Le scelte della mia scuola multiculturale - Feste e ospitalità

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Le scelte della mia scuola multiculturale - Feste e ospitalità

Come ci comportiamo quanto arriva a casa nostra un amico da lontano, durante un periodo di festa? Come accogliamo i bambini "stranieri" a scuola, in tempo di festa e no? Gilberto Bettinelli ci ricorda che ospitalità è conoscenza, gentilezza e anche negoziazione, spesso implicita, non dichiarata. Aspettando il convegno “A scuola nessuno è straniero”

Oscar Ghiglia, Magnolia

Oscar Ghiglia, "Magnolia", 1935 c.a. Dal sito di Farsetti Arte.

In occasione del convegno A scuola nessuno è straniero. La scuola multiculturale nel tempo delle scelte (18 marzo, Padova) abbiamo chiesto ad alcuni amici di "Sesamo" (insegnanti, educatori, dirigenti scolastici) di raccontarci una delle scelte che la scuola multiculturale si trova a fare ogni giorno. Oggi diamo voce a Gilberto Bettinelli.

Preferenze e attenzioni da scambiare

Supponiamo che io inviti un amico, conosciuto in un paese lontano, a cena o anche a trascorrere qualche giorno a casa mia durante un periodo di festa, diciamo il Natale. Credo che qualsiasi ospite si sentirebbe di farlo partecipe delle consuetudini della propria famiglia, quale segno migliore di apertura e di amicizia, di familiarità? Nel mio caso, l'amico troverebbe un presepe e non un albero di Natale, troverebbe candele di ogni dimensione e stile accese, vedrebbe degli angioletti appesi qui e là. Dovrei togliere tutto ciò sapendo che l’amico è di altra fede religiosa? No, è un ospite, penserei. Organizzerei la cena secondo le nostre consuetudini famigliari, perché è così che so dare il meglio di me. Ma mi preoccuperei di sapere, ad esempio, se è vegetariano perché in tal caso potrei proporre lasagne senza ragù, oppure farei in modo che potesse scegliere. Potrei arrivare anche, per gentilezza, a non mettere in tavola piatti che egli proprio aborre e magari anche a cucinare un piatto tipico del suo paese se sapessi che è da tanto che non riesce a gustarlo. Insomma gli andrei incontro in qualche modo.
Come si usa fare, potrei augurare buon Natale all’ospite. Sarei commosso se me lo contraccambiasse, perché per lui forse non significa nulla in sé ma vuol dirmi che ha capito che significa qualcosa per me, sarebbe come una carezza all’anima. E tantissimi lo hanno fatto in questi anni. E anche gli direi Salam aleikum o altro che so gli farebbe piacere.

Bambini della migrazione: ospiti o invitati?

Ospitalità è sempre conoscenza. Ospitalità è sempre gentilezza. Ospitalità è sempre negoziazione, spesso implicita, non dichiarata. Ospitalità in una famiglia, dunque. Vale questo paragone nel caso della scuola?  Riflettiamo:

  • i bambini "della migrazione" nella scuola sono ospiti e vi sono solamente invitati?
  • la scuola è una famiglia che condivide consapevolmente usi e costumi?

Se la vostra risposta è negativa a entrambe le domande – come è per me – la risposta è come far sì che tutti si sentano partecipi, a casa propria.
La scuola non ospita e forse neppure si dovrebbe dire che "accoglie" alcuni che arrivano d'altrove, la scuola accoglie e ospita tutti e basta, e ognuno è ospite, a un tempo ospitante e ospitato. La nostra parola italiana “ospite”, guarda caso, contiene il doppio senso. E la scuola non è un famiglia ma una collettività costantemente in via di costruzione e definizione. Occorre sentirci coloro che ospitano e che sono ospitati.

Di tutti e di ciascuno

Della buona ospitalità possiamo allora ricordare gli insegnamenti:

  • conoscenza: siamo sicuri che "i nostri" costumi siano così indigesti e inaccettabili per pochi/tanti ospiti?
  • gentilezza: che cosa possiamo fare per far sentire ognuno a proprio agio, a casa?
  • negoziazione: ognuno tiene presente chi è l'altro e trova il modo di venirgli incontro.

E negoziamo, con conoscenza e gentilezza, sapendo che vi sono relazioni strettissime fra uso degli spazi e potere, spazi e idee di egemonia o subalternità. L’organizzazione degli spazi di una struttura ci dice molte cose del “curricolo implicito”, più pervasivo e tenace di quello dichiarato. Così penso, ad esempio, che nell’atrio di rappresentanza di una scuola vada ciò che condividiamo, ciò che unisce. Si potrebbe prevedere, ad esempio, una stanza delle tradizioni del cuore nella quale ospitare i segni delle feste di tutti.
Tutti dobbiamo sentirci ospiti e tutti famigliari. Fare qualcosa gradito ad alcuni o molti in un dato momento comporta di farlo per altri in altri momenti, cioè con reciprocità.

La scuola come figlia e madre della società

La scuola non è una chiesa, una moschea, una pagoda e neppure il circolo degli atei e degli agnostici. La scuola è la scuola di tutti e di ciascuno. Il mondo in cui sono immersi i bambini fuori nella scuola deve entrare per ragioni psicopedagogiche che sappiamo e che non trattiamo qui, ma con conoscenza, gentilezza, capacità di riconoscere e negoziare, reciprocità, senso della misura, criticità.

Conoscenza, gentilezza, negoziazione: un esercizio di democrazia che non ha mai decisioni preordinate. La scuola è figlia della società e madre della società, scriveva Dewey. Non può sottrarvisi ma può introdurre nuovi approcci e atteggiamenti.

 

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