Empatia, perché è importante nell'insegnante di sostegno (e non solo)

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Empatia, perché è importante nell'insegnante di sostegno (e non solo)

La scuola è un grande gioco di squadra e la parte più emozionante è cercare la strategia più giusta. Di Elisa Moretti, insegnante

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In ambito scolastico spesso si abusa del termine “empatia”, ovvero “della capacità di porsi in maniera immediata nello stato d'animo o nella situazione di un'altra persona”, mentre nella realtà non la si comprende appieno. Dopo diciotto anni di sostegno in una scuola primaria, sono arrivata alla conclusione che la scarsa partecipazione emotiva, soprattutto con bambini così piccoli, non ci aiuti a svolgere nel modo migliore il compito affidatoci.

Il ruolo dell’insegnante di sostegno, se vissuto con professionalità e sensibilità, è fondamentale. Essere insegnante di sostegno significa ogni giorno porsi in relazione con bambini che, più degli altri, hanno bisogno non solo di essere capiti, ma soprattutto di essere umanamente accettati ed apprezzati per quello che sono e per ciò che sono in grado di fare. D’altro canto, l’insegnante di sostegno, più degli altri, riesce ad avere una visione completa della classe, delle conflittualità e dei bisogni emotivi in essa contenuti, di ogni singolo allievo con i suoi punti di forza e le sue debolezze. Riesce ad individuare le strategie migliori da attuare, insieme ai colleghi, per far star meglio gli alunni e renderli più forti nell’affrontare le frustrazioni di ogni giorno.

Partendo da questa premessa si arriva alla generalizzazione più ampia dell’insegnare, che diviene saper valutare i migliori comportamenti per valorizzare l’individualità di ogni alunno, vivendo appunto con empatia e ricordando sempre l’importanza della partecipazione emotiva che caratterizza ogni rapporto umano, ancor più se diretto a “segnare vite”. L’insegnante che lascia fuori dalla porta della propria classe la capacità di comprendere, è un insegnante che ha dimenticato il proprio compito educativo.

Ho letto recentemente un articolo in cui si diceva che, per un insegnante, la cosa prioritaria è conoscere la materia e, solo in secondo luogo, saperla insegnare. Mi permetto di dissentire da questa posizione: ho avuto esperienza di insegnanti che avevano ottime conoscenze, ma mancavano della capacità di comunicazione che spesso viaggia sul filo dell’empatia e della capacità di comprendere la strategia migliore per comunicare con l’altro in un rapporto di crescita reciproca. Insegnare è un universo molto complesso che prevede un coinvolgimento dell’individuo nella sua totalità. Per insegnare serve apertura mentale, molta capacità di cambiare la rotta se la nave fatica ad entrare in porto e anche grande capacità di fare autocritica se la strategia adottata non funziona.

Certo sarebbe più semplice andare avanti senza porsi tante domande, senza preoccuparsi di chi si ha di fronte, ma quanto si perderebbe? Penso sia un grande privilegio poter ogni giorno avere la possibilità di rimettersi in gioco, sia per noi docenti che per i nostri alunni. La scuola è un grande gioco di squadra e, come in ogni gioco che si rispetti, la parte più emozionante è cercare la strategia; può capitare di perdere una partita, ma il bello è ributtarsi nella mischia e ricominciare a giocare.

3 Dicembre 2019 Articoli

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