giudica le scelte politiche dei governi dell’Unione Europea in materia di migrazioni?

Quel che manca agli Stati membri, secondo me, è un po’ di lungimiranza. Li vedo sempre più vittime di egoismi e di paure. È come se ci si affannasse ad “urlare contro” ai problemi piuttosto che trovarvi una soluzione. A giocare in questa direzione c’è anche l’idea di utilizzare la paura e l’emergenza per costruirsi un consenso a fini elettorali. La risposta autentica all’ultima ondata migratoria non sta nell’innalzamento di muri ma nell’andare tutti verso una politica comune sull’immigrazione e sull’accoglienza. Per farlo, occorre smantellare la fabbrica della paura, costruita ad hoc, per fini elettorali. E poi l’Europa, gli Stati membri debbono ricominciare a parlare di speranza, aprire il cantiere della speranza, assumersi la responsabilità di farlo. Perché l’Europa, in questo momento, è l’unico continente che può rendere possibile la costruzione di questo cantiere: per la sua storia, per la sua posizione geografica, per il percorso culturale che ha alle spalle e infine per i suoi cittadini, che sono nella stragrande maggioranza d’accordo sull’assurdità di respingere, e sulla necessità di accogliere meglio, con più senso del passato e del futuro. Costruire speranza significa denunciare chi vuole far credere che la soluzione è la chiusura delle frontiere e la costruzione di muri. Anche perché in questo caso noi avremmo molto da perdere. Oggi vediamo tanti Governi chiedere di ripristinare controlli alle frontiere, cioè di mettere Schengen in discussione: ma questo porterebbe una spesa annua di 140 miliardi, e farebbe tornare indietro la storia dell’Europa. La chiusura delle frontiere ha dunque dei costi altissimi, in tutti i sensi. E l’Europa, per non delapidare le risorse della propria storia e dei propri cittadini, deve rimanere unita.

Con le sue parole: “Se un bambino non viene derubato della sua infanzia […] si esprime attraverso il canto e il gioco". Sul web, in tv vediamo centinaia di migliaia di migranti ammassati alle frontiere del medio oriente, e tante foto ci parlano molto chiaramente di infanzia rubata… Dopo le lacrime e la commozione profuse in gran copia sulla foto del piccolo Aylan ritrovato morto sulle costa turca l'Occidente sta realmente facendo qualcosa per fermare questa strage degli innocenti?

Quel che è successo con la foto del piccolo Aylan ha mostrato l’ipocrisia in cui sta annegando una parte del nostro mondo. I migranti continuano a morire, non solo nelle zone in cui abbiamo visto la fotografia del piccolo Aylan... no: i migranti muoiono da anni e le pagine di molti giornali non ne danno notizia. Sono trattati come numeri, con conteggi raccapriccianti. Da sempre, dentro questi grandi numeri, ci sono bambini. Davanti a questa tragedia che si consuma “a pochi chilometri da casa nostra”, come si continua a dire non so con quanta ipocrisia, voglio rivolgermi ai mezzi di comunicazione e all’opinione pubblica in generale: non smettiamo di denunciare e di raccontare le vite dei bambini, le morti dei bambini, l’orrore. E trattiamo ciascun migrante per quello che è: una persona. La prima luce in questa direzione è stata accesa da papa Francesco, con la sua visita a Lampedusa: ha gettato fiori nel Mediterrano per celebrare un funerale, per dire a chiare lettere che tra quelle onde c’è un cimitero di bambini, donne e uomini. È stato un momento moralmente, eticamente e culturalmente importante. Da quel giorno mi è sembrato venire un segnale forte: i migranti trattati non più come numeri ma come persone. Tuttavia il silenzio su queste morti, che continuano, è assordante, come è stato assordante, ma da più parti per eccesso di ipocrisia, il grido attorno alla foto di Aylan. Ogni migrante morto è un fallimento per la nostra civilità, per i nostri diritti. Libertà e democrazia non crescono su un tappeto di morti. Con quei migranti bambini, donne, uomini muore anche la civiltà.

[intervista a cura di E. Frontaloni]

Cécile Kyenge: 9 Marzo 2016 Articoli

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