Scuola e famiglie adottive: dire, fare, raccontare

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Scuola e famiglie adottive: dire, fare, raccontare

Intervista a Monya Ferritti

Come la scuola può parlare e collaborare con le famiglie adottive? Ne abbiamo parlato con Monya Ferritti, presidente dell’associazione GenitoriChe Onlus e autrice per Giunti del volume "Il momento tanto atteso" (2011). 

Copertina "Il momento tanto atteso"

Bambini adottati a scuola: di quali specificità e caratteristiche occorre tener conto?

I bambini adottati, sia con adozione nazionale che internazionale, hanno tutti una storia in cui sono presenti l’abbandono e successivamente l’incontro con una nuova famiglia. Nel caso dell’adozione internazionale, i bambini hanno vissuto anche lo sradicamento dal proprio ambiente di vita originario. Spesso si tratta di bambini che portano con sé delle fragilità legate al proprio valore dovute alla storia vissuta. A partire da queste specificità che la scuola può invece rappresentare per i bambini adottati e le loro famiglie un luogo positivo e accogliente di inserimento all’interno di un contesto sociale allargato.

Tuttavia a volte la scuola fa coincidere il bambino adottato con il bambino immigrato, riservando la stessa offerta formativa o attenzione interculturale. Il bambino adottato, però, anche se proviene da un altro paese, parla un’altra lingua o è fenotipicamente diverso non è un bambino immigrato. Il bambino adottato è un bambino che ha genitori italiani e vive in un ambiente culturale italiano, non mantiene lingua e tradizioni del proprio paese e i tratti somatici differenti non sono il segno di appartenenza alla propria famiglia

In che modo possono collaborare famiglie e insegnanti in questi casi? 

È importante che la scuola conosca, attraverso il dialogo con le famiglie, le notizie più importanti relative al bambino adottato prima dell’inserimento in classe: non solo il paese di provenienza, se è un bambino adottato internazionalmente, ma anche da quanto tempo è arrivato in Italia, se è già scolarizzato, ecc. al fine di rispondere adeguatamente al compito di accoglienza e integrazione.

I bambini adottati che sono inseriti alla scuola dell’infanzia 

possono manifestare un ritardo psicomotorio o del linguaggio o difficoltà legate alla simbolizzazione. I bambini della scuola primaria possono avere difficoltà di apprendimento, difficoltà nei processi di astrazione, difficoltà di concentrazione. Sono comunque bambini che hanno già sperimentato una grande capacità di adattamento e questa competenza può tornare di aiuto nuovamente.

Ha qualche consiglio da dare agli insegnanti su parti e momenti "sensibili" del programma e della didattica (per esempio la "storia personale")?

Data la numerosità di bambini che vengono adottati annualmente dalle famiglie italiane, oltre 4000 bambini solo per l’adozione internazionale, è importante che la scuola cominci a conoscere e usare adeguatamente il linguaggio dell’adozione, ad esempio eliminando dal proprio vocabolario la definizione genitori veri oppure sostituire adozione a distanza con la più corretta dicitura sostegno a distanza. I docenti, inoltre, possono inserire l’adozione come uno dei modi per diventare famiglia quando in classe affrontano il tema della famiglia, a prescindere dalla presenza di un bambino adottato in classe.

Va poi rispettato il desiderio del bambino di raccontare la propria storia o di non raccontarla affatto e per questo le attività specifiche sulla storia personale devono mantenere una struttura estremamente flessibile al fine di descrivere il proprio passato come si vuole. L’insegnante deve anche essere pronto a raccogliere le emozioni che proverranno dai racconti di chi ha una storia differente, emozioni che nascono da chi racconta ma che si estenderanno ai bambini che ascoltano, poiché scoprire e capire cosa significa nascere e poi restare soli è difficile per qualsiasi bambino.

Nel suo romanzo Il momento tanto atteso racconta una storia d’adozione, dal punto di vista di una bambina: perché ha scelto questo sguardo? E per quale motivo ha voluto affrontare l’argomento in chiave narrativa?

Il racconto narra l’attesa di una bambina di suo fratello che arriverà da lontano. Quando si è bambini il tempo dell’attesa è ancora più dilatato e l’attesa della bambina è un’attesa lunga che inizia alla scuola dell’infanzia e prosegue poi alla primaria ed è condivisa con le maestre e i compagni di classe.

Quando ho vissuto personalmente l’attesa del mio secondo figlio dalla Cambogia sentivo la necessità di avere un testo che mi aiutasse a descrivere l’attesa a mia figlia, che era molto piccola. Esistono molti racconti dedicati ai piccoli lettori che narrano il mondo dell’adozione attraverso lo sguardo dei genitori adottivi alla ricerca del figlio lontano o attraverso lo sguardo del figlio adottato che rivive la passata o nuova esperienza, ma non c’era nulla che riguardasse i fratelli che aspettano, la loro attesa e le loro emozioni. Attraverso questo racconto ho provato a offrire elementi di decodificazione anche a tutti quei bambini, e alle loro famiglie, che sono coinvolti indirettamente dall’adozione, come i cugini, i compagni di classe, della squadra sportiva o dei giardinetti di un bambino o una bambina adottati.

In che modo l’associazione di cui è presidente affronta il rapporto scuola-famiglie di bambini adottati?

L’associazione GenitoriChe è tra le associazioni fondatrici del Coordinamento CARE, un Coordinamento di Associazioni familiari adottive e affidatarie. Il Coordinamento partecipa al Tavolo di Lavoro del MIUR, Dipartimento per l'Istruzione - Direzione Generale per lo Studente, l'Integrazione, la Partecipazione e la Comunicazione (D.M. 18/04/2011), che studia le complesse problematiche che riguardano l'inserimento scolastico dei numerosi minori adottati e in condizione di affidamento temporaneo etero famigliare.

L'attività del gruppo di lavoro è finalizzata alla redazione di norme e/o direttive nazionali attinenti le più adeguate modalità di accoglienza scolastica di tale tipologia di allievi nella scuola dell’infanzia, nella scuola primaria e nella secondaria di primo grado. Oltre a questo l’Associazione GenitoriChe ospita sul proprio sito numerosi articoli sul tema dell’accoglienza a scuola dei bambini adottati.

Per saperne di più

Monya Ferritti ha collaborato al numero 10 di “Scuola dell’infanzia” con un intervento sulle relazioni degli insegnanti con le famiglie di figli adottati. Potete leggere il pezzo, scritto a quattro mani con Anna Guerrieri (presidente dell’Associazione Genitori si diventa), qui. Insieme, Monya Ferritti e Anna Guerrieri, hanno scritto anche Un prima e un dopo, “Scuola dell’Infanzia” 2/2008 e Al centro del Fiore, “Vita Scolastica”, 3/2008.

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