In classe e nel laboratorio di Italiano L2

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Fra classe e laboratorio linguistico il bambino neo arrivato impara seguendo percorsi personali. Accompagniamolo e cogliamo i segnali che ci invia.

Insegnare il corsivo

Suleima, nella classe da qualche mese, sta imparando a scrivere in italiano usando ancora solo lo stampatello maiuscolo. Oggi in classe stanno scrivendo un testo collettivo sull’uscita nel quartiere effettuata nei giorni precedenti. La maestra scrive in corsivo alla lavagna ciò che i bambini dicono. Alla bambina ha dato un lavoro diverso, un esercizio in cui deve mettere gli articoli davanti a parole conosciute. Dovrebbe poter fare da sola poiché quel contenuto viene trattato da qualche giorno nelle quattro ore settimanali di laboratorio linguistico a cui partecipa fuori della classe.
L’insegnante, a un certo punto, si accorge che Suleima traffica sopra e sotto il banco con dei quaderni. Le si avvicina e vede che la bambina alterna l’esercizio con la trascrizione, su un altro quaderno, del testo collettivo che cerca di scrivere in corsivo!
Voi che fareste?

Il laboratorio di L2

Che cosa gli faccio fare in classe? E la domanda che molti insegnanti si pongono, giustamente, riguardo ai bambini neoarrivati che non possono seguire gran parte delle attività comuni della classe. Dobbiamo innanzitutto essere consapevoli del fatto che sarebbe buona cosa che questi bambini potessero partecipare per alcune ore settimanali a un laboratorio linguistico di italiano L2 fuori della classe, insieme a qualche compagno con competenze linguistiche più o meno paragonabili. Il laboratorio, lo sappiamo, è sia uno spazio che una modalità didattica. Come spazio richiede l’organizzazione di un locale accogliente che possa raccogliere e mostrare ciò che si sta imparando e ciò che si è imparato: lo si deve curare nelle sue diverse parti come un vero e proprio teatro cognitivo dove lo spazio è articolato in scene. Evitiamo perciò soluzioni di ripiego quali aule disadorne, angoli di recupero e corridoi. Il bambino deve potersi sentire accolto affettivamente e cognitivamente. Nel laboratorio le attività seguono un percorso che ha una sua logica interna ma che tengono conto di alcuni elementi senza i quali non si può parlare appunto di laboratorio:

  •  attenzione a suscitare la motivazione all’apprendimento,
  • un approccio comunicativo finalizzato all’uso di quanto viene insegnato,
  • una certa ludicità, ricordando la massima pedagogica che i bambini imparano, e sono disposti a impegnarsi e anche a fare fatica, se l’attività suscita interesse e piacevolezza,
  • lo stretto legame fra lingua e attività operative e pratiche,
  • la vicinanza insegnante/bambino che consente scambi conversazionali e individualizzzazione,
  • l’impostazione cooperativa così che i bambini non si sentano in competizione con gli altri,
  • una certa attenzione alla biografia del bambino che stimoli racconti e l’espressione di pensieri, desideri, emozioni...

In classe

E va bene il laboratorio, direte, per le scuole “fortunate” – ma sono davvero fortunate o anche capaci di sapersi organizzare? – in cui è possibile realizzarlo. Ma quando rientra in classe che gli faccio fare?
È inevitabile che svolga attività espressamente predisposte per lui, che abbia un suo quaderno dell’italiano, magari intitolato “Imparo l’italiano” o qualcosa di simile, e anche un suo libro. È  quella strategia che un tempo si chiamava “individualizzazione”. È fondamentale poi che ci sia comunicazione e accordo fra gli insegnanti di classe e l’insegnante del laboratorio; questa può magari assegnare “compiti” da svolgere anche in classe. Agli insegnanti di classe tocca di essere interessati effettivamente a ciò che il bambino fa fuori della classe, che sfogli con lui il suo quaderno, chieda che cosa sta imparando. Diciamo che gli dedichi ogni giorno almeno cinque/dieci minuti di attenzione personalizzata perché il bambino si faccia l’idea di “essere nella testa” della sua maestra. A maggior ragione se il bambino, purtroppo, non partecipa a nessun laboratorio. Tuttavia non dovremmo mai privarlo della opportunità di partecipare alle più significative attività della classe magari predisponendone di semplificate e, talvolta, lasciandoci “guidare”. Perché è vero che qualche volta i bambini “sanno” che cosa vorrebbero fare o pensano di essere in grado di fare. Come Suleima che vuole essere come i suoi compagni, ha percepito che cosa significa per un bambino scrivere in corsivo, un salto di qualità, e vuole cimentarsi.
Gli insegnanti sono abituati a seguire il percorso che hanno predisposto e non sempre si accorgono delle strade che i bambini imboccano. Dobbiamo stare attenti ai segnali. Suleima vuole, fortissimamente vuole scrivere in corsivo. Non so voi ma io le avrei detto: Che bello, Suleima, allora continua a copiare in corsivo. Dopo proveremo a scrivere così anche le parole e gli articoli della lista. Se vuoi, puoi!

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