Shadia cerca scuola

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Una storia come tante: quella di una ragazza neoarrivata che cerca posto nel sistema d'istruzione italiano. E della rete che si è attivata per trovare una soluzione e garantire un diritto/dovere. Di Laura Sidoti

occhi ragazza del bangladesh

Dicono che l’istruzione sia il miglior dono che si possa fare a un bambino o ragazzo. La storia di questo mese è quella di una ragazza quattordicenne, Shadia, delle difficoltà di inserimento e della rete di solidarietà e interesse creatasi attorno a lei grazie allo sportello di mutuo aiuto della scuola primaria Muzio.

Una piccola Odissea

Come ogni anno, tra gennaio e febbraio le scuole di Milano ricevono richieste di iscrizione da parte di ragazzi neoarrivati in città dall’America latina o dall’Asia subito dopo la fine del loro anno scolastico. Si tratta di ricongiungimenti con il genitore già legalmente residente nel nostro Paese. Se trovare posto in una scuola primaria è semplice, per i ragazzi più grandi la questione si complica molto.

Classi al completo o affollate, procedure complesse, rimbalzi da una scuola all’altra, vincoli e normative per evitare la concentrazione di alunni stranieri in un determinato plesso che finiscono per complicare la ricerca. Questa a volte diventa un’odissea, come quella vissuta dalla sorella di un nostro nuovo alunno.

A gennaio viene inserito nella nostra primaria un bambino arrivato dal Bangladesh. La collega responsabile degli inserimenti di alunni stranieri, Tiziana, spiega alla famiglia come procedere all’iscrizione della sorella, indicando loro dove recarsi. Anagraficamente la ragazza dovrebbe iscriversi in una prima superiore, ma di solito gli alunni neoarrivati vengono retrocessi di un anno e così la famiglia si reca presso la scuola media di bacino. Qui viene loro detto che le classi sono piene. In attesa di trovare una soluzione, Shadia inizia a frequentare con la madre il corso base di italiano offerto nella nostra primaria dalle splendide mamme e da una ex maestra.

Tanto tempo perso

Mi rivolgo al Polo Start di competenza, una delle strutture ad hoc create dal Comune di Milano per aiutare le scuole a fare rete e inserire nel sistema scolastico chi arriva dall’estero. Spiego la situazione di Shadia e chiedo il loro aiuto. Mi viene detto che trovare una scuola per gli alunni arrivati ad anno scolastico inoltrato non è affatto semplice e che ci vuole tempo, forse settimane. Faccio presente che la ragazza è in Italia da più di un mese, ma mi spiegano che la procedura prevede che la scuola media che riceve la domanda di iscrizione abbia 10 giorni di tempo per dare una risposta. Nel caso di Shadia, per tre volte questa risposta è stata negativa. E nel frattempo passa un altro mese.

Attraverso un genitore volontario dello sportello, Nasir, la famiglia continua a chiedere notizie e mi chiedo come sia possibile che non esista una sorta di ombudsman per i minori stranieri neoarrivati che garantisca loro il diritto/dovere allo studio sancito nella Costituzione. Si tratta di un “vuoto” istituzionale e organizzativo non degno dell’immagine di efficienza e di inclusione che contraddistingue Milano.

L’importanza della rete

Qualcosa va fatto. Contatto la responsabile presso l’Ufficio Scolastico Provinciale e spiego la storia di Shadia. Nel giro di qualche giorno il posto si trova, nella prima scuola media presso la quale la famiglia si era rivolta e che aveva rifiutato l’inserimento. Il giorno del colloquio per l’iscrizione, accompagno i genitori e la ragazza. Presa visione degli ottimi voti di Shadia in tutte le materie e compreso come in Bangladesh Shadia avesse già ottenuto un diploma di scuola media inferiore, il dirigente si consulta con l’Ufficio Scolastico Provinciale e viene deciso di inserirla in una prima superiore. Si riparte da capo con la ricerca dell’istituto che possa accoglierla, mentre la famiglia viene informata dell’ulteriore rinvio. Più tardi, l’indicazione data ai genitori è quella di iscriverla in un liceo delle scienze umane in cui c’è un supporto linguistico e classi organizzate molto bene. Ma l’istituto è molto lontano dall’abitazione e la famiglia si dimostra subito molto preoccupata dalla distanza e dagli spostamenti. Proprio per queste ragioni, i genitori decidono che la figlia frequenterà da settembre un corso professionale triennale in una sede non distante da casa. A questo punto si tratta di spiegare alla famiglia che la ragazza non può restare a casa in attesa dell’avvio del corso professionale, che in Italia c’è l’obbligo scolastico... Non è semplice comunicare tutto questo e la mediatrice convocata per farlo traduce i passaggi più complessi.

Alla fine, la storia si è conclusa con l’iscrizione di Shadia al liceo delle scienze umane. Come mi ha scritto la responsabile dell’USP, “è andata bene. La ragazza si è illuminata lentamente. Le docenti presenti sono state bravissime. Lunedì inizierà a frequentare”.

Ognuno di noi, che ha avuto parte in questa vicenda, si augura che Shadia abbia un futuro felice nella scuola italiana e soprattutto che la sua storia - che assomiglia a quella di tanti ragazzi e ragazze neoarrivati – porti l’attenzione sulla necessità di organizzare un inserimento scolastico veloce, efficace, di qualità.

 

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