Gli “odori” che creano imbarazzo

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Un libro per parlare, con spirito e leggerezza, del tema delicato, e “scivoloso”, della percezione olfattiva degli “odori” altrui. Delle distanze relazionali e dei pregiudizi che da esso possono insorgere. Di Lorenzo Luatti. 

gaia guasti maionese

“Profumo” o “cattivo odore”?

Il tema della percezione olfattiva degli odori altrui è talvolta all’origine di imbarazzi, pregiudizi e conflitti tra persone, bambini e adulti. Un odore considerato “cattivo” o “sgradevole” è una barriera invisibile, ma molto concreta: crea difficoltà di contatto e di vicinanza, influenza inconsapevolmente atteggiamenti e il modo di porsi verso l’altro. A scuola e tra vicini di casa. Il pluralismo culturale sperimentato dall’Italia negli ultimi quarant’anni per effetto delle migrazioni internazionali non ha interessato soltanto la dimensione linguistica e religiosa, ad esempio, ma anche quella olfattiva, con l’introduzione di odori a noi “ignoti”, cioè non appartenenti alla nostra memoria olfattiva ed emotiva.
Se escludiamo le motivazioni legate all’igiene personale (che possono riguardare tutti, italiani e stranieri), il diverso odore della persona è in genere riconducibile ad usanze estetiche (utilizzo di olii per il corpo) ed alimentari diverse (tipi di cibi, modalità di cottura, uso di spezie…).

“Imbarazzismi” olfattivi

Un insegnante, tempo fa, mi narrò un episodio di “imbarazzo” comunicativo prodottosi all’interno del suo condominio tra alcune famiglie italiane e una famiglia indiana a motivo dell’odore acuto dei cibi speziati con cui quest’ultima cucinava, e che giornalmente si percepiva nel vano scale. Situazioni che si verificano con una certa frequenza nei rapporti di vicinato. Anche a scuola: ad esempio, l’odore “pungente” dei capelli di una bambina pakistana, dovuto all’uso di un olio che la madre le cosparge ogni mattina, ha provocato distanze relazionali tra i bambini, malumori e persino atteggiamenti di intolleranza da parte dei genitori autoctoni. E un certo comprensibile “imbarazzo” negli insegnanti.

“Etnocentrismo percettivo”

L’odore, come precisa la pedagogista Ivana Bolognesi richiamandosi agli studi antropologici, è un apprendimento culturale socialmente condiviso: «ciò che definiamo come un “buon odore” o un “profumo” oppure come un “cattivo odore” e quindi una “puzza” è appreso nei contesti di vita e attraverso le persone che fungono da guida tra noi e il mondo» (Insieme per crescere, F. Angeli).
Accogliere un odore che non piace, essendo intrinsecamente legato alla memoria olfattiva ed emotiva della persona, è molto difficile ed è accettabile nella misura in cui cresce la convivenza e il contatto quotidiano tra individui appartenenti a gruppi culturali differenti. I processi di acculturazione infatti favoriscono l’attenuazione delle differenze, anche quelle di tipo olfattivo. Ed operano nei due sensi. La “battaglia” ingaggiata dai condomini italiani per “quella puzza”, per tornare alla storia di cui sopra, si è poi acquietata, perché col tempo, e con il crescere dei figli, seconda generazione, della coppia, la signora indiana cucina meno speziato, o come dice lei, “all’italiana”.

Un libro per parlarne

Da un odore della persona percepito come sgradevole e dunque da evitare, alla marginalizzazione della persona medesima, il passo è breve. È quanto succede in Maionese, ketchup o latte di soia (Camelozampa, 2016, p. 112, €. 9,90), un romanzo di Gaia Guasti, scrittrice fiorentina trapiantata in Francia da vent’anni, che tocca con spirito e leggerezza temi importanti come l’alimentazione e gli stili di vita, la scuola e il bullismo, l’incontro con il diverso e la tolleranza, il superamento del lutto, l’amicizia, i rapporti tra genitori e figlio.
Ecco il Booktrailer del romanzo:

 

È la storia di due ragazzini di 12 anni, Elianor che è appena arrivata nella nuova scuola e si ritrova ad essere emarginata dai compagni di classe a causa del suo odore “diverso”. Per lei integrarsi non sarà affatto facile. Tutti la evitano, la trattano male, la insultano, e non perdono l’occasione per sottolineare la “puzza”. Tutti tranne Noah, ragazzino timido e insicuro, che viene immediatamente attratto da quella strana ragazzina che, è vero, ha un odore a cui non è abituato (dovuto alla diversità della sua alimentazione). Noah non vuole giudicare dalle apparenze, vuole saperne di più e così nasce un’amicizia basata sul confronto di abitudini alimentari e scelte di vita, un’alleanza contro i pregiudizi, una condivisione di idee e di assaggi.
Un libro dall’originale filo conduttore “olfattivo” che regala spunti di riflessione e sorrisi, adatto a bambini, ragazzi e adulti, da 10 anni in su. Il libro è finalista al Premio Strega Ragazzi e ragazze (2a ed., 2017).

Le religioni e le regole alimentari

La tematica alimentare è al centro dell’agile volumetto illustrato Frutta Libera Tutt*! Le tradizioni e le regole alimentari nell’ebraismo, nel cristianesimo e nell’islam (L’Io e il mondo di TJ, Bologna, 2016, €. 10,00), dove un rabbino, un prete e un imam, insieme, provano a raccontare le tradizioni e le regole alimentari che appartengono alla propria religione e alla propria tradizione. Perché alcuni cibi sono considerati leciti e altri illeciti, oppure adatti e non adatti? Quali i cibi speciali e da consumare in occasioni particolari? E qual è il significato dell’astinenza e del digiuno nelle diverse religioni? Con semplicità e chiarezza il testo consente a bambini e adulti di scoprire, attraverso il gioco delle somiglianze e delle differenze, le diverse tradizioni e regole alimentari.

3 Marzo 2017 Racconti

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