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Tre storie di insegnanti che “fanno” integrazione: trovano soluzioni creative; cercano risorse nel territorio; garantiscono i diritti dei bambini. Tre storie come tante della scuola che accoglie e fa posto a ogni bambino. Di Giovanna Masiero e Maria Arici    

bambino di colore a scuola felice

Sostare nell’aula insegnanti, tra il passaggio di chi arriva e di chi, finite le ore di lezione, si appresta ad andarsene, dà l’occasione di sentire storie “diverse”. C’è chi passa per organizzare il materiale necessario per prestare servizio fuori dalle mura scolastiche, dentro le case di chi è iscritto in una classe ma, per ragioni di salute, non può frequentare fisicamente la scuola.

Soluzioni creative per bambini vulnerabili

Oggi la maestra L. è qui per recuperare un iPad finalmente arrivato per essere sperimentato con uno scopo ben preciso: si cura infatti dell’apprendimento di un bambino siriano, arrivato con la famiglia grazie a un corridoio umanitario. Il bambino è affetto da una rara malattia, detta “malattia delle ossa di cristallo”. Per la fragilità della sua struttura ossea, il bambino deve rimanere steso e il suo corpo non arriva a sostenere neppure il peso del libro di prima elementare che i compagni usano per esercitarsi a imparare a leggere e scrivere.

La maestra si ingegna ogni giorno in forme di sostegno alternative: ha provato con inchiostro e lettere intagliate nei timbri, ma anche questa azione richiede una pressione della mano che il bambino non riesce ad esercitare; ha allora escogitato lavagne volanti, fogli appesi in tutta la stanza del bambino, tavolini mobili... Ora è arrivato l’iPad e la tecnologia può permettere anche a questo alunno speciale di accedere al libro dei compagni in formato digitale. È questa la nuova sperimentazione che la maestra si appresta a portare oggi nella sua casa.

La maestra ci racconta dell’intelligenza e degli occhi grandi e pieni di curiosità di questo bambino speciale, dei suoi progressi, e a noi arriva tanta cura, passione e responsabilità. E la lingua? - chiediamo - tutto quel nostro dire che per imparare la lingua serve un’interazione ricca e varia e servono soprattutto i pari? Anche a questo la maestra sta pensando: con l’anno nuovo c’è il progetto di attivare una connessione via Skype con la classe.

Nel frattempo è arrivata un’altra maestra. Nel suo viso la soddisfazione di chi ha intascato una vittoria. Ha passato gran parte del pomeriggio del giorno precedente a telefonare a tutte le realtà di doposcuola della città per trovare quella più indicata per una bambina la cui famiglia non possiede né mezzi linguistici, né culturali, né strutturali per sostenere la figlia nel percorso di studio. Serve un doposcuola gratuito, facilmente accessibile e con personale già abituato a far fronte ai bisogni di bambini che portano con sé il trauma di aver vissuto l’abbandono forzato della propria casa e del proprio Paese e l’impossibilità di frequentare per anni la scuola.

Per fare una scuola accogliente

C’è chi invece ha appena concluso il colloquio con un padre. Ancora una situazione familiare difficile, dove i figli, invece che andare a scuola, spesso vengono “utilizzati” come supporto linguistico dei genitori alle prese con servizi sociali e uffici vari, oppure come supporto psicologico e fisico per mamme troppo fragili e indebolite. La maestra è stata chiara: o i figli vengono portati ogni giorno a scuola oppure tutti i sostegni per la famiglia verranno tolti! Si tratta di un patto formativo chiaro e inderogabile. Ci sono maestre e maestri che ancora hanno il coraggio di stabilire confini “educando” anche le famiglie a prendere consapevolezza dei propri limiti.

La passione, la dedizione e il coraggio che traspaiono da queste storie possono manifestarsi perché dietro alle qualità umane individuali degli insegnanti c’è anche il supporto di un dirigente scolastico che ha saputo creare una struttura solida e uno “stile di scuola” improntato all’accoglienza, all’ascolto e alla ricerca di soluzioni ardite.

 

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