Un’altra scuola

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Impressioni di un viaggio in Tanzania: le tranquille sezioni sovraffollate (dai 40 agli 80 bambini) e il paragone con la nostra scuola. Con qualche interrogativo. Di Mario Maviglia. 

Tanzania classe gruppo Mario Maviglia

Di ritorno da un viaggio in Tanzania, dove ho potuto visitare alcune scuole di ordine e grado diverso, è difficile sottrarsi alla tentazione di fare paragoni con la nostra scuola. Inutile dire che la Tanzania, come molti altri Paesi del Sud del mondo, presenta ancora uno sviluppo complessivo non rapportabile a quello dei paesi più industrializzati. Però occorre stare attenti alle facili semplificazioni: quest’anno il PIL in Tanzania crescerà del 7,8%, in Italia si spera in uno striminzito 1,5%. Certo la distanza rispetto ai Paesi dell’area OCSE è enorme, ma con questi livelli di crescita tra qualche anno molti Paesi africani si affacceranno sulla scena dei mercati mondiali in posizione non subalterna.

Tranquille sezioni sovraffollate

In Tanzania la scuola dell’infanzia (nursery school) inizia a 3 anni. A 6 anni si accede alla scuola primaria, obbligatoria, della durata di 7 anni, a conclusione della quale si passa alla scuola secondaria di primo livello della durata di 4 anni e successivamente alla scuola secondaria di secondo livello di 2 anni, non obbligatoria.
Fin dalla scuola dell’infanzia i bambini vanno a scuola con una divisa. Le attività scolastiche iniziano generalmente alle ore 8.00, ma fin dalle 7.00 i bambini sono a scuola per svolgere attività varie: pulizia della scuola e degli spazi esterni, attività fisiche all’aperto, alzabandiera ed esecuzione dell’inno nazionale. Le classi sono alquanto numerose. Nel villaggio di Pomerini (regione di Iringa) nella sezione dei bambini di 4 anni di scuola dell’infanzia ho contato 45 bambini; in quella di 5 anni i bambini erano 85 con la presenza di due insegnanti. Inutile dire che l’attività scolastica si svolgeva nel più completo ordine e silenzio.

Lunghe distanze casa-scuola

I bambini – anche quelli piccoli – percorrono lunghe distanze a piedi per raggiungere la sede della scuola. Nei villaggi ovviamente le strade sono rigorosamente sterrate. I bambini più grandi accompagnano quelli più piccoli. La Corte di Cassazione tanzaniana non si è ancora posto il problema di chi deve ritirare i bambini alla fine delle lezioni… È vero che il traffico non è quello delle nostre città, ma sono inesistenti i marciapiedi lungo la strada. Durante la stagione delle piogge le strade diventano particolarmente scivolose; in alcuni tratti si trasformano in piccoli laghetti per problemi di deflusso dell’acqua piovana.
Dicevamo prima che è difficile sottrarsi alla tentazione di fare confronti con la nostra realtà scolastica. Ovviamente c’è una differenza siderale tra le nostre strutture, infrastrutture e dotazioni didattiche e quelle esistenti in questi Paesi. L’estremo affollamento delle classi risulta per noi inconcepibile. Eppure, malgrado le condizioni “primitive” nelle quali si svolge l’impresa educativa, l’impressione complessiva che si ricava è che la fatica dell’insegnare sia inferiore in questi contesti che nelle nostre contrade. Paradossalmente gli 85 bambini osservati in sezione sembrano più gestibili dei 25-28 delle nostre sezioni.

Questioni collaterali 

Nel corso degli anni siamo riusciti a rendere le nostre scuole tutto sommato gradevoli e ben equipaggiate sul piano strumentale e infrastrutturale. Epperò le stesse scuole sono diventate luoghi di conflitto, di contrasti, di disagio per adulti e bambini. Si sta completando un’opera rivoluzionaria nelle scuole italiane: quella di distogliere sempre più spesso l’attenzione dei docenti e dei dirigenti dal loro compito istituzionale primario, ossia la promozione dei processi di apprendimento e di socializzazione degli alunni, per dirottarlo su altre questioni collaterali ma fortemente imbevute di giuridicismo. Ultimamente ci siamo appassionati, obtorto collo, al problema delle vaccinazioni obbligatorie e alle relative operazioni di controllo, monitoraggio, informazione ecc. Stiamo dedicando energie e attenzioni all’esistenziale problema della consegna dei bambini alla fine delle lezioni in seguito alle note decisioni dei giudici della Suprema Corte. Sempre più spesso in Italia i testi di pedagogia e di didattica vengono soppiantati dai codici, dalle norme giuridiche e dalla correlativa letteratura giurisprudenziale. Attendiamo con ansia di conoscere quali saranno le prossime mosse dei nostri magistrati-pedagoghi: ad esempio ci preoccupa che non sia stato ancora detto nulla su come devono entrare i bambini a scuola, se in fila indiana o a coppie o in fila per tre o a quadriglia o magari saltellando (ma in questo caso occorrerà chiarire – sul piano giuridico – se il saltello va inteso a gambe alterne o congiunte, come nel gioco della corda). Sarà pure interessante sapere se l’atto della minzione (il far la pipì durante le ore di lezione) dovrà essere oggetto di specifica delibera del Consiglio di Istituto o se occorra fare riferimento a quello che una volta veniva volgarmente chiamato “buon senso”. Ma temiamo che quest’ultima declinazione sia poco venata in senso giuridico e dunque è da respingere.
Forse quello striminzito 1.5% di aumento del PIL del nostro Paese è dovuto anche a quest’insieme di norme, leggi, codici, laccioli che strangolano letteralmente il Paese e non gli consentono di prendere il volo. Forse è ora di reclamare più pedagogia (più educazione, più buona educazione, in tutti i sensi) e meno giurisprudenza.

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Commenti

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    9:41, 31 Luglio 2019
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