L’integrazione comincia dalle parole

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Vi siete mai soffermati a riflettere sui termini che si usano per definire bambini, e adulti, con cognomi “non italiani”? Qui proviamo a farlo perché le parole possono essere pietre. Di Gilberto Bettinelli. 

bambini primaria stranieri bilingui

In un mondo in cui l’informazione diventa risorsa centrale, le parole che utilizziamo non sono più soltanto modi di nominare le cose, ma acquistano il potere di farle esistere, di renderle parte del nostro tessuto sociale quotidiano. Dunque non è indifferente il linguaggio con cui ci indirizziamo agli effetti delle grandi migrazioni contemporanee e al confronto inevitabile tra le culture che si produce in una società planetaria nella quale i confini tradizionali che le separavano si indeboliscono o vengono distrutti. Il fatto che utilizziamo una categoria o un’altra per qualificare tali fenomeni è già quasi una scelta di campo.
(A.Melucci, in “Parole chiave per un nuovo lessico delle scienze sociali”, Carocci, Roma 2000)

Che termini usiamo quando parliamo o scriviamo dei nostri alunni che hanno nomi e cognomi come Anisa Bekjiri, Samuel Kuqali, Chen Nuo, Sing Indervir…? Scriviamo nei nostri report che sono alunni stranieri? Parlando fra colleghe ci riferiamo a loro dicendo “la mia bambina/il mio bambino macedone” o albanese, cinese, indiano? O persino “il mio cinesino”? Diciamo che in classe abbiamo un certo numero di extracomunitari, di immigrati?
In effetti non è semplice denominare quei bambini, e i loro famigliari, e sovente il linguaggio comune, ma anche quello di articoli come questo, usa termini talvolta scorretti, altre volte corretti ma inadeguati ed estranianti che rimarcano differenze e distanze invece che sottolineare comunanze. Cambiare l’uso delle parole non è facile. Chi sono i portatori di quei nomi e cognomi “strani”: stranieri, immigrati, extracomunitari, di seconda generazione (G2), di origine straniera, cittadini non italiani (CNI), clandestini, irregolari ?
Ci viene facile dire che sono stranieri, la maggior parte in effetti lo sono anche se nati in Italia, lo sono dal punto di vista giuridico in quanto non hanno la cittadinanza del nostro paese. Ma è proprio inadeguato, addirittura portatore di uno stigma che distanzia, definire come tale un bambino nato qui che ha frequentato asilo nido, scuola dell’infanzia e primaria italiane e/o che sta con noi da tempo: come possiamo continuare a dirlo straniero? I report ministeriali li definiscono per lo più con un termine che vorrebbe essere al contempo corretto e meno differenziante: CNI, cittadini non italiani, sottolineando così il fatto che sono comunque cittadini portatori di diritti e doveri.
I sociologi chiamano G2, seconde generazioni, bimbi e ragazzi nati in Italia, figli degli immigrati, sui quali hanno prodotti studi e ricerche. Anche immigrato è una parola che dobbiamo manipolare con una certa cautela, non tutti i figli di genitori immigrati, sono tali, chi è nato in Italia – e oggi sono la gran parte degli alunni nel ciclo di base – non è un immigrato.
Extracomunitario poi è un termine che ha assunto un valore fortemente negativo. Chi ci viene in mente quando lo sentiamo? Alcune ricerche relative alle rappresentazioni hanno evidenziato che extracomunitario è associato con povertà/miseria – magari vende fiori per strada o lava vetri ai semafori o si dà alla piccola delinquenza – colore della pelle differente, parlante un italiano scarso... Giuridicamente è un termine corretto per indicare chi non ha la cittadinanza di uno dei paesi dell’Unione Europea, dunque giapponesi, canadesi, australiani, statunitensi e, fra un po’, britannici, sono extracomunitari ma non lo è certamente un rom proveniente dalla Romania o dalla Bulgaria, sono paesi della UE! Eppure la rappresentazione che scatta al suono di “extracomunitario” è tutt’altra. In ogni caso quell’extra sottolinea differenza, diffidenza, distanza, esclusione da un gruppo, quando non l’immagine di una persona che ha qualcosa da nascondere…. un clandestino, appunto, uno che è qui di nascosto, per fare chissà cosa di negativo. La clandestinità è cosa diversa dall’essere irregolari. È un altro caso in cui la sovrapposizione fra significati letterali e rappresentazioni provoca dei corto circuiti negativi: una persona irregolare è letteralmente non in regola, non ha i documenti corretti per stare in un paese, o gli sono scaduti, ma non è detto che sia un delinquente, per lo più non lo è laddove invece “clandestino”, ci richiama a qualcuno che si muove nell’ombra con intenzioni quantomeno dubbie.
Come allora dobbiamo definire quei nostri bambini? Si tratta di avere presenti contesti e situazioni, di usare termini corretti evitando quelli in cui le rappresentazioni negative prendono il sopravvento sul significato letterale. In report e relazioni potremmo scrivere di CNI (cittadini non italiani) e di NAI (neoarrivati in Italia) se abbiamo necessità di sottolineare alcune caratteristiche per attivare progetti, sostenere interventi didattici specifici, dare dati statistici significativi ai fini di certe scelte di politica scolastica. Ma nei nostri discorsi fra colleghi quei bambini saranno sempre Li Li, Indervir, Roman, Ahmed, Ricardo...

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