Il racconto piccolo da sentire e risentire

Un’alleanza educativa tra scuola e famiglia che mette al centro la narrazione e le lingue dei bambini che per un giorno escono dal silenzio. Di Giovanna Masiero e Maria Arici. 

di Redazione GiuntiScuola · 21 novembre 2017
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L'aula è pronta per accogliere gli invitati, cioè i bambini delle classe terza e quarta, insieme alle loro maestre. Per terra sono stati installati cuscini e tessuti morbidi, abbassate le tapparelle per far entrare poca luce e il proiettore è acceso. I bambini entrano e si siedono a gambe incrociate in un grande semicerchio. Sanno che chi li ha invitati sono i bambini più piccoli della scuola, gli alunni di prima, gli ultimi arrivati; qualcuno trova qui un fratellino o una sorellina salutati il mattino all'entrata della scuola, e può succedere anche di ritrovare in classe... la propria mamma!
La sorpresa dell'invito della classe prima sta in effetti più nella singolarità di chi racconta che non nelle storie raccontate.

Lingue nel silenzio

Esma ha una lunga gonna marrone, un maglioncino bianco e un hijab bianco ricamato a coprirle il capo. Si tiene le mani davanti al corpo e si muove poco, come fosse un filo appeso, leggero come il tratto a matita in bianco e nero che compare nelle grandi immagini proiettate sul muro dell'aula. Sono tratte dal silent book "Oltre l'albero...", illustrato splendidamente da Mandana Sadat ed edito nel 1997 in Francia. La voce di Esma a seconda è un sussurro, o ha toni acuti e vocali lunghe come quando pronuncia shtrigë o gjigant , o ancora la voce pare saltellare in un nanana nanana insieme alla bambina della storia. C'è una musica delicata di sottofondo, ma soprattutto c'è silenzio. Due minuti e mezzo è il tempo di durata della narrazione; per ogni pagina una, due, tre parole al massimo... ma nessuna in italiano. La maestra alla fine chiede: "secondo voi, che cosa ha chiesto la bimba alla nonna?". "Forse - dice un bimbo -possiamo stare insieme?!". Non c'è una risposta più vera delle altre, tuttalpiù ci penserà Alina, la figlia di Esma, a dare la traduzione di quello che ha detto veramente la sua mamma. La magia di quei due minuti e mezzo sta nei suoni di quella lingua albanese ascoltata nel silenzio di un'aula rapita e intenta a guardare ora le mani e gli occhi di mamma Esma, ora le bellissime illustrazioni del libro.

Lingue del silenzio

Nell'aula della classe prima almeno una volta al mese c'è una mamma a raccontare una storia. Ogni volta il biglietto d'invito è per una classe diversa, a seconda anche dei figli maggiori della mamma presenti a scuola. Quello che sorprende è che Esma, Bahija, Sajmela, Ludmila... risiedono tutte in Italia da molti anni, ma l'italiano lo parlano poco poco. È proprio vero che il primo luogo a far nascere il bisogno di poter parlare la lingua italiana è la scuola dei figli. Sono giovani queste donne, e entrano in classe in tutta la loro genuinità, come fossero appena arrivate: forse il parlare la lingua madre è come indossare un abito che dà integrità. Pensavamo che le loro lingue si chiamassero arabo, rumeno, albanese, ghanese e così via, e invece nel dialogo con i bambini, dopo il racconto ripetuto più volte, il nome proprio delle lingue diventa tashalhit , fanti , kosovaro ... Quante cose imparano gli alunni e le maestre, quanta geografia, quante parole simili all'italiano: cusina , chocolat ...
"Ma come mai le lingue che sono diverse tra di loro hanno delle parole in comune?" chiede la maestra. "Magari perché vanno d'accordo", risponde Giulio.

L'alleanza educativa

Quanto lavoro c'è dietro a pochi minuti di narrazione orale? Tutti gli incontri che servono alla mamma per rassicurarla che quello che chiede la maestra è di raccontare una storia con la stessa spontaneità di come la racconterebbe ai propri figli.
Ci sono mamme come Bahija che hanno un talento naturale nella narrazione orale, nel movimento del corpo nello spazio e nel contatto con i bambini: hu:sh, timsa:h, ifi:s sono tutti gli animali di “In una notte nera” (di Dorothèe de Monfreid), suoni indimenticabili. Altre, come Sajmela, vanno in confusione sul valore delle lingue, e si ostinano a raccontare nella lingua del marito, scritta in versioni sempre diverse su un foglietto; Sajmela s'incespica nella lettura di una lingua non sua durante la prova generale e finisce, con grande soddisfazione della maestra, per improvvisare in lingua madre, seduta su una sedia, come una chioccia in mezzo ai suoi pulcini, gli occhi riscaldati dai colori delle illustrazioni di "Il mio leone" di Mandana Sadat. Per mamme come Ludmila, il racconto delle storie è rigorosamente in russo, la lingua con cui ha studiato e con cui ha dato forma al mondo, ma poi, come nel silent book cui dà voce, "L'onda" (illustrato da Suzy Lee), il suono del cullare dell'oceano fa tornare la lingua bambina.
Le maestre dedicano molto tempo alla costruzione della relazione con le mamme-narratrici: è un percorso di conoscenza reciproca e di valorizzazione dei saperi individuali. Mamme e maestre attraversano un processo di adattamento nella comunicazione, di tolleranza delle diversità culturali e di comprensione della molteplicità di forme e stili narrativi dell’oralità. È la realizzazione di un’alleanza educativa che ha come finalità il benessere degli alunni-bambini in classe e a scuola. Ne vale la pena!
Come dice la maestra alla fine di ogni narrazione: Il nostro è un racconto piccolo piccolo, lo volete risentire un'altra volta?