Le scelte della mia scuola multiculturale – Un amore del nostro tempo

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Le scelte della mia scuola multiculturale – Un amore del nostro tempo

Storia di Maria e di Ştefan, separati da 2000 chilometri di montagne e fiumi, uniti da due lingue che possono conoscersi e arricchirsi l’un l’altra: l’italiano e il romeno. Di Riccardo Agresti. Aspettando il convegno “In classe nessuno è straniero”. 

Anca Seel-Constantin

In occasione del convegno A scuola nessuno è straniero. La scuola multiculturale nel tempo delle scelte (18 marzo, Padova) abbiamo chiesto ad alcuni amici di "Sesamo" (insegnanti, educatori, dirigenti scolastici) di raccontarci una delle scelte che la scuola multiculturale si trova a fare ogni giorno. Oggi diamo voce a Riccardo Agresti, dirigente scolastico.

Maria e Ştefan

Ştefan era entrato in classe ad anno iniziato. Aveva i capelli corti, occhi profondi, spalle forti. Aveva guardato fisso Maria (capelli biondi ed occhi neri) fin dal primo momento. Anzi per la precisione non le aveva mai staccato gli occhi di dosso. Forse gli ricordava qualcuno. Lei di sfuggita lo aveva sbirciato. Non gli dispiaceva affatto. Peccato che Ştefan parlasse pochissimo e lei non riuscisse a capire quasi nulla di quel poco che diceva. A separarli c’erano quasi 2000 chilometri di montagne e fiumi che, in 2000 anni, avevano scavato una barriera linguistica quasi insormontabile. A bassa voce alcuni compagni di classe lo avevano definito “romeno di merda” e dicevano che lui ed i suoi erano venuti a rubare il lavoro ai loro genitori. A Maria non interessavano quelle chiacchiere. Semplicemente non avevano senso: lo sapevano tutti che fra i genitori di quei ragazzi alcuni erano ladri, altri il lavoro non lo avevano mai cercato ed un altro era in galera da anni. Ştefan era pulito, cortese. Non sorrideva mai, ma quando la guardava erano i suoi occhi a sorridere al posto della bocca. Comunque certamente né lui né altri avrebbero potuto rubarle il lavoro che sognava (e che non aveva mai confessato ad alcuno). Pochi giorni dopo il suo arrivo Ştefan, durante una lezione di arte, quando si comprende che ogni gesto ed ogni oggetto può essere poesia se si osserva da un ben determinato punto di vista, prese il coraggio che in età adulta non si ha più e le bisbigliò con dolcezza, in quell’attimo in cui la prof si era voltata: “eşti frumoasă”. Dopo il suono della campanella di fine delle lezioni Maria non lo rivide più. La sua famiglia si era dovuta trasferire nuovamente in Romania.

La TV riprende, il papà racconta

Nel frattempo a scuola stava accadendo un putiferio. Il Consiglio di Istituto aveva approvato la proposta dei professori di far svolgere la mattina il corso di romeno che prima si svolgeva facoltativamente il pomeriggio. Un politico di livello nazionale aveva commentato deridendo la decisione e le famiglie si erano immediatamente divise in favorevoli e contrari, trincerandosi in posizioni radicalizzate dall’intromissione politica su una questione semplicemente didattica. Maria non era coinvolta. Il nuovo insegnamento era indirizzato solo ai bambini dell’infanzia e della primaria, mentre lei era ormai all’ultimo anno in quella scuola. Tuttavia non comprendeva per quale motivo ci fossero ogni giorno telecamere e giornalisti in giro per la scuola e perché fossero comparse scritte sui muri contro i compagni di classe di origine romena. A casa, suo padre le aveva spiegato che imparare una lingua diversa dalla propria permette al cervello di migliorare le prestazioni. Che la conoscenza di altre culture permette di arricchirsi di nuove esperienze e nuove idee. Che i suoi nonni erano stati emigranti in America e sarebbe stato bellissimo se lì le scuole li avessero accolti come amici e non come “mafiosi mangiaspaghetti”, se avessero insegnato a loro ed ai loro compagni di classe sia la lingua del luogo che quella di provenienza. Che certamente era un bel messaggio di ospitalità e di amicizia insegnare il romeno a tutti i bambini in una scuola dove il 20% sono di origine romena.

Una risposta senza parole

Maria non capiva tutto quel livore, quell’astio immotivato che avvolgeva la sua sua scuola, i suoi compagni e i loro genitori. Capì tutto in un momento solo, quando una signora bionda e sorridente le mise davanti alla bocca un microfono, chiedendole se riteneva giusto si studiasse il romeno in una scuola italiana. Maria avrebbe potuto ricordare la foto del bisnonno che era stato aiutato dalla “Mano nera”, l’unica “mano” che gli era stata tesa. Avrebbe potuto ripetere le parole del padre, quando le aveva detto che gli italiani sono migliori degli altri perché hanno l’ospitalità nel sangue. Avrebbe potuto ribadire che conoscere è bello e più si conosce, meno si ha paura e meno si viene manipolati. Ma non disse niente di tutto questo. Quando la giornalista le fece la domanda, le tornò invece in mente la frase di Ştefan. Senza che ne avesse inteso il significato, ora ne comprendeva il senso: 2000 chilometri e 2000 anni di separazione non possono fermare l’amore! Forse possono farlo la stupidità e l’ignoranza, ma la conoscenza aiuterà ad eliminare barriere e guerre. Guardò la giornalista, le sorrise grata e se ne tornò a casa pensando al lavoro dei suoi sogni, quello che di sicuro avrebbe fatto da grande.

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