Plurilinguismo a scuola: un dato di fatto e cinque attenzioni

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Plurilinguismo a scuola: un dato di fatto e cinque attenzioni

Ci sono molte ragioni per riconoscere le altre lingue parlate dagli alunni e presenti nella scuola. Cinque attenzioni per tradurle in pratica. Di Tiziana Chiappelli (Università di Firenze). 

    

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La scuola italiana è davvero plurale?

Ogniqualvolta le cronache, oramai pressoché quotidianamente, riportano episodi di disgregazione sociale, intolleranza e discriminazione - e ogniqualvolta si chieda all’esperto di turno quali azioni potrebbero essere utili e necessarie per contrastare questi fenomeni - l’educazione, con al centro la scuola pubblica quale istituzione di riferimento, viene indicata come strumento principe. Ora, se da una parte non si può pensare che la scuola sia la soluzione per ogni male sociale, consapevoli che il problema delle disuguaglianze ha radici profonde nei sistemi economici e socio-politici, e non solo culturali, è pur vero che processi educativi mirati a far crescere le competenze di cittadinanza attiva nei propri studenti, futuri cittadini adulti, possono dare un contributo importante alla costruzione di contesti di vita più equi e che allarghino la reale offerta di opportunità a strati di popolazione a rischio di esclusione e marginalizzazione.
D’altra parte, la scuola pubblica italiana è intrisa di pluralismo, se guardiamo a coloro che la frequentano: studenti e studentesse di tante origini nazionali, di varia estrazione sociale, talvolta con bisogni educativi speciali o disabilità, con retroterra culturali variegati e con competenze e stili cognitivi molto diversificati. In qualche modo potremmo dire, in maniera un po’ paradossale, che le minoranze sono oramai la maggioranza, sono cioè quell’atteso imprevisto che ogni insegnante e educatore sa per certo che troverà nella sua classe e nel suo gruppo di lavoro. Saper gestire questa pluralità, comprendendone le componenti nelle loro peculiarità, strutturare un lavoro che le includa nel percorso educativo in maniera attiva e che sia volto a preparare tutti gli studenti per affrontare la vita in società tanto complesse è invece un altro paio di maniche. Strumenti più tradizionali risultano spesso inadeguati, finanche gli utili apporti dell’educazione interculturale hanno mostrato la corda, e sempre più avanza l’esigenza di sviluppare approcci ai processi educativi che tengano assieme le tante dimensioni degli scenari sociali e delle sfide sempre nuove che essi presentano. Una delle parole chiave di riferimento per accostarsi ai nuovi contesti socioeducativi è sicuramente pluralità: pluralità delle componenti sociali - quella che il sociologo Vertovec chiama superdiversità, pluralità degli apporti disciplinari e delle categorie di analisi, pluralità degli approcci e delle metodologie, spesso mutuati da ambiti diversi e che si rinnovano costruttivamente quando si pongono in dialogo reciproco (un esempio di sperimentazione in tal senso è illustrato in Gentile e Chiappelli, 2016).

Minoranze ed educazione interculturale

L’educazione interculturale, pur nei suoi limiti, ha avuto il grande merito di averci abituati all’idea che il riconoscimento delle minoranze, dal punto di vista culturale, è fondamentale, e che sotto questa definizione siano da collocare non solo persone di origine immigrata (o dei popoli originari, se pensiamo ad altri contesti nazionali), ma anche tutti coloro che appartengono a gruppi sociali in posizione non maggioritaria. La sensibilità alle differenze ha contribuito a portare alla ribalta pluralità nuove ma anche di più antico corso, persone e gruppi che non trovano o non trovavano cittadinanza piena nella società e nei sistemi educativi: da qui l’emergere dei temi di genere, dell’orientamento sessuale, delle appartenenze linguistiche e culturali, delle disabilità e così via. Per uscire da un approccio interculturale che oramai sarebbe ai limiti dell’ingenuità, siamo oramai avvertiti che la prospettiva della giustizia sociale non può essere messa ai margini dell’azione educativa e come tale va riportata al centro anche del dibattito teorico e dei piani di azione concreti. Ma come può la scuola attrezzarsi per affrontare una sfida tanto complessa e che investe la società tutta? Probabilmente, iniziando ad individuare anche dei focus specifici da inserire, mantenere e presidiare all’interno dei percorsi educativi. Ne proponiamo uno relativo a plurilinguismo ed educazione linguistica.

Plurilinguismo come dimensione della pluralità a scuola

Tra le tante componenti della pluralità a scuola certo il tema del plurilinguismo ha un suo posto d’onore. Dice Stefania Scaglione: “[...] la diversità linguistica crescerà, e con essa il valore del plurilinguismo e della capacità di ragionare e agire “transculturalmente” e “translinguisticamente”. Mentre si è molto discusso rispetto all’apprendimento delle L2, il tema dei repertori linguistici presenti a scuola e, più in generale, nel territorio, è rimasto “opaco”, di sfondo, non preso in carico. Eppure, come scrive Lorenzo Luatti, ci sono “molte ragioni “per far” posto alle altre lingue a scuola, ad esempio per sviluppare la consapevolezza della varietà linguistica nel mondo, allargando gli orizzonti di tutti i bambini; per stimolare la curiosità positiva verso le lingue e per offrire alle studentesse e agli studenti bilingui o plurilingui l’occasione di poter usare e mostrare le loro abilità linguistiche; per superare atteggiamenti negativi o di vergogna verso lingue e culture che spesso, nell’immaginario sociale, sono relegate in posizione gerarchica inferiore rispetto a lingue considerate più di prestigio; per offrire opportunità ai genitori di partecipare attivamente ad alcuni momenti della vita scolastica coinvolgendoli nelle attività linguistiche; e infine, per esplorare aspetti ed elementi di lingue e scritture facendo comparazioni, riflessioni, sperimentazioni, base fondamentale per la crescita delle competenze linguistiche e metalinguistiche. Come è noto, il confronto con altre lingue aiuta, tra altre cose, anche a sviluppare una consapevolezza maggiore delle peculiarità della propria lingua madre. Insomma, il riconoscimento della ricchezza linguistica presente a scuola e nella società opera nel senso di ridare visibilità positiva e valore alle tante presenze che popolano il territorio ed è a supporto, non a detrimento, di percorsi di educazione linguistica in italiano andando a lavorare, come opportunamente sottolinea Scaglione, sulle competenze profonde “transculturali” e “translinguistiche”. Anche secondo il “Quadro Comune Europeo di Riferimento per le Lingue ”l’approccio plurilingue mette l’accento sull’integrazione: cioè, man mano che l’esperienza linguistica di un individuo si estende dal linguaggio domestico del suo contesto culturale a quello più ampio della società e poi alle lingue di altri popoli […] queste lingue e queste culture non vengono classificate in compartimenti mentali rigidamente separati; anzi, conoscenze ed esperienze linguistiche contribuiscono a formare la competenza comunicativa, in cui le lingue stabiliscono rapporti reciproci ed interagiscono. Nelle diverse situazioni ci si può affidare con flessibilità alle diverse componenti di questa competenza per entrare efficacemente in comunicazione con un determinato interlocutore. Per esempio, gli interlocutori possono passare da una lingua o da una varietà linguistica ad un’altra”.

Cinque punti di attenzione

I percorsi che possono essere attuati all’interno delle scuole possono far riferimento a un importante documento del Consiglio di Europa del 2010 (Beacco et al. 2010) intitolato: “Guida per lo sviluppo e l’attuazione di curricoli per una educazione plurilingue e interculturale”. Le indicazioni pratiche che possono essere adottate per predisporre percorsi adeguati di educazione plurilingue, e che ricorrono nelle sperimentazioni di qualità realizzate nei territori negli ultimi anni, possono essere riassunte in cinque punti.

1. Raccogliere informazioni
Raccogliere informazioni relative al retroterra linguistico, alle abilità linguistiche e alle abitudini comunicative dei propri studenti: sapere se lo studente è italiano o straniero, se è nato in Italia o all’estero è solo il primo passo per acquisire una conoscenza del panorama linguistico entro cui si muove; attraverso un dialogo collaborativo tra scuola, ragazzo o ragazza, adulti di riferimento (genitori o altre figure nel caso di minori stranieri non accompagnati), e anche dove possibile e ritenuto utile attraverso i mediatori linguistico-culturali, dovrebbero essere raccolte informazioni sugli usi linguistici in famiglia, sulle lingue che il ragazzo è in grado di parlare, leggere e scrivere e così via. Osservare i propri studenti da questa angolatura spesso riserva sorprese inattese anche per quanto riguarda i ragazzi italiani e italofoni: gli spazi linguistici che abitiamo sono sempre più complessi di quanto ci possiamo immaginare.

2. Aiutare gli studenti nell'auto-osservazione
Aiutare gli studenti sia ad osservare che a riflettere su tutte le diversità linguistiche con cui sono in contatto, tanto all’interno del proprio contesto immediato (famiglia, classe, amicizie), quanto all’interno della comunità di riferimento (città, regione, Paese). Questo tipo di (auto) osservazione amplia negli studenti la consapevolezza del pluralismo/plurilinguismo che “normalmente” ci circonda e opera come antidoto rispetto a una serie di pregiudizi e stereotipi su lingue, dialetti e culture. Come anche Luatti e Favaro hanno sostenuto in più pubblicazioni, costruire/ricostruire la biografia linguistica degli studenti –ma anche dei luoghi– è una attività che possiamo e dobbiamo promuovere nelle classi. È una pratica densa di significati personali e interpersonali, sociali e culturali che favorisce il percorso di crescita dei singoli e delle comunità.

3. Sollecitare la curiosità verso le lingue 
Sollecitare negli studenti la curiosità verso il “funzionamento” le lingue: la comparazione interlinguistica, su tutti i livelli della grammatica e a partire dai codici più familiari, aiuta a consolidare routine cognitive che consentiranno gradualmente agli studenti di “imparare ad imparare le lingue”, cogliendone analogie e differenze.

4. Incoraggiare l’uso di competenze e abilità linguistiche
Sostenere negli studenti l’uso di tutte le competenze e abilità linguistiche per svolgere compiti sfidanti e raggiungere obiettivi specifici (possibilmente attraverso lavori di gruppo svolti tramite modalità di peer education, cooperative learning, ecc.). Questo tipo di sollecitazione va a supporto delle pratiche translingui, che abituano i ragazzi e le ragazze ad affrontare compiti complessi grazie all’uso di più lingue, linguaggi e codici, aiutandosi reciprocamente in base alle proprie competenze e conoscenze linguistiche. Come esempi di attività in classe, pensiamo a cartelloni plurilingui, uso di testi in lingua originale “mediati” in italiano dal compagno bilingue, prendere appunti in lingua diversa dall’italiano, ecc. ecc.

5. Incoraggiare l'uso di più lingue
Stimolare gli studenti ad osservare, interpretare e utilizzare più lingue e varietà, codici, stili e registri linguistici adeguati ai contesti, ai compiti, agli obiettivi comunicativi ecc. Riflettere sulla funzione del cambiamento di codice o sul valore pragmatico di registri e stili nelle diverse lingue aiuta ad affinare la competenza comunicativa e a comprendere la relatività storica e socio-culturale delle norme di uso linguistico.

Imparare assieme per imparare a vivere assieme

Ma perché fare tutto questo? Che importanza può avere dare spazio, a scuola, a lingue che non sono quelle di insegnamento (italiano e lingue straniere curricolari)? Sono tanti gli studi che ci spiegano perché e per come. Alcuni dei motivi addotti sono più intuitivi, altri più da addetti ai lavori. Certo è facile capire che dare diritto di cittadinanza nelle aule scolastiche, accogliere e mostrare la presenza delle lingue e scritture “altre” le eleva immediatamente a pari grado dell’italiano, lingua nazionale, e delle lingue straniere materia di insegnamento, contribuendo ad attenuare quel pregiudizio che spesso fa pensare agli insegnanti che non è un peccato dimenticarsi o non coltivare adeguatamente una lingua di origine diversa da quelle ammesse a scuola.
La proposta è quella di iniziare a pensare la valorizzazione del plurilinguismo a scuola come uno degli indicatori dell’apertura ai nuovi scenari sociali globali, della proiezione verso le complessità che sempre più ci riserverà il futuro, e come misura dell’accoglienza alle persone concrete, le ragazze e i ragazzi, che quelle lingue abitano quotidianamente. Molti hanno ripetuto come l’educazione linguistica sia la base per l’accesso ai diritti di cittadinanza (si pensi anche solo a Freire, Don Milani, De Mauro), lo strumento per dare voce alle persone e ai gruppi, il modo per costringere le componenti sociali a negoziare e rinegoziare significati e concetti, regole e principi, la chiave per accedere alle informazioni, per riceverle e decodificarle ma anche per produrle e diffonderle: un tassello ineludibile per la costruzione della cittadinanza democratica. A questo punto, in un panorama così multiforme, è a mio avviso necessario rideclinare l’educazione linguistica in termini di educazione pluri-linguistica. È sicuramente un tema di equità e pari rappresentazione a scuola, certo, ma anche una competenza strategica per gli scenari di domani -per tutte/i e per ciascuna/o.

Per saperne di più

Chiappelli, T., Manetti, C., Pona, A. (2016) Verso una scuola plurale. Sperimentando la varietà attraverso lingue, linguaggi, scritture, Roma, Aracne.
Chiappelli, T. (2016) Imparare assieme per imparare a vivere assieme. Inclusione scolastica e coesione sociale negli scenari 2.0, Firenze, Nerbini.
Chiappelli, T., Manetti, C., Pona, A. (a cura di) (2015), La valorizzazione dell’intercultura e del plurilinguismo a scuola. Sperimentando la varietà attraverso lingue, linguaggi, scritture, Pistoia, GF Press.
Gentile, M., Chiappelli, T. (2016) Intercultura e inclusione. Il cooperative learning nella classe plurilingue, Milano, Franco Angeli.
 

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