Parlare ai bambini del male del mondo

Dopo i fatti di Parigi e nell'imminenza del Giorno della Memoria, tre insegnanti raccontano come hanno affrontato in classe i temi della guerra, del terrorismo, dell'orrore. Ecco le voci di Giuseppe Caliceti, Franco Lorenzoni, Paola Pasqualon. 

di Redazione GiuntiScuola · 27 agosto 2015
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Dopo i fatti di Parigi e alla vigilia del giorno della memoria abbiamo chiesto a insegnanti ed educatori di condividere la loro esperienza.

Come parlare ai bambini del male del mondo? Quali domande ci pongono e quali risposte cerchiamo di dare? Come insegnare il rispetto e dare concretezza al dialogo quotidiano soprattutto oggi, nelle situazioni e nei contesti plurali e multiculturali?

Vi proponiamo le risposte di quattro insegnanti che operano in contesti diversi e che sono  per varie ragioni, punti di riferimento per molti docenti e operatori.

I BAMBINI CI PARLANO
Giuseppe Caliceti

Bisognerebbe parlare con i bambini di quello che avviene fuori dalla scuola ogni giorno. Di tutto quello di cui loro sentono l’esigenza di parlare. È quello che cerco di fare e di testimoniare ogni settimana, da diversi anni, nella mia rubrica su Il manifesto intitolata “I bambini ci parlano”. Ma ci sono casi speciali in cui è impossibile non ascoltare e parlare con i bambini di quello che arriva da fuori dalla scuola. La realtà, attraverso la forza dei media, irrompe in modo dirompente anche nella vita scolastica e i bambini riportano le notizie apprese dalla tv o dai grandi.

Come docenti non si può fingere di essere sordi o voltarsi dall’altra parte . Meglio parlarne insieme. Farli parlare. Rispondere alle loro domande. Nel caso dell’attentato terroristico a Parigi, si sono riproposte tematiche simili a quelle a cui ogni docente italiano aveva già assistito dopo l’attentato terroristico delle torri gemelle negli Stati Uniti. Primo tra tutti: l’islamofobia. Avendo a che fare da anni con classi multietniche, ancora una volta ho assistito al disagio soprattutto dei bambini di fede musulmana.

Mi dite bene cosa avete sentito bene dai vostri genitori o in tv?

“C’è stato un assassino. Ha fatto una bomba e dopo ha ucciso dei francesi”. “E’ successo a Parigi, l’ho visto in tv”. “Ho visto delle donne che piangevano”. “Io ho visto che dopo hanno fatto la marcia della protesta”. “Ma li hanno presi i….”. “Sì, hanno ucciso gli assassini”. “Sono stati i terroristi”.

Mi dite chi sa cosa sono i terroristi?

“Sono quelli che uccidono”. “Sono i cattivi”. “Erano quelli che non credono in Dio, in Gesù…”.

Occorre farsi raccontare dai bambini ciò che sanno perché spesso è ciò che hanno capito di quanto sanno o credono di sapere . Come è d’altra parte per gli adulti. Occorre confrontare la loro narrazione, spesso schematica e sbagliata, con la narrazione mediatica, che spesso, in questi casi, è altrettanto schematica, semplificata, errata. Occorre poi, come docenti e come adulti, rassicurare i bambini e promuovere quel dialogo che è l’antidoto numero uno a ogni piccola grande violenza.
Concludo con una poesia dell'amico filastrocchiere Bruno Tognolini , che ho utilizzato spesso con bambini e adulti per iniziare una discussione insieme dopo aver ascoltato brutti fatti di cronaca legati a guerre, terrorismo, atrocità varie.

La guerra è una bambina
che non vuole cose matte
solo alzarsi alla mattina
non col sangue, ma col latte.

MALALA A GIOVE. EDUCARE ALLA VULNERABILITÀ
Franco Lorenzoni

Immagini di sangue e stragi giungono continuamente agli occhi dei nostri figli e dei nostri allievi. Cosa fare? È meglio proteggerli o piuttosto accompagnarli, provando ad avvicinarci insieme, con attenzione e cautela, alle tragedie del mondo? Quando è arrivata la notizia della strage di 132 ragazzi nella scuola di Peshawar , i bambini di terza e quarta elementare della piccola scuola umbra di Giove stavano provando uno spettacolo dedicato a Malala. Sapevano dell’esistenza dei talebani in Pakistan attraverso le parole della giovanissima premio Nobel per la pace, perché stavano dando voce alla sua ribellione alla cacciata delle bambine dalle scuole.
Roberta Passoni, la maestra che aveva proposto quella ricerca, sostiene che per entrare in una storia tanto diversa dalle nostre i bambini hanno bisogno di tempo e di una lunga manovra di avvicinamento . Ha letto in classe frammenti del diario di Malala e raccolto i pensieri di bambine e bambini suscitati da quella ribellione esemplare. Così hanno scoperto che ci sono regioni del mondo in cui può capitare che, da un giorno all’altro, alle ragazze sia vietato di vestirsi con abiti colorati, partecipare a gite e infine anche di andare a scuola e persino di giocare e ridere, perché questo offenderebbe Dio.

“Se Dio non avesse voluto farci ridere, non ci avrebbe fatto così”, dice convinta una bambina di Giove, a cui paiono inconcepibili le pretese degli integralisti. Molti ragionamenti dei bambini sulle assurdità e gli orrori del mondo adulto sono spesso diretti e nitidi, talvolta illuminanti come già sosteneva Tolstoj, che ne raccolse di esemplari. Ma vanno fatti emergere e ascoltati, perché privare di parole l’impatto emotivo che evocano immagini sconvolgenti, come quelle della mattanza dei ragazzi della scuola di Peshawar, sono convinto faccia male.
I bambini sono continuamente circondati da immagini violente, proposte loro da film, cartoni e videogiochi sempre più sofisticati. I telegiornali, magari visti di sfuggita, non li risparmiano di orrori che talvolta tornano nei sogni. La cosa peggiore è che tutta questa violenza si depositi in loro confusa e indistinta. Per questo mi vado convincendo sempre più che la scuola non possa non occuparsene e che noi insegnanti si debba azzardare una sorta di educazione alla fragilità , alla vulnerabilità , all’ essere toccati da ciò che accade nel mondo.

Dieci anni fa l’anno scolastico si aprì con la strage nella scuola di Beslan. Insegnavo in quinta elementare e proposi di sostare a lungo su quelle immagini guardandole, scrivendone, ragionandoci su. Poi, dopo averne discusso con le altre insegnanti, ci è venuto spontaneo di azzardare una piccola "cerimonia", accendendo 186 candele nella palestra, per ricordare i 186 bambini uccisi nel loro primo giorno di scuola, dedicando del tempo al silenzio e alla lettura dei pensieri scritti dai bambini.
Se vogliamo provare ad educare alla pace e alla convivenza , come siamo chiamati a fare, dobbiamo in qualche modo avvicinare e imparare a guardare in faccia la guerra, non voltandoci dall’altra parte. Dobbiamo educare alla non indifferenza , trovando il tempo per fare emergere e condividere emozioni e pensieri. Nella mia esperienza ho imparato che la fotografia può essere di grande aiuto perché, a differenza delle immagini in movimento, ci costringe a sostare, guardare, guardarci dentro. Ci aiuta a sostare intorno a domande aperte e ad evitare le semplificazioni.

I bambini di Giove a fine dicembre, dopo avere messo in scena l’attentato sull’autobus a cui Malala scampò tre anni fa, si rialzavano dall’impatto di quell’esplosione e davano corpo alle sue parole dicendo: “io sono Malala e mi piace vestirmi di rosa”, “io sono Malala e adoro leggere e scrivere storie”, “io sono Malala e oggi potrebbe essere il mio ultimo giorno di scuola...” Giocando il gioco teatrale dell’immedesimazione stavano provando a rompere una distanza.
Chiedo ai ragazzi come me di alzare la testa in tutto il mondo ”, ha detto Malala nel suo discorso ad Oslo . “Cari fratelli e sorelle, diventiamo la prima generazione a decidere di essere l’ultima: classi vuote, infanzie perdute, potenziale perduto, facciamo in modo che queste cose finiscano con noi. Non solo i politici e i leader del mondo, ma tutti dobbiamo fare la nostra parte. Io. Voi. Senza aspettare”.
La nostra scuola elementare di Giove da nove anni è gemellata con una scuola del villaggio di Ayuub, nel sud della Somalia, che ha continuato ad accogliere le bambine anche quando il potere era nelle mani degli Shabaab , che le volevano chiuse in casa. Piccole azioni concrete di contatto e sostegno a realtà difficilissime possono aiutare i bambini e tutti noi a rispondere senza retorica all’appello di Malala, affrontando un tema ineludibile per chi cerca di educare ragazze e ragazzi oggi.

CONOSCERE IL MONDO A PARTIRE DALLE STORIE
Paola Pasqualon e le volontarie BRaT (Biblioteca Ragazzi Treviso)

La scuola primaria “I Maggio” di Treviso, che accoglie bambini le cui famiglie provengono da Paesi di tutti i continenti, come tante in Italia, ha da sempre messo al centro dell’azione educativa i valori della pace, della libertà e del rispetto. Ma allo stesso tempo, di fronte alle tragedie e alle violenze dei giorni nostri e alle domande dei bambini, noi docenti cerchiamo di dare risposte semplici, senza pregiudizi, risposte che non lascino ombre e paure e che contengano il loro smarrimento, con la massima attenzione alle sensibilità individuali.
Consapevoli che sia sempre indispensabile ricomporre l’equilibrio tra realtà e valori, accompagniamo la crescita culturale dei nostri alunni, futuri cittadini, cercando di aprire i loro sguardi e proseguendo nel cammino, intrapreso più di dieci anni fa, di costruzione di una scuola inclusiva . Una scuola che propone, giorno dopo giorno, di conoscere l’altro, condividendo le storie di ciascuno, di riconoscere la diversità come valore e ricchezza irrinunciabile, di seminare la pace e la non violenza.

Varie sono le attività che realizziamo, grazie anche al contributo di genitori e territorio ed è di questi giorni l’avvio della collaborazione con le lettrici della Biblioteca dei Ragazzi del Comune di Treviso che è iniziata con la presentazione alle classi di alcune storie provenienti da Paesi diversi. Una delle volontarie della BRaT, Francesca Borso , dopo questa esperienza, ha proposto la riflessione che segue.

Storie giramondo a scuola - Francesca Borso

Le "storie giramondo" sono approdate stamattina alla Scuola Primaria 1° Maggio dai 5 continenti… In questi giorni i fatti di cronaca portano sulle prime pagine il dibattito pubblico sullo scontro ideologico-religioso fra mondi e culture diversi. In questo clamore si dissolvono le voci sottili delle tante persone comuni che tutti i giorni, senza fare rumore, si adoperano per costruire comunità accoglienti ed inclusive.

Questa è una fra le tante piccole esperienze che animano, lontano dai riflettori, la vita cittadina. Mentre il mondo è infiammato dalle manifestazioni di “qualcuno” contro “qualcun altro”, la scuola primaria I Maggio invita gli Amici della BRaT (lettori volontari della Biblioteca dei ragazzi di Treviso) per leggere ai bambini favole , fiabe e racconti sul tema dell’intercultura.

Si vede che era nell’aria… A dicembre la Biblioteca dei ragazzi ha inaugurato lo scaffale multiculturale dedicato proprio a valorizzare un panorama di storie, culture e lingue di tutto il mondo: una finestra attraverso la quale guardare mondi lontani, che sono sempre più vicini, spesso compagni di banco. Una finestra attraverso la quale cominciare a conoscersi e ad apprezzare similitudini e differenze, per poter capire che diversità significa ricchezza e che della diversità non si deve aver paura. Meglio la curiosità.
Così le affamate lettrici si sono buttate a capofitto nell’esplorazione di questo tema, peraltro immenso, ed hanno elaborato una proposta ad hoc, selezionando un certo numero di letture e dovendo purtroppo lasciarne indietro tante altre.

L’accoglienza della scuola I Maggio è stata veramente fantastica, ma quello che ha ci ha colpito è stata soprattutto la comprensione del lavoro svolto dagli insegnanti affinché tutti i bambini si possano sentire ugualmente parte della stessa comunità. Nell’ingresso della scuola c’è una bandiera, fatta con tutte le bandiere dei paesi di provenienza di tutti i piccoli studenti che la frequentano e loro, dentro la scuola, con i loro grembiulini blu, la loro gioia ed il loro entusiasmo, sono veramente tutti uguali. È un grande merito che si deve ad una progettualità portata avanti dagli insegnanti e nata più di dieci anni fa.
Abbiamo letto le nostre storie , parlato dei paesi da cui venivano e alla fine abbiamo notato che nonostante le differenze, i sentimenti dei protagonisti ed il cuore dell’uomo non sono diversi. Desideri, paure, necessità di amore accomunano gli uomini di tutto il mondo.

Lo scontro di culture in atto a livello mondiale avviene sul principio dell’affermazione di valori assoluti. Ma se ragionassimo in termini matematici dovremmo ricordare che nel confronto fra due numeri possiamo sempre eseguire una semplificazione , attraverso la quale ci verrebbe facile cercare gli elementi comuni anziché quelli differenti.
E la condivisione di storie, canti, danze e cibo per noi rappresenta la semplificazione, e scusate se non possiamo che dare ragione a Papa Francesco quando dice che si dovrebbe dare più valore al pensiero femminile, che da sempre di queste cose si occupa.

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