Rivoluzionare la didattica tradizionale: l’esperienza di Don Milani

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Rivoluzionare la didattica tradizionale: l’esperienza di Don Milani

Ieri, in occasione della mostra “Barbiana e la scuola”, Pamela Giorgi ha illustrato il suo lavoro sulla rivoluzione didattica proposta da Lorenzo Milani, ricostruita attraverso la lettura di foto d’archivio. Pubblichiamo una parte della sua relazione e le slide con le foto. 

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Fuori dalla classe, il telaio, Scuola di Barbiana, anni cinquanta

Le ragioni di un confronto

Il breve racconto che in questa sede vi farò relativamente all’esperienza che Don Lorenzo Milani condusse, tra il 1954 e il 1967, a Barbiana, una località montana del Mugello allora molto povera ed isolata, sarà accompagnato dall’analisi di alcune immagini fotografiche che potete scaricare qui o dal box in alto: troverete sia foto che fanno parte della mostra "Barbiana e la scuola", sia immagini scolari di tipologia del tutto diversa, che metterò a confronto con le foto della scuola di Lorenzo Milani.

Il confronto, infatti, mi è sembrato poter essere di ausilio per comprendere meglio la "rivoluzione" o, se si preferisce, la rottura che, in quella fase storica, esperienze come quella di Barbiana hanno contribuito a determinare nell’assetto scolastico di tipo tradizionale, basato su una didattica di tipo trasmissivo e su un'idea di scuola come strumento di mera alfabetizzazione di base al servizio dell’ordine economico-sociale esistente.

Foto di scuola

Sono arrivata ad occuparmi dell’archivio fotografico della Fondazione Don Lorenzo Milani – per l’allestimento della mostra Barbiana e la sua scuola e la pubblicazione del libro fotografico dal medesimo titolo (Aska edizioni, Firenze 2014) curati entrambi con Sandra Gesualdi (Fondazione DLM) – come approdo di un lungo lavoro di inventariazione, messa in rete e valorizzazione svolto negli anni 2009-2013 su un archivio fotografico a tema scolare, ma molto diverso per origine, intento e tipologia degli scatti rispetto a quelli della Fondazione DLM (si veda al proposito fotoedu.indire.it e L’obiettivo sulla scuola. Immagini dall’archivio fotografico INIDRE, P. Giorgi e E. Franchi (cur.), Giunti, Firenze 2012, catalogo dell’omonima mostra fotografica). L’archivio in questione è quello presente tra i numerosi fondi storico documentari dell’Istituto Nazionale di Documentazione Innovazione e Ricerca Educativa (Indire) di Firenze.

La fotografia contribuisce a mettere in mostra i molteplici volti dell’azione scolastica e ancora di più vi contribuisce il confronto tra immagini di tipo storico educativo tanto diverse tra loro, come appunto quelle che vi mostrerò. A tal proposito occorre specificare che il secondo archivio, quello INDIRE, contiene in prevalenza scatti commissionati ed effettuati con logiche di documentazione ed espositive in cui i registri linguistici adottati erano tesi in prevalenza a mostrare la conformità del sistema scolastico alle finalità di un paese indirizzato alla modernizzazione e alla piena adesione ad un progetto socio economico di stampo liberal-borghese e poi fascista. L’istituto fiorentino, infatti, sebbene avesse visto i suoi esordi con la Mostra didattica nazionale di Firenze del 1925, frutto dell’elaborazione concettuale dell’attivismo pedagogico (in particolare di un suo insigne esponente, Giuseppe Lombardo Radice), era divenuto ben presto ‘macchina’ ministeriale, piegata a logiche di sostegno ad un progetto scolastico, che per brevità potremmo definire, semplificando, di tipo “conservatore”. Ovviamente questo confronto tra immagini provenienti da archivi diversi ha implicato l’analisi di un corpus fotografico consistente (14.000 immagini sono quelle dell’Archivio Indire, 500 quelle dell’archivio DLM), la necessità di una puntuale critica delle fonti iconografiche da confrontare con altri documenti, tenendo sempre conto delle possibili funzioni, della retorica presente, delle possibili destinazioni d’uso, delle tradizioni narrative e iconografiche cui si richiamano.

Ora, occorre specificare che la fotografia coniuga più piani di analisi tutti da scandagliare, ma di essi, in questa sede, ce ne interessano unicamente due: il piano informativo (relativo alle notizie che le immagini mandano di spazi, utensili, abiti, gesti … quello che possiamo definire il setting educativo); e il piano della rappresentazione (più complesso da decifrare, perché si fa veicolo di messaggi ulteriori, di tipo ideologico, della visione del mondo di chi scatta o di chi commissiona lo scatto che con le sue finalità d’uso condiziona il messaggio fotografico. Per es. il punto di vista del ceto medio su quello popolare, o dell’uomo sulla donna, etc…). Per questo secondo piano di analisi è importante collocare, come abbiamo fatto, l’immagine nel suo contesto di appartenenza: ovvero “perché” e “per chi” fu fatto lo scatto (es. a fini istituzionali come quelli IINDIRE o a fini meramente di documentazione-ricordo come quelli di Barbiana, quindi con carattere prevalente di maggiore informalità).

Propaganda e utopia

Proviamo ad osservare insieme le immagini selezionate delle numerose scuole italiane che vennero inviate tra 1925 e 1965 all’Archivio INDIRE per documentare l’avanzamento della scuola di stato e quelle scattate a Barbiana da giornalisti ed amici di Don Milani in visita alla canonica e agli alunni, mettendo in luce cosa evidenziano sotto il profilo del piano informativo. Ad esempio, attraverso il confronto:

  • della tipologia di banchi e di sedute e della loro disposizione in classe;
  • della frontalità della cattedra rispetto ai banchi o dell’assenza di essa e della presenza di tavoli di lavoro collettivi;
  • del maestro in testa alla fila di alunni, oppure, invece, di alunni raggruppati sotto un albero in ascolto informale del maestro;
  • di alunni impegnati in esercizi ginnici simili quasi ad addestramenti militare o invece intenti in gioco che sembra non aver nulla a che vedere con la gara e l’esercitazione;
  • attività laboratoriali più creative e quanto più lontane iconograficamente dal lavoro nella fabbrica (etc…).

Tutto questo evidenzia chiaramente il contrapporsi tra didattica tradizionale di tipo trasmissivo e metodologie didattiche di matrice progressista di cui il segnale principale a livello visuale è in prima battuta lo stravolgimento del setting educativo.

Sotto il profilo del piano della rappresentazione emergono quelle che sono le ideologie di fondo che al sistema scolastico danno l’indirizzo. Cioè trasferendoci su questo secondo piano di analisi, possiamo rispondere alla domanda: “a quali diversi tipi di scuola ci rimandano le immagini?

Nelle immagini della scuola di Barbiana l’infanzia e la scuola si rivestono di valori simbolici facendosi emblema di una più ampia condizione umana, in cui alla la scuola è dato il compito di perseguire un progetto utopico: quello di essere strumento di miglioramento sociale effettivo, il luogo di superamento della diseguaglianza. Dove, per dirla alla Don Milani, “la parola fa eguali”. Nelle immagini istituzionali INDIRE, invece, si nota in primo luogo un mal celato intento propagandistico (nelle immagini del regime è ancor più marcato ed evidente) e in secondo luogo che esse si ispirano ad una visione ideologica stereotipata degli alunni, dei rapporti alunni insegnante, del ruolo e dei compiti della scuola. I linguaggi di ripresa certo favorivano queste composizioni (sino agli anni ’40 la foto era scattata con ingombranti macchine a lastre che richiedevano lunghi periodi espositivi e di posa e che spingevano a rimanere nell’alveo di una rappresentazione impostata, controllata e misurata). Ma non si tratta solo di questo, vi si rinviene pure una precisa scelta nella costruzione scenografica.

Un esempio chiaro si ha laddove nelle immagini si fa esplicito riferimento al “fare”: gli alunni sotto gli occhi attenti del loro maestro affondano con energia il badile nell’orto scolastico o lavorano nel laboratorio di falegnameria, preparandosi ordinatamente alla vita come piccoli contadini e operai. Vien da chiedersi: “A quale vita? A cosa li condurrà la scuola? Chi di loro riuscirà a raggiungere i traguardi prefissati? E quali traguardi?”.

Vecchi stereotipi, nuove formulazioni

Nel volume Storia dell’infanzia Franco Cambi (con Simonetta Ulivieri, La nuova Italia, Firenze 1988) declina al plurale il termine “infanzia” parlando a questo riguardo di tre tipologie: borghese-aristocratica; agro-pastorale; proletaria, le ultime due impegnate in genere in attività lavorative. Mi piace usare questa declinazione per accingermi a parlare adesso di Don Milani, che nel corso del suo operato si pose il problema se queste due ultime infanzie, connotate storicamente dal lavoro e dalla fatica, trovassero un reale riscatto nella scuola tradizionale.
Le immagini dell’Archivio INDIRE contengono spesso il topos dell’alunno povero ma laborioso, destinato dalla scuola ad un apprendimento di base che lo condurrà, senza discostarsi dalla sua provenienza sociale, a ripetere le stesse azioni della famiglia di origine, ma con le competenze necessarie ad una società modernizzata. Ciò in linea con le logiche di progresso di un paese ancora molto arretrato, che induceva a guardare con occhio benevolo una scuola che cooperasse in tal senso per rispondere alle primarie esigenze di sviluppo economico.

Tali scatti ci rimandano così ad un universo giovanile ufficiale controllato e stereotipato, corrispondente a quell’ideale che la borghesia aveva della gioventù e della sua futura collocazione nell’ordine economico sociale esistente, che non doveva essere messo in discussione dai percorsi scolastici, ma anzi suffragato e sostenuto da essi: la formazione ottenuta nel corso dell’orario scolastico si proiettava nelle funzioni economico-sociali future, l’alunno che operava nel campo o al bancone del falegname faceva presagire l’immagine del futuro contadino e operaio. Scuola ed extra scuola erano in sintesi inscindibilmente connessi in una continuità di destino, che le immagini vogliono evidenziare.

Milioni di soldati obbedienti

Di fatto la struttura dell’insegnamento, della scuola post-unitaria e poi di quella uscita dalla riforma Gentile del 1924, rifletteva e non discuteva i rapporti di forza interni all’economia: la traiettoria scolastica era marcata dall’origine sociale, dalla situazione di partenza delle famiglie degli alunni che si perpetuava in accessi a percorsi di studio diseguali, risultati diseguali, meccanismi di selezione e di dispersione, qualifiche professionali diseguali ed in seguito diseguale inserimento nel mercato del lavoro.
A lungo l’aspetto della centralità della formazione alla professione caratterizzò la scuola rivolta agli strati più umili della popolazione verso i quali anche in quella sede si perpetuava l’esclusione di fatto dai ruoli dirigenziali a vantaggio delle professioni manuali e dell’acquisizione di competenze appena sufficienti a ricoprire mansioni tecniche intermedie. In questa ottica si legittimavano tutte quelle forme discriminatorie che limitavano l’accesso ai livelli più alti di istruzione agli alunni degli strati popolari.

A quanto detto il fascismo impresse solo aspetti ulteriori che si riflettono in immagini scolari che assumono il contorno di locandine-manifesto: bandiere in classe, fasci littori, parate militari (etc…), ricordano a chi guarda che la scuola non alfabetizzava solo in funzione del modello economico, ma costituiva anche avamposto politico. Proprio Don Lorenzo Milani in Lettera ai Giudici (1965), facendo riferimento all’epopea coloniale italiana, aveva analizzato bene i meccanismi alla base del progetto educativo della scuola fascista, il suo veicolare i valori del regime facendo si che ad essi si conformassero le coscienze delle nuove generazioni, destinate ad essere cittadini dell’Impero di domani:

Avevo 13 anni. Mi par oggi. Saltavo di gioia per l’Impero. I nostri maestri si erano dimenticati di dirci che gli Etiopici erano migliori di noi che andavamo a bruciare le loro capanne con dentro le loro donne e i loro bambini, mentre loro non ci avevano fatto nulla. Quella scuola vile, preparava (consciamente o inconsciamente) gli orrori di tre anni dopo. Preparava milioni di soldati obbedienti. Preparava milioni di morti.

Il tempo a disposizione mi consente di toccare se non di sfuggita altri due temi fondamentali della scuola di stampo tradizionale, messi in poi discussione dalla scuola di Barbiana e non solo da essa: il ruolo giocato dal sesso, cioè per le femmine la scuola tradizionale perpetuò quell’educazione legata in prevalenza ai tradizionali compiti di cura e accudimento; e il ruolo giocato dalla disabilità, laddove cioè fino agli anni ’70 (quando è previsto l’inserimento nella scuola con il sostegno) l’educazione e formazione dei disabili fu affidata a strutture separate e ad hoc in cui essi subiscono l’isolamento dagli altri.

Rinascite e fermenti: da Codignola a Ciari a Freinet

Nel Dopoguerra, nell’Italia democratica si realizza una vera e propria frattura almeno in una parte del mondo della scuola che porterà avanti delle istanze fortemente innovatrici, in seguito recepite anche dal legislatore. Di fronte ai grandi mutamenti avvenuti in quegli anni la scuola si presentava come datata, portatrice di modelli e metodologie di stampo conservatore: si apriva così una lettura critica del sistema scolastico tradizionale, demistificato nei suoi volti talvolta autoritari e nel suo collocarsi al servizio della società così come è, perpetuandone le disuguaglianze. In questo clima di revisione radicale dei processi educativi vennero affermandosi dei modelli alternativi orientati verso principi e valori ‘altri’ rispetto a quelli borghesi-capitalistici che avevano determinato la scuola post unitaria, fascista e del primo decennio dell’Italia democratica (perché per taluni aspetti è rinvenibile tra queste fasi storiche una parziale continuità di ideologia).

In molti pedagogisti e docenti progressisti si insinuò una vera e propria coscienza politica per cui la scuola avrebbe dovuto andare oltre la semplice alfabetizzazione al servizio prevalente del sistema economico dominante, di cui riproduceva le dinamiche interne e l’ingiustizia. Da quel momento la scuola apparve scandita da alcuni aspetti problematici che ancora oggi la attraversano: scuola di massa contro scuola di élite; scuola di tutti contro scuola selettiva; scuola di cultura e disinteressata (solo per la formazione dell’uomo) contro scuola finalizzata e professionalizzante; scuola libera contro scuola conformatrice.

Furono molteplici gli attori di questa rottura con il passato, in parte eredi di quell’attivismo che già in epoche più lontane aveva sostenuto metodologie educative diverse rispetto alla scuola tradizionale. Solo per brevità citiamo alcune esperienze toscane: nel 1944 a Firenze Ernesto Codignola dava vita alla Scuola città Pestalozzi; nei dintorni del capoluogo Toscano, nella frazione di San Gersolé, la maestra Maria Maltoni lavorava già da anni in tale direzione di formazione universalistica dei suoi alunni; e sempre a Firenze dette il via alla sua esperienza didattica il maestro Bruno Ciari, aderente al Movimento di Coperazione educativa, nato in Italia nel 1951 per dar seguito, con numerose e celebri esperienze didattiche, alle idee di Célestin Freinet.

Lorenzo Milani: la politica, la didattica e la scuola

In questa sede ricordiamo un’altra esperienza toscana dalle ricadute nazionali, quella, appunto di Don Lorenzo Milani a Barbiana. Si è detto che Don Milani ruppe con le pratiche scolastico educative tradizionali, formalistiche, conformistiche, che da sempre avevano agito nel senso della riproduzione delle interne divisioni e stratificazioni della società borghese perpetuandone ideali e ingiustizia, per favorire la formazione di soggetti più aperti, creativi, indipendenti ed orientati al dissenso. Dietro questa esperienza si delineava un modo di intendere la scuola di tipo critico-radicale: ispirato al principio valore della differenza/alterità, criterio guida di ogni pedagogia progressista.
La pedagogia alternativa di quegli anni, tra cui quella di Don Milani, ebbe dunque una precisa coscienza politica: si pose dalla parte degli oppressi ed attivò processi di apprendimento che andarono oltre una semplice alfabetizzazione per giungere alla ‘conscientizzazione’ che si sarebbe sviluppata con la conquista del linguaggio, con la capacità di possedere la parola in modo da produrre emancipazione delle coscienze dei ceti diseredati innalzandoli alla riappropriazione della vita civile.

Questa impostazione pedagogico educativa si fondava su un radicalismo socialmente orientato, teso al riscatto di gruppi sociali più marginali e nutrito da una forte spinta utopistica e da impegno rivoluzionario, che induceva a dare attenzione e centralità a quella fascia di alunni che la società marchiava come "ultimi", predestinati sin dalla nascita ad occupare i gradini più bassi della scala sociale (generalmente gerarchizzata e immobile): sul piano didattico questa impostazione ideologica determinò lo spostamento dell’asse delle metodologie rispetto all’ordinario mettendo in atto strategie che consentissero a tutti di acquisire una formazione ampia e vincolata ad altre priorità rispetto a quelle economiche. Il sapere tradizionale trasmissivo e calato dall’alto a Barbiana perdeva il suo primato a favore di un apprendimento che prendeva spunto dalla vita reale. Il contatto diretto con la realtà (nulla di nuovo già lo diceva l’attivismo e lo praticavano nelle loro aule anche i maestri del movimento di cooperazione educativa) presupponeva innanzi tutto l’infrangersi dei limiti spaziali: ecco così la didattica sotto la pergola, nei prati esterni alla canonica, nei teatri, al mare e nelle città d’arte dove il priore porta in visita i suoi ragazzi di montagna (unitamente bambini, bambine e disabili); o l’apprendimento cooperativo e la continua differenziazione dei percorsi per rispondere alle esigenze di personalizzazione; così come la lettura del giornale e la scrittura collettiva.

Al centro del progetto didattico non era tanto, come si evince anche dalla documentazione fotografica, la formazione alla professione, ma l’idea più ampia di crescita civile e culturale degli alunni, il loro sviluppo cognitivo, la capacità di esercitare diritti e doveri e di essere alla fine cittadini del mondo e non mere pedine di un sistema economico.
L’opera di Don Milani fu di certo centrale e toccò l’identità educativa almeno in 2 direzioni: richiamò la scuola alla sua fondamentale politicità in sintonia con quelle forze progressiste che dovevano tendere all’emancipazione dell’uomo e mise meglio a fuoco tutte quelle metodologie e modelli che guardavano in senso libertario, anti-autoritario, creativo in una traiettoria esplicitamente utopica.

Per chiudere, la rivoluzione di cui fu protagonista Don Lorenzo Milani a Barbiana - insieme a chi, forse con minore risonanza, in altre aule d’Italia portò avanti le medesime istanze - fu il marcare la differenza di finalità tra due tipi di scuola: una per istruire e una per educare.
Per usare le parole della sopra citata Maria Maltoni, maestra a San Gersolé tra il 1920 e il 1956:

La prima [la scuola per istruire] ha per traguardo l’esame, la seconda [la scuola per educare] la vita. La prima mira a formare il professionista, la seconda l’uomo. La prima lavora sulla mente e fida sulla memoria. La seconda mira al cuore e confida nelle sue invisibili conquiste. Il maestro che istruisce vuole che gli siano resi subito i risultati del suo operato, quello che educa li affida al tempo e non chiede che alla vita le sue risposte. Io mi son scelta la scuola che si propone di educare.

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