Quando la filosofia si nasconde nelle storie

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Tra le righe delle storie e nei buoni libri ci sono molte domande e alcune delle risposte che stiamo cercando. Ecco perché la narrazione educa a pensare, condividere, convivere. Di Duccio Demetrio    

duccio demetrio 01

Comune a tutti è l’istinto di ascoltare e di narrare

- Federico, perché non lavori?

-Ma io lavoro! Raccolgo parole: le giornate d’inverno  sono tante e lunghe e rimarremo senza nulla da dirci…”

Mentre i suoi compagni raccolgono noci e legna, Federico fa provvista di storie e di parole per condividerle nelle giornate d’inverno. Il piccolo topo poeta è il narratore della sua piccola comunità, colui che tesse legami con le evocazioni e i racconti.

Da sempre, gli uomini si scambiano storie e tra i temi esistenziali che sono comuni a tutti ci sono dunque i motivi della narrazione nei suoi molteplici aspetti. Per il grande scrittore David Grossman, “l’impulso a raccontare una storia, a inventarla o ad attingerla dalla realtà” sarebbe da ritenersi un  autentico istinto al quale non possiamo sottrarci, così come ”quello di ascoltare storie”. Non c’è stato, né c’è, e probabilmente non ci sarà, nessuno che infatti abbia potuto, possa o potrà sottrarsi a questo duplice bisogno. Una vera e propria necessità vitale, la cui mancanza sarebbe (ed è) dolorosa  per le tante ragioni che non è difficile intuire. Le storie ben vengano sempre dunque! Si può del resto vivere senza di esse?  Senza la possibilità di  poter ascoltare, leggere, rappresentare, tramandare non ci sarebbe neppure la Storia con la A maiuscola.  Siano esse note e familiari o insolite e inconsuete, nessuno potrà mai toglierci il diritto di raccontare la nostra storia e il dovere di garantire a ciascuno di poter fare altrettanto. Negare la libertà di raccontarsi, in prima o terza persona (quando diamo la parola agli altri, anzi, ci battiamo per garantirgliela), equivarrebbe a regredire individualmente e come comunità. Perché le storie, siano semplici o intricate, contengono sempre indizi dell’evoluzione e delle vicende dell’ umanità, di ogni civiltà del passato o del presente.  La circolazione delle storie garantisce la libertà di espressione, di stampa, di dissenso. Perciò salvarle, custodirle, fare in modo che non vengano minacciate, equivale a dare il nostro contributo di cittadinanza a una buona convivenza.

Le storie aiutano a pensare

Le storie ci permeano, non soltanto per quel che raccontano, per ciò di cui ci informano, ma perché tutti noi pensiamo attraverso i loro congegni udibili (linguistici e sintattici) e cerebrali. In altri termini, le narrazioni ci iniziano al filosofare, dal momento che esse accolgono e danno voce all’universale, alle vicende comuni dell’umanità che hanno a che fare con la vita e l’amore, il coraggio e le prove, le perdite e le scoperte. Noi ragioniamo, creiamo, comunichiamo, dunque “per storie”, come già molti anni fa ci insegnò il grande psicologo culturale Jerome Bruner. Questo succede naturalmente con le buone storie. Il che ci porta ad attribuire ad alcuni racconti orali o scritti che parrebbero riservati all’ infanzia o alla prima giovinezza un valore pedagogico importante poiché ci offrono suggerimenti che possono educarci per tutta la vita, soprattutto di carattere etico e morale. Le storie  ci sollecitano a interrogare  l’ esistenza nostra personale, autobiografica, in una prospettiva più ampia: questo esercizio di pensiero ci aiuta anche a non  sentirci diversi, unici e tendenti a respingere ogni alterità.

Due storie esemplari: il topolino narratore e il saltimbanco che porta parole

Fra quelle che ho letto e guardato di recente, due sono le storie nelle quali ho colto  alcuni motivi filosofici esemplari. La prima, adatta ai più piccoli, è Federico, citata all’inizio, del mitico Leo Lionni delle edizioni Babalibri. La seconda, destinata ai più grandi è “A ritrovar le storie” che dobbiamo, nelle edizioni Corsare, a Annamaria Gozzi e a Monica Morini, nonché alle raffinate illustrazioni di  Daniela Iride Murgia. Non voglio soffermarmi sul ritmo incalzante delle vicende, né sulla trama che ci conduce, passo dopo passo, verso due finali e conclusioni di tono filosofico e poetico. Nel primo testo, scopriamo l’importanza di tributare il dovuto rispetto e la gratitudine a coloro che, forse all’ apparenza un po’ pigri e distratti, ci salvano e incoraggiano nei momenti bui grazie alla solarità e al calore delle loro parole. Riempiendoci di una speranza che assume il volto della forza che la poesia e la letteratura sanno infonderci. Nel secondo libro, invece, assistiamo alla comparsa di un misterioso saltimbanco, accompagnato da un’ oca sapiente, il quale, parola dopo parola,  lasciate come per caso per le vie del paese di Tarot, sollecita gli abitanti che hanno perso la consuetudine a narrare reciprocamente le loro storie, a rammentare il passato e a fare memoria. E così succederà: giorno dopo giorno, parola dopo parola, gli abitanti senza più storie riscopriranno  il piacere  e l’importanza sociale di raccontarsi gli uni agli altri.

Tra le righe: tante domande e qualche riposta

In entrambi i libri ovviamente, il termine filosofia non compare mai. Proprio perché i due album, per altro magnificamente illustrati, sembrano molto lontani da un approccio filosofico esplicito e intenzionale, li ho trovati affascinanti e intriganti. In quanto tale forma mentis, alla quale educarci e educare precocemente – come ci spiega oggi anche la corrente Philosophy for children -  circola in ogni cosa, in ogni emozione, in tutte le esperienze che facciamo, ci scambiamo e di cui leggiamo, scriviamo, inventiamo. Filosofico è dunque un atteggiamento mentale critico – teso letteralmente a discernere -  volto  a cercare  con testardaggine più di una risposta, a porre domande alla vita, alla natura e ai viventi. A cercare tra le righe e dentro le storie che, fin dall’ antichità più remota - nella forma di fiabe, favole, parabole, racconti  quotidiani, allegorici e morali - il pensiero umano ha creato per offrirci qualche interpretazione e rispecchiamento. Attraverso le modalità suggestive, realistiche e fantasiose, che sono proprio del racconto e del raccontare.  

 

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19 Dicembre 2018 Punti di vista

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