Una scuola multiculturale al mese, in Europa - Notizie da Schaerbeek

Ogni mese "Sesamo" racconta una scuola multiculturale in un paese europeo. Per inaugurare la rubrica, diamo la parola a una mamma italiana che per tre anni ha vissuto a Bruxelles in un quartiere multietnico e ha seguito l’inserimento dei figli in una scuola multiculturale. Vivendo anche il tempo terribile del terrorismo.  

di Redazione GiuntiScuola · 16 ottobre 2016
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Adesso siamo noi a essere genitori “stranieri”

Quando nel 2013 abbiamo dovuto trasferirci per tre anni in Belgio per lavoro, con tre figli in età scolare, avevamo molto entusiasmo e molte preoccupazioni, ma non immaginavamo ancora quanto la nostra idea di normalità si sarebbe ampliata e quanto la questione “della sicurezza” sarebbe diventata così concreta nelle nostre vite.
Abbiamo scelto di vivere in uno dei 19 Comuni che compongono la Regione di Bruxelles Capitale, Schaerbeek , definita a ragione da tutte le guide “gioiello di architettura Art Decò e Art Nouveau”, con più di 130 mila abitanti di ben 140 nazionalità differenti. Questo significa scegliere di vivere non tanto tra gli “espatriati” (comunitari o non, che lavorano soprattutto nelle istituzioni europee, nelle ambasciate o nelle grandi multinazionali) ma tra gli immigrati. In verità, si può incontrare anche qualche raro belga che non ha ceduto a quella pressione migratoria che spinge i nativi ad abbandonare il centro di Bruxelles per vivere in periferie belle e ordinate. A parte quindi due famiglie belghe gentili e riservate, tra i nostri vicini si contavano marocchini e turchi, algerini e polacchi, vietnamiti e latino americani, congolesi e lituani, pachistani e afgani, albanesi e francesi. E questo solo per rimanere nell’immediata cerchia di persone a noi vicine.
Gli alunni della scuola di quartiere materna e primaria rispecchiavano quindi questa composizione. L’Istitut de l’Annonciation è una scuola cattolica, gratuita e parificata, brulicante di bambini e genitori di ogni credo e colore che formano un mondo allegro , variopinto e vivace che, nei minuti precedenti l’orario di apertura, si espande nelle stradine prospicenti alla scuola ed a un certo punto – incredibilmente - si ordina, si dispone su due lunghe file e passa attraverso una stretta porta senza spintonare.

A prima vista si sarebbe detta una scuola confessionale musulmana. Il primo giorno confesso di essermi sentita un po’ a disagio nell’accompagnare il nostro piccolo a scuola, dove sicuramente ero tra le poche a non indossare l’hijab. Nel lasciarlo in una classe così composita dove, cercavo con lo sguardo qualcuno di “simile a noi” e potei trovare solo un bimbo polacco. Sarà la scuola giusta? Non potevo fare a meno di chiedermelo, ma bastò pochissimo tempo per passare da quell’iniziale disagio quasi inconfessato ad una felice consapevolezza. Per evitare di trasformare questa convivenza in una specie di Babele, le regole erano rigidissime, ma già dal secondo giorno la direttrice salutava i bambini sulla porta chiamandoli per nome ad uno ad uno. Le preparatissime maestre facevano ampio ricorso alla metodologia Montessori (sempre molto celebrata ed applicata all’estero e poco in Italia).

Che cosa si fa per i bambini neoarrivati?

Durante un colloquio con la Direttrice la mia prima curiosità ha riguardato proprio la gestione dei neoarrivati di tutte queste nazionalità nel momento dell’inserimento in classi francofone. Molte delle sue risposte non hanno mancato di stupirmi.
Innanzitutto mi ha stupito scoprire che la questione della diversità, delle diverse nazionalità, non è affatto rilevante. La scuola, ad esempio, non ha delle statistiche sulle diverse nazionalità presenti , né ha mai pensato di farle, anche perché tutti iniziano subito l’iter per ottenere la cittadinanza belga, o già uno dei genitori, presente nel Paese da più tempo, ha già ottenuto la cittadinanza, e quindi non sembra rilevante indagare sulle origini quando alla fine si diventa comunque tutti belgi. Secondo la Direttrice sono presenti comunque una trentina di nazionalità diverse.
Gli strumenti per l’accoglienza dei neoarrivati messi a disposizione dalle istituzioni non sono molti. Ogni scuola viene classificata sulla base della composizione sociale del quartiere in cui si trova su una scala da 1 a 4, dove 1 rappresenta la situazione di maggiori difficoltà e il 4 le situazioni di “normalità”. Con nostra sorpresa l’Institut de l’Annonciation si trova al grado 4 : non avevamo visto ancora nulla!
Le scuole al grado 1 ricevono un budget maggiore dallo Stato per l’accoglienza e per l’équipe di psicologi, personale sanitario e assistenti sociali, comunque presenti in ogni scuola.

L’accoglienza si sostanzia soprattutto nel sistema delle “ classes passerelles ”. Quando arriva un bambino di età corrispondente alla terza primaria, verrà sicuramente iscritto in terza primaria ma, a seconda del suo grado di conoscenza del francese, stazionerà in una classe passerella per un periodo che va da un minimo di una settimana a un massimo di 12 mesi, estendibili fino a 18 mesi in casi particolari . Le classi passerella non sono comunque obbligatorie, ma rappresentano una libera scelta di ogni istituto. Nel caso dell’Annonciation, la Direttrice ha scelto di non avvalersi di questo strumento, preferendo invece utilizzare il modesto budget ricevuto in quanto scuola a livello 4 in due modi diversi.

  • Il primo riguarda la realizzazione di un corso di 8 ore alla settimana di Adattamento alla Lingua di Insegnamento, con attenzione alla pronuncia e alla formazione musicale , affinché gli alunni possano familiarizzare con i differenti suoni presenti nella lingua francese. Una questione, quella della pronuncia dei diversi suoni, abbastanza critica e per la quale la formazione musicale sembra aver dato buoni risultati.
  • Il secondo modo in cui viene impiegato l’extra-budget dell’Istituto è quello di coinvolgere le mamme degli alunni neo-arrivati.

Una scelta lungimirante

In maniera molto lungimirante, la scuola ha ormai istituzionalizzato da alcuni anni la scelta di affrontare da subito le questioni legate all’isolamento delle mamme, soprattutto quelle appartenenti a nazionalità minoritarie, che non parlano il francese e che trascorrono molto tempo in casa, cercando di gettare dei ponti tra le comunità. La scuola ha quindi scelto di lavorare con loro offrendo alcuni strumenti per seguire ed orientare i loro figli : corsi di lingua francese e socializzazione. I corsi di francese si svolgono all’interno della scuola in orario scolastico, così come le attività di socializzazione, i Caffè dei Genitori, che spaziano da incontri di conoscenza con la presenza di un animatore che favorisce la rottura delle barriere iniziali, a visite a luoghi significativi del Comune di Schaerbeek, come le biblioteche, la Casa delle Donne con tutte le sue molteplici attività, e i luoghi interesse culturale/artistico.

Oltre alla gestione indipendente di questo budget aggiuntivo, tutte le scuole dell’obbligo hanno a disposizione un servizio istituzionalizzato di assistenza psicologica, medica e sociale . Si tratta dei Centri PMS , formati da un’équipe di 3 specialisti, appunto Psicologo, personale sanitario e Assistente sociale, presenti nelle scuole in orari prefissati settimanali, che offrono un servizio gratuito, non obbligatorio, confidenziale e rivolto a tutti . I genitori vi si possono rivolgere per informazioni e sostegno riguardante questioni di carattere scolastico, personale, familiare o di salute. Un servizio quindi a 360 gradi, a cui tutti possono rivolgersi e presente fisicamente nelle scuole ogni settimana, molto utilizzato e che consente di stabilire dei legami tra famiglie e istituzioni.
Non è invece presente un servizio istituzionalizzato di mediazione linguistico-culturale mentre ci si può facilmente rivolgere ad un mediatore di conflitti che, a richiesta, può essere presente nella scuola. Il mediatore linguistico-culturale invece rappresenta una figura professionale che viene offerta attraverso associazioni e cooperative. Le scuole possono eventualmente impiegare il loro budget extra per utilizzare l’attività dei mediatori, cosa che l’Istituto dell’Annociation ha fatto una volta sola rivolgendosi ad un mediatore turco affinché spiegasse alle maestre la cultura turca! (Un ribaltamento di scopo rispetto all’utilizzo dei mediatori l-c in Italia?). Non hanno poi ripetuto l’esperienza perché non soddisfatti dal livello di preparazione del mediatore.

E poi, il terrorismo….

In questo quadro, il 22 marzo 2016 si sono verificati gli attacchi terroristici coordinati, all’aeroporto di Zaventem Bruxelles-National e presso la stazione metropolitana di Maelbeek provocando 32 vittime e circa 350 feriti. Il comune di Schaerbeek non si trova lontano da questi due obiettivi ed è risultato essere poi uno dei luoghi prescelti per la pianificazione degli attentati,avendovi uno degli attentatori soggiornato in un appartamento preso in affitto ed essendovi un video che riprende uno dei terroristi fuggito dall’aeroporto di Zaventem dopo le esplosioni, camminare per le strade del comune. Le immagini che vedevamo alla televisione, con massicci dispiegamenti di forze dell’ordine nelle strade, non corrispondevano tuttavia a quello che vedevamo fuori dalla nostra finestra. Sì, era aumentata la presenza della polizia, ma niente che ci facesse sentire così presidiati come accadeva invece nel Quartiere Europeo, nel centro storico e in zone più “residenziali”.
La scuola ha adottato le misure di sicurezza previste , che si sono sostanziate nella presenza di due poliziotti fuori dalla porta principale, che per una settimana circa hanno presidiato le entrate e le uscite, e nell’impossibilità di prendere i bambini al di fuori dell’orario ufficiale. Ma in pratica c’era più diffidenza. Per strada si aveva la sensazione di occhi che scrutavano e indugiavano su sacche e borsoni. I nostri vicini di religione islamica si sentivano a disagio, come presi di mira, come a doversi giustificare, pur trovandosi in un ambiente dove si potevano sentire circondati da amici e parenti.

Come corollario di questi episodi, un pomeriggio si è verificato quello che poi è risultato essere un falso allarme ad una fermata del tram poco lontano da casa nostra, a piazza Meiser. Un uomo, con uno zaino in spalla non ha risposto alla richiesta della polizia di mostrare i documenti. Vi fu un intervento di alcune ore delle forze dell’ordine con blocco del traffico, sospetto rapimento di un bambino, esplosioni controllate per neutralizzare lo zaino, sparatoria, vetri rotti, panico tra i passanti e che si concluse con il ferimento del sospetto. Tutte le scuole nelle vicinanze, nemmeno troppo immediate, come nel nostro caso, dovettero chiudere i portoni e non poterono consegnare i bambini alle famiglie fino al termine dell’operazione, circa un’ora e mezza dopo l’orario di chiusura. Tutto ciò oltre a generare un po’ di ansia ebbe anche il risultato di ammassare nella piccola strada di fronte alla scuola un centinaio di genitori , per circa un’ora e mezza, facendoci sentire un bersaglio perfetto!

Gite, chiacchiere e ritorno alla normalità

Ma dopo pochi giorni, qualche settimana, la spinta verso la normalità prevalse , e di nuovo ci si ritrovò all’uscita da scuola a fare due chiacchiere, cercando di capirsi con un po’ di francese, un po’ di inglese, un po’ di spagnolo e anche un po’ di italiano soprattutto con gli albanesi. Ripresero anche le gite scolastiche e le uscite dei bambini a piedi, attività a cui la scuola tiene molto. Ho avuto la sensazione che davvero spingesse i docenti ad essere meno rigidi nell’applicazione dei programmi ministeriali, concedendo maggiore spazio alle attività di conoscenza diretta e socializzazione attraverso passeggiate nel quartiere.

Quando ho chiesto alla Direttrice quali fossero state le difficoltà maggiori incontrate negli anni per quanto riguarda l’inserimento e il successo scolastico degli alunni stranieri, lei mi ha risposto che le difficoltà maggiori le ha talvolta incontrate di fronte ai ragazzi che per varie circostanze familiari non riuscivano ad avere un progetto per il loro futuro, crescendo senza il sogno di vedersi proiettati nella società di cui fanno parte e a cui possano dare il loro contributo in maniera attiva . Ragazzi insomma che di fronte alla domanda: “Cosa vuoi fare da grande?” rispondevano con tristezza “Non lo so” oppure “Niente”. Durante queste uscite a piedi, strutturate in modo che ci si fermi a parlare ed intervistare le varie figure professionali che si incontrano lungo il cammino, si può forse fare in modo che i bambini si vedano proiettati verso il loro futuro: il postino, l’operatore ecologico, le impressionanti squadre di giardinieri comunali che mantengono l’adiacente parco Josaphat come un gioiello, i commercianti, gli artigiani nelle loro botteghe (qualcuno c’è ancora!), gli impiegati comunali, gli Assessori, gli insegnanti, ecc... Tutto ciò con la speranza di instillare nei bambini il sogno che tutti possono avere un posto nella società e che tutti i lavori sono ugualmente importanti. Forse è anche per questo che sulla pagina Home del sito della scuola appare il Piccolo Principe che ci ricorda come tenere vivi i nostri sogni: “On ne voit bien que avec le coeur, l’essentiel est invisible pour les yeux”.