Un lavoro di squadra: i bisogni di tutti e di ciascuno

Intervista a Marta Peradotto, insegnante I.C. “Manzoni” di Torino.

di Silvia Sordella · 14 luglio 2020
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È fondamentale la collaborazione tra gli insegnanti per creare una circolarità tra i momenti rivolti a tutti e quelli dedicati a gruppi di bambini che stanno apprendendo l’italiano come L2. Conoscendo la sensibilità e la creatività didattica di un gruppo di insegnanti dell’I.C. “Manzoni” di Torino, ho realizzato un’intervista a una di loro, Marta Peradotto.

 

Che cosa significa lavorare in una classe plurilingue in questa situazione di DaD?

«Sicuramente significa reinventarsi, cercando tutti i modi per mantenere la relazione. Questo vale per tutti, ma per i bambini che stanno imparando una L2 forte è la motivazione comunicativa e relazionale rispetto al nuovo ambiente di apprendimento, ai compagni e agli insegnanti. E durante questo lockdown dove erano a casa e parlavano la L1 - giustamente perché così deve essere a casa - mancava invece tutto quell’ambiente in cui poter utilizzare la L2. Mancavano le persone con cui farlo…».

 

I tuoi alunni stranieri hanno evidenziato difficoltà particolari?

«Avendo un livello di interlingua molto basso, in quanto neo arrivati, era già difficile l’interazione in presenza e adesso, a distanza, diventa difficile mantenere la comunicazione con i compagni senza tutta quella complicità di sguardi, di gesti, di attività fatte insieme, senza quel linguaggio ‘sommerso’, quel codice segreto, quel linguaggio tra amici, connotato dall’ironia e basato su esperienze condivise».

 

Quali strategie hai utilizzato per non perdere nessuno per strada?

«Fondamentale è stato l’aiuto dei colleghi di classe, nello stimolare, non perdere, rintracciare e creare una connessione con tutti i bambini. Insieme si è cercato di rilevare i bisogni e le difficoltà, chiamando anche le famiglie a una a una, via sms, via whatsapp, via email, via telefono… usando tutte le strategie e tutti mezzi possibili e immaginabili per raggiungerli. Grazie a tutte le risorse messe in atto dalla scuola, con la collaborazione di associazioni di genitori, siamo poi riusciti a fornire quasi a tutti i dispositivi per la DaD. E ora cerchiamo di creare con i bambini degli elaborati che, in qualche modo, circolino tra la classe e il laboratorio».

La valorizzazione del plurilinguismo dei bambini è una tua modalità abituale o dipende da questa situazione?

«È una mia costante… Generalmente uso lo spagnolo per spiegare le consegne e quel po’ delle altre lingue che conosco per dire alcune parole; alcuni di loro mi rispondono in L1, ma è un processo graduale e man mano che prendono confidenza, sempre più si lanciano nell’italiano, nella L2. Mi sono accorta che ora la L1 può essere come una coccola per questi bambini che, soprattutto in questo momento, hanno un enorme bisogno di essere visti, di ricevere attenzione, non avendo ancora gli strumenti per conversare a distanza con i compagni, senza i gesti e tutta la fisicità.
Inoltre, per alcuni bambini neo arrivati, emerge adesso il desiderio di tornare nel proprio paese di origine. Il cambiamento è facile da affrontare quando uno ha la propria quotidianità, il proprio ritmo, ma quando tutto ciò viene a mancare e ci si trova in un paese nuovo, diverso, senza amici, la nostalgia diventa più forte. Quel che noto, nei bambini del laboratorio ancor più che negli alunni che ho in classe, è comunque la mancanza della scuola e la voglia di tornarci, insieme ad una fortissima motivazione all’apprendimento».