Ci vuole il tempo che ci vuole

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Lentezza e cura: il ritmo giusto per i nostri bambini.

il tempo della lumaca

Un inizio racchiude sempre il tempo sicuro dei ricordi, quello inafferrabile del presente e l’incertezza del domani. Anche nell’educare, almeno per me che mi appresto a vivere tra i banchi una nuova stagione dopo quarant’anni d’insegnamento. Il mio dovrebbe essere un tempo scolastico scaduto, magari occupato da qualche collega più giovane come esercizio di un diritto o un dono da accogliere con intelligenza e passione. Oggi non è più così: anche nella scuola molti insegnanti sono costretti a subire un tempo ingessato, privo di un naturale scambio vitale tra le generazioni.

Allora eccomi qui a riflettere sul tempo educativo, in particolare sul modo migliore di spendere i giorni che dovrò condividere insieme a ventidue bambini e bambine di classe seconda che mi sono stati affidati. Parlare di didattica è parlare di un tempo dinamico che parte dagli elementi dell’occasionalità per costruire conoscenze. Ma quale percezione del tempo adulto hanno i bambini?

I loro occhi vedono mamme e papà sempre in affanno, maestre ansiose dalle cento braccia che reggono pile di quaderni da correggere, i-Pad, libri e riviste da consultare, divise tra riunioni collegiali e quotidiane incombenze familiari. A scuola non si ride più, abbiamo dimenticato la saggezza di Gianni Rodari, come se in aula non potessero entrare la calma, un po’ di leggerezza e di allegria. Le cose non vanno meglio a casa, dove troppi genitori sottopongono i figli ad un eccessivo carico di attività dopo l’impegno scolastico: oltre ai compiti, corsi pomeridiani di ogni genere e lunghe ore passate davanti a computer e Tv. Tanti ladri di tempo sottraggono ai bambini quello del gioco con gli amici, dell’ozio creativo, dell’esplorazione della natura programmando la loro vita persino nei minimi dettagli. 

Siamo nell’epoca del tempo senza attesa. – scriveva Gianfranco Zavalloni nelle suggestioni de La pedagogia della lumacaQuesto ha delle ripercussioni incredibili sul nostro modo di vivere. Non abbiamo più tempo di attendere, non sappiamo partecipare a un incontro senza essere disturbati da un cellulare, vogliamo tutto e subito, in tempo reale”. Almeno a scuola i bambini dovrebbero rallentare, imparare e fare le cose con il tempo che ci vuole, avere occasioni per parlare e ascoltare, giocare con la sabbia e le foglie, percepire i profumi e gli odori, scoprire il silenzio, cogliere le sfumature esercitando i “Diritti naturali di bimbi e bimbe”, il manifesto scritto in cento lingue diverse.

Ritorniamo a vivere tempi naturali, a rispettare i diversi ritmi di lavoro di ciascun alunno, soprattutto dei più piccoli che ci inducono a vivere momenti distesi per essere capaci di ascolto e di sguardi attenti. Non esiste buona pratica educativa senza un tempo rallentato, basti pensare soltanto ai problemi legati alla disabilità e all’inclusione.

Per noi maestre si tratta di intraprendere un nuovo itinerario educativo: snellire gli aspetti burocratici, semplificare i contenuti del programma a vantaggio di una didattica attiva che metta al centro il bambino e lavori sull’acquisizione di competenze durature. Fare, riflettere, documentare: sono queste le tappe di buone pratiche didattiche che hanno come punto di partenza l’esperienza e la ricerca-azione cooperativa come cammino. Nel delineare le finalità e i valori che stanno a fondamento della nostra azione educativa e nell’individuarne le priorità, ci vogliono coraggio, una diversa organizzazione del lavoro, risorse adeguate e un patto educativo con le famiglie, in modo che le parole finalmente coincidano con le cose.

dal blog "Vita da maestra"

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