Prevenire l'hate speech a scuola: "Responsabilizzare l'uso delle parole"

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Prevenire l'hate speech a scuola: "Responsabilizzare l'uso delle parole"

Intervista a Federico Faloppa, docente di Linguistica italiana nel Department of Modern Languages dell'Università di Reading: "Inventiamo storie, non sottovalutiamo i significati e la semantica. Gli esercizi linguistici vanno bene, purché non siano prescrittivi". Di Daniele Dei

federico faloppa

Fermare l’odio sul web è possibile fin da giovanissimi, se già dalla scuola primaria si portano avanti delle azioni di contrasto a quello che oggi viene definito “hate speech”. Ne abbiamo parlato con il professor Federico Faloppa, docente di Linguistica italiana nel Department of Modern Languages dell'Università di Reading (Gran Bretagna), autore di saggi sull’utilizzo delle parole e collaboratori di organismi internazionali come Amnesty International.

Quali sono i problemi che principalmente generano casi di hate speech?

Al centro ci sono aspetti come la qualità del messaggio e la responsabilizzazione di chi usa i mezzi, sui quali serve prevenzione. Ci sono moltissimi problemi nel nostro Paese: poca conoscenza della lingua e del linguaggio, la mancanza di comprensione di un testo complesso. Chi diffonde hate speech lo fa non necessariamente attraverso insulti e ingiurie classiche che fanno parte della letteratura, ma utilizza mezzi più sofisticati, testuali e retorici. Chi poi rilancia questo tipo di messaggi, prende per buona una conclusione quando invece il messaggio non è logico. Bisogna lavorare moltissimo nelle scuole sulla capacità di saper leggere un testo.

Che consigli dare di partenza ai docenti?

A tutti gli insegnanti dico sempre di non lavorare solo sul lessico e sulla censura: non bisogna essere prescrittivi, ma piuttosto dobbiamo aiutare i ragazzi a trovare le debolezze nell’argomentazione e di un testo da leggere, e a cercare di essere loro stessi più forti quando argomentano, sforzandosi a sviluppare discussioni più solide. Bisogna responsabilizzare sull’utilizzo delle parole e spiegarle: alcune, infatti, rischiano di essere utilizzate con leggerezza sebbene abbiano una storia di discriminazione. Chi le subisce, magari, lo può fare diversamente da me per caratteristiche fisiche e storiche. Dobbiamo lavorare sui concetti di cittadinanza e diritti umani, facendo capire alle giovani generazioni che i diritti umani o sono per tutti o non lo sono. Serve poi un’alfabetizzazione di massa sull’utilizzo del mezzo: spesso chi utilizza i social non si rende conto di quale possa essere la portata dello strumento e di quale offesa possa avere arrecato. Bisogna costruire discorsi complessi nella scuola: gli insegnanti hanno un ruolo fondamentale nello sfidare i nostri studenti a essere più accorti, più attenti nei linguaggi, ma anche nell’aiutare loro a costruire una realtà diversa, quella che noi chiamiamo contronarrativa.

Con quali strumenti possono intervenire gli insegnanti?

Ci sono strumenti di prevenzione utili anche per la scuola primaria che sono già stati sviluppati. Tra questi campagne come “No hate speech” e “Silence hate”, ci sono dei libri e opuscoli per insegnanti, inoltre assistiamo a molta sperimentazione didattica. Bisogna produrre un ambiente di comprensione, dialettico, di gioco, in cui smontare i pregiudizi e gli stereotipi, cercando di raccontare la realtà per la complessità che ha. Con i ragazzi più giovani è più difficile, ma certamente nel giocare con le parole non bisogna sottovalutarne la portata, il significato, la semantica: si può provare a inventare delle storie, linguaggi e vocabolari nuovi, attivi e aperti alla società. Tanti esercizi linguistici vanno bene purché non siano prescrittivi. Ciò che funziona infatti è un orientamento alla comprensione piena del linguaggio e alla costruzione di un ambiente linguistico innovativo, fresco, fantasioso e dinamico, capace di sfidare gli stereotipi in cui siamo immersi. Il fine è creare una narrazione del mondo diversa, capace di salvarci dalla degenerazione del linguaggio.

Cosa lega l'hate speech al bullismo?

In entrambi i casi assistiamo al tentativo di attaccare un’altra persona sulla base di alcune caratteristiche: si prende di mira un target e lo si fa diventare mira di un attacco individuale di tante persone. I linguaggi invece cambiano: non sono tutti uguali, come anche i mezzi. Nel bullismo si affacciano mezzi tecnologici che possono anche non essere Facebook o Twitter, ma anche Instagram e quelle piattaforme in uso in quella fascia di età. L’hate speech riguarda in maniera trasversale tante generazioni e fasce di età e si avverte soprattutto su Facebook, con i post, i commenti, e su Twitter con il retweet che genera uno sciame di linguaggio di odio. Da una fonte si può arrivare a migliaia se non milioni di utenti. Sia la vittima di bullismo che quella di hate speech ricevono un’offesa non solo da un individuo ma da una collettività.

Spaventano moltissimo aspetti come la moltiplicazione del linguaggio, il pericolo di anonimato da parte di chi genera il messaggio di odio, la mancanza di empatia con la vittima. Sappiamo benissimo da studi di neuroscienze e di neurolinguistica che se un insulto viene portato faccia a faccia il nostro cervello reagisce in un certo modo, in qualche modo cerca di prevedere le risposte dell’altro e quindi anche di limitare l’impatto del linguaggio. Invece, se c’è un filtro tecnologico, uno schermo o addirittura la mancanza di esso, l’empatia può venire meno senza chiederci, come parlanti, quali possono essere gli effetti del messaggio che noi diffondiamo. 

Leggi anche:

L'intervista a Federico Faloppa su Internazionale, 11 luglio 2019

Il rapporto di Amnesty International sull'hate speech

"Educazione al rispetto contro l’utilizzo delle parole di odio: ne parliamo con Giuseppe Giulietti", La Vita Scolastica, 18 luglio 2019

  

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Daniele Dei: 12 Luglio 2019 Articoli

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