Un milione di parole in meno: gli effetti della povertà narrativa

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Un milione di parole in meno: gli effetti della povertà narrativa

Che cosa succede ai bambini che vivono un’infanzia senza storie e senza libri? Gli effetti della povertà narrativa si traducono in un lessico limitato e in maggiori difficoltà di apprendimento della lingua scritta. Di Graziella Favaro

bussola favaro maggio 2019 01

Tutti i bambini (e anche gli adulti) hanno bisogno di storie. Storie per condividere, ricordare, imparare, immaginare. Storie da ascoltare e da guardare; da toccare e da ri-raccontare. Le storie danno spessore e senso alle vicende di ciascuno, le collocano dentro una cornice di riferimento e le mettono in relazione con altre storie, contemporanee o lontane nel tempo. Le pratiche narrative stabiliscono legami tra gli individui e i mondi cultuali di appartenenza e, al tempo stesso, spalancano o socchiudono finestre sul mondo e su altri mondi. La narrazione contribuisce a creare legami, a collocare il bambino in una geografia affettiva e generazionale, famigliare e sociale; dà continuità e spessore al tempo; trasmette nuove parole attraverso la lingua del piacere e del contatto. Le storie raccontano il mondo e danno parole alle esperienze, alle emozioni, ai sogni.

Bambini che crescono senza storie

Ma che cosa succede ai bambini che crescono senza storie o con poche storie? La condizione di migrazione e di esilio è spesso accompagnata dal rischio del “vuoto” e della povertà narrativa. E questo si può verificare per varie ragioni. Fra le cause, vi è l’assenza nella migrazione della generazione dei nonni o di altre figure di grandi/adulti che nel Paese d’origine hanno il ruolo di narratori privilegiati, sia di storie che hanno a che fare con l’epica famigliare, che di racconti fantastici o tradizionali. Nella migrazione inoltre, le famiglie sono a volte “spezzate” e prive di una rete di supporto che possa garantire efficacemente una distribuzione dei ruoli affettivi e di cura nella quale vi è chi narra e chi accudisce; chi racconta e chi trasmette le regole. E ancora, molto spesso i genitori immigrati sono impegnati in lavori che lasciano poco tempo alla possibilità di raccontare e non dispongono di risorse e materiali per il racconto ai figli: libri, albi illustrati, immagini…

Raccontare ai bambini richiede intimità, pausa, quiete. Necessita di uno spazio protetto, un angolo/capanna e di un tempo di sosta, presenza e attenzione: condizioni che non sempre possono verificarsi quando le vicende della quotidianità sono segnate dalla provvisorietà e dall’emergenza.

E tuttavia, proprio i bambini che hanno vissuto e vivono la migrazione – diretta o famigliare – hanno, come gli altri e più degli altri, bisogno di storie. Sono soprattutto loro, i figli appartenenti alla cosiddetta “seconda generazione”, a dover compiere dentro di sé e a lungo un lavoro di ricomposizione dei luoghi, del tempo, dei riferimenti culturali, delle memorie, della lingua. Per poter “diventare due”, come in realtà già sono, hanno bisogno di attingere a narrazioni di qui e d’altrove, a racconti che tengano insieme il prima, il tempo della famiglia, con il qui e ora; le immagini dei luoghi d’origine con quelle del presente che li circonda; i suoni della lingua madre con quelli dell’italiano, la loro seconda lingua madre. 

Pratiche narrative nella migrazione

Oltre alle difficoltà dovute all’assenza dei nonni, alla condizione di famiglie piccole e isolate, ai tempi stretti della quotidianità e del lavoro, altre ragioni possono restringere e impoverire le pratiche narrative dei genitori. Vi può essere una sottovalutazione, come peraltro accade anche da parte di famiglie autoctone, dell’importanza del raccontare ai piccoli, della comunicazione e conversazione con i figli, diretta o mediata dai libri. Nei primi anni, si può pensare che il bambino non sia ancora in grado di ascoltare e di capire perché troppo piccolo; più tardi, si delega alla scuola il compito di narrare le storie considerate importanti. Accade poi spesso che il tempo della narrazione venga interamente occupato e riempito non dall’oralità, ma dalla visione delle immagini, collocando il bambino da solo davanti allo schermo.

Nati per leggere”, che da vari anni organizza momenti informativi e iniziative per comunicare l’importanza e diffondere la pratica della lettura precoce e frequente (almeno quattro volte la settimana), ha rilevato questa buona abitudine fra il 45% dei genitori italiani e fra il 10% fra quelli immigrati. E una ricerca condotta fra più di 300 mamme immigrate sulle loro pratiche narrative ai figli (raccontare; leggere libri; guardare e commentare immagini; cantare; guardare insieme cartoni) ha rilevato in buona parte abitudini sporadiche e tempi ridotti dedicati alla narrazione. 

La narrazione: un ponte verso lo scritto

La scarsità di storie ascoltare nella prima infanzia si riverbera sul vocabolario dei bambini e sull’apprendimento della lingua scritta. La povertà narrativa si traduce nella povertà del lessico ricettivo: le parole ascoltate sono in numero ridotto e hanno a che fare con il linguaggio concreto e immediato del qui e ora e non anche con le strutture preziose e complesse, la fluenza e il ritmo della narrazione. Una recente ricerca condotta negli Stati Uniti da Jessica Logan (The Million Word Gap) ha quantificato il divario enorme che esiste tra i bambini esposti quotidianamente al racconto e alla lettura di libri e i piccoli che crescono senza storie. Un milione di parole: è questa la differenza riscontrata tra i due gruppi di bambini nei primi cinque anni di vita. La narrazione rappresenta inoltre un ponte verso la lingua scritta: la lettura precoce di storie e l’interazione significativa e diretta con gli adulti stimolano nei bambini l’emergent literacy. Con questa espressione, viene indicato l’insieme di abilità e atteggiamenti considerati precursori delle forme convenzionali di lettura e scrittura. Essa si basa sulla convinzione secondo la quale l’alfabetizzazione costituisce un processo che si origina già nella prima infanzia, più che un fenomeno che avviene quando i bambini entrano nel mondo dello scritto a scuola. Un bambino circondato dai libri, che vede gli adulti leggere, che stabilisce una familiarità con l’oggetto libro fin da piccolo, che ascolta spesso storie narrate e lette dagli adulti sviluppa tutti quei prerequisiti che potranno facilitare e rendere più agile e sicura la strada verso la lingua scritta. Moltiplicare le storie, i libri e le occasioni del racconto sono strategie efficaci per il benessere di tutti i bambini. Soprattutto di coloro che crescono con poche storie. 

Per saperne di più:

G. Favaro, M. Negri, L. A. Teruggi, Le storie sono un’ancora, Franco Angeli Milano 2018

 

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