L'origine del silenzio di alcuni bambini

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Un problema di lingua, legato ai compiti di lettura e comprensione di testi, disvela una storia familiare fatta di silenzi e di solitudine. A partire da qui si può forse aiutare il bambino a costruire un filo tra le generazioni e tra le lingue. Di Giovanna Masiero e Maria Arici

bambino di spalle

Un pomeriggio a scuola come tanti, arriva la mamma che attendevamo per un colloquio. 

È giovanissima, parla poco in italiano, eppure abita qui da dieci anni.

Parliamo con lei delle lingue che usa il bambino, iscritto ora in una classe terza della scuola primaria. - Solo l’italiano - dice la mamma. E sembra la storia di tanti bambini, che in modo del tutto naturale, a partire dall’ingresso a scuola, sono inclini a usare solo la lingua del Paese di accoglienza. Ma nelle poche parole della mamma ci sono dei dettagli cui prestar orecchio. La mamma parla di un “problema di linguaggio”, lo dice in un modo che sembra automatico, come una formula ormai conosciuta e ripetuta tante volte, quasi vuota del suo significato, ma efficace per chiudere ogni conversazione. Ma a noi non sfugge, e indaghiamo.

Il bambino, dice, non ha mai parlato la “nostra” lingua, pur dimostrando di capirla, ma fino ai quattro anni non ha detto una parola e, quando ha iniziato a parlare, l’ha fatto esclusivamente in italiano. Nessuno pare aver osservato in profondità questo ritardo, o essere intervenuto in qualche modo; l’unica misura è stata trattenere il bambino alla scuola dell’infanzia per ulteriori due anni. Solo ora, al terzo anno della scuola primaria, quando il bisogno di produzioni linguistiche elaborate è necessario, sono cominciati gli accertamenti e i colloqui con esperti logopedisti e medici specializzati (genetisti dice la mamma) per cercare di capire meglio l’anomala pratica linguistica di questo bambino.

Più cresce, più si vergogna di parlare, dice la mamma, per paura di essere deriso a causa di una pronuncia spesso scorretta. C’è solo una bambina con cui lui parla senza timore, la figlia di un’amica marocchina. E solo quando si recano in Marocco per qualche vacanza la mamma può vedere il suo bambino felice, rilassato e che gioca con gli amici. - Può essere perché vede che lì la mamma sta bene ed è accudita da altri? - chiedo - Che non è sola?

Il silenzio della mamma, il silenzio del bambino

Con la mamma condividiamo l’ipotesi che forse dieci anni fa lei deve essersi sentita molto sola e triste con questo figlio primogenito in un Paese straniero e senza una rete comunitaria di sostegno. "Ancora adesso lo sono - dice la mamma - anche dopo dieci anni". Penso a come questo bambino possa aver caricato su di sé la tristezza della mamma...

E poi arriva un’altra chiave di lettura, inaspettata. Accompagnata in questo viaggio a ritroso e sentendo l’apertura di chi ascolta, la mamma racconta che anche lei ha iniziato a parlare tardi, a sei anni, dice. Prima viveva chiusa in un mutismo scelto in risposta alla "prigione dorata" in cui si sentiva rinchiusa dalle paure di sua madre, la quale, marocchina, era andata sposa a un uomo tunisino, che abitava al confine con la Libia. Dalla città al deserto. Dall’arabo marocchino all’arabo tunisino. Una storia di migrazione familiare, con lo stesso sentimento di estraneità e di solitudine che la figlia, poi madre, ha rivissuto con il suo primogenito. "Ero fragile", dice la mamma. "Ci vuole molta forza per decidere di non parlare, e anche tuo figlio ha la stessa forza", le rispondo. Le chiedo infine se ha mai raccontato questa storia alle varie figure che ha incontrato quando cercavano di capire il problema linguistico del figlio. E la risposta è stata “no”. Suggerisco alla mamma di cominciare a raccontare questa storia a suo figlio, come una fiaba, con quei suoni lontani del deserto e della città…forse lì dentro ci sta una chiave che potrà aiutare il bambino a trovare la forza e la tranquillità per parlare.

Rifletto però che anche per gli educatori e gli specialisti che incontrano il bambino questa sia una chiave importante che apre a nuove considerazioni e scelte di percorsi. Di esperienze a cui ispirarsi ce ne sono di documentate: da corsi di lingua per mamme o papà e bambini insieme a narrazioni nelle lingue madri dentro alla classe per tutti. È importante allargare lo sguardo oltre il “problema” del bambino e inglobare tutto quello che sta intorno e nella sua storia. La finalità è quella di “ricucire” legami e alleanze e, in linea con l’integrazione al QCER, (https://rm.coe.int/cefr-companion-volume-with-new-descriptors-2018/1680787989) sviluppare la competenza plurilingue di ciascuno.

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