La lettura contro i pregiudizi

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La lettura contro i pregiudizi

Intervista a Guido Sgardoli

 Guido Sgardoli riceve il 19 marzo 2013 il Premio Ceppo Ragazzi. In questa intervista ci parla di lettura, cultura e pregiudizi.

Guido Sgardoli

Autore poliedrico e sempre pronto a mettersi in gioco nei confronti dei suoi lettori, Guido Sgardoli riceve il 19 marzo 2013 il Premio Ceppo Ragazzi, istituito sette anni fa dall'Accademia Pistoiese del Ceppo. Nella motivazione per l’assegnazione del Premio, chi scrive sottolinea quanto Sgardoli sia stato coraggioso nell’intraprendere con i suoi libri “un viaggio per promuovere alcuni valori fondamentali, senza aver l’obbligo di piacere per forza andando incontro alle aspettative dei giovani lettori”. Proprio da una riflessione critica condotta sull’opera di Sgardoli sono state enucleate sei parole chiave, sulle quali lo scrittore ha poi elaborato una lectio magistralis, la prima Ceppo Ragazzi Lecture, a cura di Paolo Fabrizio Iacuzzi, intitolata Scrittura e pregiudizio (pubblicata nel n. 98, della rivista LiBeR). Le parole sono: amicizia, viaggio, sfida, paternità, famiglia, mistero. Gli abbiamo rivolto alcune domande.

All'amicizia, e alla comprensione delle ragioni dell’altro, si lega inevitabilmente il pregiudizio. Nei suoi libri, scrive nella lectio, c’è sempre un personaggio “in qualche modo discriminato, perseguitato, considerato a torto differente”, come Yndig de Il grande libro degli Sgnuk (Giunti, 2006), deriso dai coetanei, o l’arrabbiatissimo Fabio Spaccatutto (Giunti, 2007). Quali sono i pregiudizi con i quali si devono confrontare i ragazzi di oggi e come parlarne ai ragazzi?

I pregiudizi, come sempre, giungono ai ragazzi dal mondo contaminato degli adulti. Dunque i pregiudizi di oggi sono i pregiudizi degli adulti di oggi, ossia preconcetti basati in prevalenza sulla discriminazione economica e sessuale. La composizione delle classi, la multirazzialità, rendono il pregiudizio legato al colore della pelle superato. Il braccio armato del pregiudizio, il bullismo moderno, prende di mira il ragazzino che ha minori possibilità economiche o quello che dimostra una sensibilità straordinaria, scambiata superficialmente per differente orientamento sessuale.

Le notizie, purtroppo di cronaca, che riportano i quotidiani paiono confermare questa tendenza. La scrittura e dunque i libri possono aiutare mostrando differenti punti di vista. La classica espressione “mettersi nelle scarpe di…”, che suona banale ma non è mai abbastanza praticata.

Nella lectio parla dell’importanza del “punto di vista”, definendolo “una grande conquista intellettiva. Essere capaci di modificarlo, mostrarsi flessibili, non può che aiutarci a comprendere quanto ci circonda”. Penso alle peripezie e alla complicità di Camilla e Filippo nei libri della collana “Avventure allo zoo” (EL) o a Fiorello e Pepita, protagonisti di 24.000 uova (Giunti, 2007), che fanno amicizia con gli animali e si impegnano a loro favore. Letture come queste possono contribuire a formare un tale punto di vista?

Certamente. Come fondamentale sarebbe avere un animale in casa quando si è piccoli. L’animale rappresenta il primo elemento “diverso” con il quale entriamo in contatto, la prima vera occasione per misurarci con un essere vivente che ha un punto di vista differente dal nostro. È anche la prima occasione per comprendere e condividere. Non è poco. Se mediata con la giusta attenzione, l’esperienza di un animale si trasforma in una piccola grande scuola di tolleranza e di comprensione. Purtroppo la pigrizia, la mancanza di tempo o il semplice disinteresse di certi genitori fanno sì che tali occasioni vadano sprecate.

L’analogia tra le vicende animali e quelle umane è di facile intuizione e molto efficace. Spesso sorprende e altrettanto spesso resta impressa. Scimmie o ominidi, ci siamo evoluti partendo da un mondo fatto di necessità primarie simile a quello degli animali, e per quante arie cerchiamo di darci molti dei nostri comportamenti riconoscono ancora oggi una matrice primitiva. Riconoscerlo non può che aiutarci a comprendere meglio la nostra stessa natura e, di conseguenza, la realtà che ci circonda.

Parlando di letteratura e di tendenze nella narrativa per ragazzi, lei scrive che “Il classico è un libro che più di altri parla il linguaggio dei libri, perché al linguaggio dei libri – che è il linguaggio dell’Uomo poiché deriva dall’Uomo – attinge”. Cosa ne pensa della capacità dei ragazzi di comprendere storie ambientate in epoche così distanti?

Non necessariamente il classico è un libro vecchio. E in ogni caso, comprendere storie ambientate in epoche distanti dalle nostre è un falso problema. Le storie che colpiscono, che restano, ci riescono non per la loro ambientazione (raramente ciò accade), ma per quello che sono capaci di raccontare, per le sensazioni che trasmettono. I classici vengono spesso visti come qualcosa di ostico, di pesante, di insuperabile. Forse per colpa dell’aggettivo che li definisce: classico. Forse dovremo smettere di chiamarli così.

Operazioni di reinterpretazione da parte di bravi autori dei cosiddetti classici, possono rappresentare una via per indicare ai bambini lo spirito intrinseco di quelle storie, il cuore, il motore, la vera natura, che è appunto eterna, spogliandole degli orpelli del tempo (linguaggio, ritmica, equilibrio, riferimenti specifici), senza snaturare l’epoca e l’ambiente nel quale esse sono collocate, pur mantenendo, per quanto possibile, la voce del loro creatore. Esistono classici scritti soltanto ieri e classici che ancora non sono stati scritti.

Nel 2013 ricorre il 130° anniversario delle Avventure di Pinocchio in volume. Anche questo è un libro contro i pregiudizi? Come leggerlo ai ragazzi della primaria?

Pinocchio vive in un tempo che non è il nostro stesso tempo, eppure è attuale, talmente attuale da divenire addirittura immortale. Lo stesso ragionamento vale, ad esempio, per Zanna Bianca o L’Isola del tesoro, libri che rappresentano i classici della mia infanzia, della mia crescita.

Tutto quello che fa il burattino di Collodi è diverso, non convenzionale, e naturale per chi è bambino. Molte delle situazioni nelle quali si muove o agisce sono palcoscenici di satira sociale, di fustigazione di morigerati costumi (basti pensare al giudice scimmia), eppure la sua voce politica non sopravanza mai quella giocosa, irriverente, spensierata che è propria dell’infanzia, il proibito possibile. L’ho letto a mio figlio come ho fatto con altre storie, senza fornire strumenti in più. Credo che la forza di Pinocchio sia tale da non aver bisogno di aiuti o interpretazioni. Ogni lettore saprà cavarci quello che la sua storia, la sua coscienza, il suo vissuto, gli suggeriranno di fare.

Per saperne di più

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