La casa del cuore, la storia di Adua

Ognuno di noi ha un angolo in cui può essere se stesso. La scuola è un posto in cui nessun bambino è "straniero". Igiaba Scego, da poco in libreria con il suo nuovo romanzo Adua, ci parla di migrazione, scrittura, racconto di sé, rapporti costruttivi tra generazioni. 

di Redazione GiuntiScuola · 25 ottobre 2015
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Non da ora impegnata nell'analisi delle reciproche influenze che culture differenti hanno sui comportamenti individuali e collettivi, Igiaba Scego è scrittrice e giornalista - tra le altre cose, cura per "Internazionale" la sezione delle recensioni di libri per ragazzi. Ha recentemente pubblicato per Giunti editore un nuovo libro dal titolo Adua. "Romanzo a due voci, quella di un padre e di una figlia", il testo racconta passato e presente di una donna di nome Adua, somala d'origine ma vissuta dai 17 anni a Roma.
Gemma Prandoni ha incontrato l'autrice in occasione della presentazione del volume a Venezia il 23 ottobre scorso . Ecco la trascrizione del loro colloquio.

Sin da giovanissima la migrazione è stata al centro della tua attività e delle tue scritture. Una delle prime cose che hai fatto è stata raccogliere in un libro testimonianze di giovani figli di migranti . Perché raccontare la migrazione è tanto importante per chi narra e per chi legge?

La migrazione è un tema fondamentale, perché è parte costitutiva del mondo: noi siamo qui, alla fine, soltanto perché qualcuno si è spostato. In più, è un tema contemporaneo: come sappiamo, le guerre hanno costretto tantissime persone a emigrare. In particolare, poi, in quell’occasione avevo voluto occuparmi di figli di migranti, che non sono degli immigrati, ma si trovano piuttosto al confine di due identità. Mi interessava quindi proprio soffermarmi sul loro ruolo di mediatori naturali.

La mia casa è dove sono è il titolo di un tuo romanzo autobiografico. Per te, la tua casa dov’è?

La mia casa fisica è a Roma, ma la casa del cuore è davvero “dove sono”, perché me la porto sulle spalle, come fanno le tartarughe. Fanno parte di questa casa certi posti particolari di Roma - penso alla piazza della Minerva con l’elefante del Bernini, al Pantheon, o alla stazione Termini dove passano i migranti - ma anche la Somalia del mio immaginario. Il paese così come lo conoscevo io non esiste più, allora ho ricreato quei luoghi mitici attraverso la scrittura. In fondo, per me, la casa del cuore è fatta soprattutto di letteratura.

Veniamo al tuo ultimo romanzo: quale spazio ha la latteratura nella storia di Adua e nella tua?

Adua in generale non parla molto di letteratura, tuttavia l’argomento emerge in un capitolo importante, quando lei decide di non fare più la spesa e di comprare pagine. Ho aggiunto quel capitolo proprio perché volevo mostrare che un migrante può avere anche dei bisogni culturali: quando se ne parla in tv, o nei giornali, sembra sempre che si tratti di cifre, o di braccia per lavorare, ma mai di persone. Il fatto che tu abbia un bisogno culturale ti rende automaticamente una persona. Per quanto riguarda me, la letteratura è stata proprio ciò che mi ha salvata, perché mi ha dato un orizzonte di speranza in un momento storico in cui ai figli di migranti era negata un’identità. Bisognava reagire a delle situazioni molto pesanti, opporsi al razzismo, e io ho trovato nei libri, per la prima volta, una diversità che non vedevo intorno a me.

Adua , tra le altre cose, è anche un libro sull’incontro-scontro tra le generazioni. Ti chiediamo un pensiero su questo.

Le generazioni si possono trasmettere molti saperi, però a volte quel passaggio si interrompe, soprattutto quando si attraversano delle fasi storiche difficili, come è successo al padre di Adua, Zoppe: possono rimanerti delle ferite, delle cicatrici, dei nodi insolubili. Di fatto non c’è mai una vera comunicazione tra Adua e Zoppe, i due sono anche divisi in capitoli diversi, e quando si incontrano è spesso nel momento di un rimprovero. Tuttavia, mi interessava mostrare attraverso la scrittura non solo la frattura, ma anche una possibile ricomposizione: Adua, nonostante le fatiche della sua vita riesce comunque a ricomporre se stessa, e quindi anche a capire cosa c’era di buono in quel passato che aveva tanto disdegnato all’inizio.

La protagonista recupera la centralità della narrazione come momento di conoscenza e di passaggio. Però racconta la propria storia alla statua di un elefantino: che significato ha questa scelta?

Le nostre città, soprattutto le grandi metropoli come Roma, stanno diventando, secondo me, un po’ invivibili: è difficile spostarsi, ma anche relazionarsi. Io volevo un angolo di città che fosse benevolo con la protagonista, perché Roma l’ha molto illusa e l’ha molto delusa: in effetti, lei stessa non l’ha voluta conoscere, potremmo dire che è un amore non reciproco. Poi, però, Adua trova uno spazio che è suo, e lì fa pace con la città e la città fa pace con lei. L’elefante del Bernini, che si trova a Piazza della Minerva, significa proprio questo: ognuno di noi ha un angolo in cui può essere se stesso.

Su “Internazionale” ti occupi anche di letteratura per l’infanzia. Ci consigli qualche libro che possa accompagnare gli insegnanti e i bambini in questo anno scolastico?

Ho lavorato a questa rubrica perché ero felice di staccare un po’ dai miei temi abituali, e perché la letteratura per bambini e ragazzi è davvero meravigliosa. Un libro che mi è piaciuto molto è Cari estinti : si tratta di storie di animali estinti, come il dodo, con delle bellissime illustrazioni che ti conducono per mano in un viaggio affascinante. Poi, mi sentirei di consigliare Harry Potter , che ho amato molto, o i grandi classici, come La fabbrica del cioccolato , o Alice nel paese delle Meraviglie , libro con più livelli di lettura, adatto per adulti ma anche, sicuramente, per ragazzi. Ci terrei, infine, a proporre Pinocchio : non è un caso che sia uno dei libri più tradotti a mondo. È bello valorizzare un’eccellenza italiana.

Un ultimo regalo: ti chiediamo un messaggio da mandare a tutti gli insegnanti, per invitarli a creare una scuola dove “nessuno è straniero”.

Un messaggio? Guardate i vostri studenti semplicemente come studenti, come persone, senza mettere dei paletti. Nessuno è straniero a scuola: si tratta o di ragazzi nati in Italia, o cresciuti qui, o arrivati da poco e quindi con una mente elastica e ricettiva per potere imparare subito la lingua. Penso ai miei professori: non mi hanno mai visto come un problema, ma come gli altri, e questo mi ha aiutata molto.

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