Colori nella storia - I colori del bianco

Con il progetto Colori nella storia interroghiano il passato a partire dalle domande del presente. Abbiamo esplorato il Caos, la Villa di Minori, il Tempio di Nettuno, il blu. Oggi scopriamo i colori del bianco.

di Redazione GiuntiScuola · 09 maggio 2015
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Statue senza colori?

Nel 2004 i Musei Vaticani allestirono a Roma la mostra I colori del bianco , che proponeva all’attenzione del pubblico soprattutto le copie colorate di alcune delle sculture antiche in marmo che nei musei di tutto il mondo ci appaiono naturalmente prive di colore: bianche nei volti, come nei corpi, maschili o femminili, nudi o abbigliati.
Eppure, se ci chiediamo come potrebbe reagire un Greco antico se potesse vedere le antiche statue bianche dei nostri musei, la risposta è che non le riconoscerebbe e le troverebbe brutte.

Questa risposta impossibile si fonda sulla testimonianza di Elena – la regina di Sparta la cui divina bellezza aveva provocato la guerra fra i Greci e i Troiani – che ci parla attraverso l’opera a lei dedicata dal drammaturgo greco Euripide, nel 412 a.C. In questa tragedia, un’Elena disperata per le sventure causate dalla sua bellezza augura a se stessa di “ imbruttire di colpo, come una statua dalla quale vengono cancellati i colori ” (Euripide, Elena , 262-263). La frase di Elena fa comprendere come i colori delle sculture classiche non fossero un dettaglio o un di più, in quanto il rivestimento policromo era proprio ciò che determinava l’effetto ultimo dell’opera d’arte. Ed è per questo che le tracce più o meno estese di policromia nell’architettura e nella scultura antica – peraltro strettamente correlate fra loro – sono state visibili da sempre e sempre più frequentemente ne sono state scoperte grazie alle campagne degli scavi archeologici, a partire dal XVIII secolo.

Bianco ovunque

Non è stato agevole né per gli specialisti, né per il pubblico accettare una nuova immagine colorata dell’antichità classica perché - come racconta l’archeologo e storico dell’arte Salvatore Settis “fra loro (gli antichi) e noi, dal Rinascimento in poi, si colloca tutta una tradizione di scultura marmorea bianchissima – Michelangelo, Bernini, Canova – in base alla quale un popolo di statue senza sguardo e senza colore è divenuto più naturale dei nostri corpi naturali vivi, dei corpi di carne di uomini e donne.

Inoltre, è accaduto e accade tuttora che il bianco dei marmi e il verde dei bronzi non si incontrino soltanto nei muse i, ma quasi ovunque intorno a noi: nelle piazze delle città, nelle fontane e nei giardini monumentali, nei cimiteri, nelle riproduzioni in materiali di scarso pregio collocate nei luoghi più vari, dai giardini agli ipermercati, dai caffè, alle pizzerie, per non dire delle versioni miniaturizzate, vendute come gadget turistici e non.

Mentre le riproduzioni dell’arte antica presenti nella grandissima maggioranza dei libri d’arte e di storia - compresi quelli scolastici, di ogni ordine e grado - sono bianche, come lo sono le ricostruzioni dell’antico nei film storici, nei videogiochi e in molti documentari. Ed è l’insieme di questi numerosi e diffusi contesti che ha contribuito a modellare la nostra estetica nei confronti dell’antichità classica e tuttora continua a condizionarla enormemente.

I colori del bronzo e del marmo

Vediamo ora più nel dettaglio, con due esempi, di cosa parliamo quando parliamo di "colori" del bronzo e del marmo.

  • Ecco qui sotto la ricostruzione polimaterica del Bronzo A di Riace (2013, Francoforte, Liebieghause):

I bronzi antichi, come si vede, non erano affatto come ci appaiono oggi, cioè ricoperti da una patina verdastra che si genera in conseguenza della mancata manutenzione del metallo, il quale nell’antichità veniva costantemente pulito per mantenerne inalterata la lucentezza. Anticamente, infatti, le sculture in bronzo che uscivano dalla fusione con un aspetto terroso, venivano successivamente rilavorate a freddo in toto, per restituire loro la lucentezza metallica e inserire coloriture in labbra, occhi, ciglia, denti, capezzoli, ornamenti dell’abbigliamento, gioielli, armi e altro ancora.

Queste coloriture si ottenevano soprattutto grazie all’impiego di materiali diversi che venivano inseriti nel bronzo: rame, argento, paste vitree, marmo, avorio, cristallo di rocca, ossidiana, quarzo. E, probabilmente già dall’età ellenistica, ma certamente da quella romana, le superfici dei bronzi venivano, spesso, completamente dorate e altre patinate di nero metallico brillante – dai forti effetti scenografici – a imitazione dello smalto.

  • Presentiamo ora la ricostruzione cromatica dell’arciere “troiano” dal frontone occidentale del tempio di Aphaia nell’isola greca di Egina (2003, Monaco di Baviera, Gliptoteca).

Le figure dei due frontoni del tempio, scolpite a cavallo fra l’età arcaica e quella classica (490-480 a.C. circa) mettono in scena lotte fra i Greci e i Troiani. Questo arciere tendeva il suo arco per prendere di mira il suo avversario nell’angolo sinistro del frontone del tempio di Aphaia.

Nella copia in scala 1 a 1 è stato possibile ricostruire con molta precisione l’abbigliamento con le relative decorazioni dell’arciere troiano che indossa pantaloni attillati in robusto materiale che terminano con uno spesso rotolo all’altezza della caviglia e la cui stoffa non nasconde completamente la muscolatura delle cosce. Una giacchetta protegge il torso e sulla testa si posa un berretto scita. L’arco, la freccia e la faretra - un tempo in marmo e in bronzo - costituivano aggiunte lavorate a parte. Analogamente erano fusi in piombo i riccioli della fronte e i capelli in libera caduta sulle tempie e sul dorso.

Quando le cattedrali non erano bianche

Negli anni Trenta del secolo scorso, l’architetto Le Corbusier (1885-1965), scrisse un libro-reportage, scaturito da un viaggio negli Stati Uniti d’America, nel quale poneva a confronto la civiltà europea a quella statunitense: Quando le cattedrali erano bianche . Secondo Le Corbusier, le cattedrali bianche – che rappresentavano anche una metafora dei grattacieli americani – erano quelle dell’Europa medievale caratterizzata, secondo l’autore, da freschezza e giovinezza. Ma nell’Europa del Medioevo non sono mai esistite cattedrali bianche , in quanto architetture e sculture erano dipinte, ovvero colorate.

Nelle società medievali, infatti, si colorava tutto e non soltanto sculture e architetture, ma anche metalli, avori e animali, in quanto gli esseri umani vissuti nei secoli bui – come sono stati definiti per diverso tempo – erano affascinati dai colori, come oggi possiamo comprendere al meglio soprattutto dalle raffigurazioni dei codici miniati che restituiscono, anche dal punto di vista cromatico, un’immagine verosimile e pertinente delle società medievali che consente di accantonare, nello stesso tempo, le definizioni tenebrose al pari delle cattedrali algide.

Tuttavia, anche le architetture medievali con il loro ricchissimo corredo scultoreo che metteva in scena – soprattutto sulle facciate e sui portali le narrazioni visive fondanti del credo religioso cattolico per parlare agli occhi degli abitanti delle comunità urbane europee di ogni ceto sociale – presentano oggi solo tracce dell’originaria ampia policromia con l’importante eccezione di molte delle grandi vetrate .

  • Facciamo un esempio visivo con la restituzione cromatica della facciata della cattedrale di Amiens, in Francia (realizzata nel 2013 durante lo spettacolo Son et Lumière Polychromie) .

Come accadeva nei templi classici, in origine, anche le sculture delle cattedrali gotiche erano dipinte a colori vivaci, al fine di renderle più vive e attrattive agli occhi dei fedeli . I colori sono stati visibili fino al XVIII secolo. Oggi, si sta cercando di ricostruire gli effetti policromatici delle cattedrali basandosi sulle tracce sopravvissute. Ad Amiens, si è potuto verificare che la vastissima e vivace decorazione policroma non si limitava alle statue, ma si estendeva ai muri di sostegno, ai colonnati e ai pinnacoli.

Per approfondire guarda in esclusiva il video "L'antichità classica dentro il presente"

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