Mensa obbligatoria e cura delle differenze: la necessità del menù differenziato

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Mensa obbligatoria e cura delle differenze: la necessità del menù differenziato

Maurizia Butturini riflette sul caso di una famiglia vegana di Pontevico (Brescia) che ha deciso di non mandare più alla scuola dell’infanzia la figlia perché l’amministrazione ha reso la mensa obbligatoria e con menù unico per tutti i bambini. 

e adesso si sparecchia

Il caso, uno sguardo Indicazioni nazionali

Fa riflettere il caso di Pontevico (Brescia) dove una famiglia che ha scelto di essere vegana ha deciso di non mandare più alla scuola dell’infanzia la propria bambina in seguito alla decisione dell’amministrazione comunale di obbligare i bambini a frequentare la mensa scolastica senza tener conto delle richieste dei genitori.

La scuola è un luogo che accoglie ogni diversità e garantisce a ciascuno la possibilità di esprimersi, di crescere e di apprendere, in sintonia col proprio modo di essere e di vivere. Armonizzare e integrare le diversità (etniche, sociali, culturali, religiose…) è un compito essenziale.

Nelle Indicazioni 2012 leggiamo: "La piena attuazione del riconoscimento e della garanzia della libertà e dell'uguaglianza (art. 2 e 3 della Costituzione), nel rispetto delle differenze di tutti e dell'identità di ciascuno, richiede oggi, in modo ancor più attento e mirato, l'impegno dei docenti e di tutti gli operatori della scuola, con particolare attenzione alle disabilità e ad ogni fragilità, ma richiede altresì la collaborazione delle formazioni sociali, in una nuova dimensione di integrazione fra scuola e territorio, per far si che ognuno possa "svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale e spirituale della società" (art. 4 della Costituzione)".

La famiglia di Pontevico, per coerenza con la propria scelta etica si trova a decidere di privare la propria figlia di un’esperienza formativa e sociale molto importante; anche se la scuola dell’infanzia non è obbligatoria, di fatto è frequentata dalla quasi totalità dei bambini dai 3 ai 6 anni. In questo caso, la responsabilità nell’impedire la realizzazione di un bisogno e di un diritto educativo la possiamo attribuire all’indisponibilità a rispondere ad una richiesta della famiglia da parte delle istituzioni.

Il menù differenziato è un diritto

Il problema non è semplicemente di tipo pratico e operativo (anche se rispondere alle richieste di differenziazione dei pasti, richiede un impegno e un’organizzazione del lavoro da parte degli addetti alla mensa); si tratta di comprendere e rispettare scelte di vita e idee differenti, salvaguardando l’identità del bambino e la sua fiducia nella propria famiglia, nella sua cultura e stile di vita.

La richiesta di poter avere un menù differenziato va accolta, nel rispetto del diritto alla salute (art. 32 della Costituzione) e del diritto alla non discriminazione (art. 3 della Costituzione); il regolamento comunale istituito per regolare il servizio delle mense scolastiche non può prescindere dai diritti sanciti dalla Costituzione e dai principi promulgati nei Programmi (Indicazioni Nazionali 2012), nelle Circolari Ministeriali sui temi dell’intercultura e dell’inclusione, nei documenti internazionali sui Diritti del bambino.

E va accolta per sensibilità umana e educativa verso ogni persona in crescita. In tutte le scuole si preparano pasti differenziati (per bambini allergici, intolleranti, per motivi religiosi…).

Siamo da tempo pronti ad accogliere e gestire queste differenze, giustificate da un certificato medico o dall’autocertificazione dei genitori. Purtroppo vi sono comunque delle discriminazioni visibili a chi frequenta le mense scolastiche: non sempre i pasti differenziati sono preparati con cura e variati.

Spesso i bambini stranieri o intolleranti, si ritrovano a mangiare sempre gli stessi cibi, la pasta condita con olio e non con un buon sugo alternativo, fatto con verdure o altro, il tonno in scatola messo nel piatto dei bambini mussulmani ogni qual volta i compagni mangiano carne…

Verso il dialogo

Un bambino vegetariano o vegano rischia di essere ancor meno accolto; non si ritiene che sia una necessità nutrirsi in questo modo, anche se il medico pediatra può giustificare la scelta dei genitori e dichiarare che segue costantemente la crescita del bambino.

Da una ricerca della LAV (Lega Anti Vivisezione), risulta che, in Italia, il servizio scolastico nelle mense ai bambini vegetariani sia carente ma in via di crescita. La ricerca riguarda tutti i capoluoghi di Regione italiani. I risultati rivelano una situazione molto varia: se è vero che in 18 capoluoghi di Regione su 21 (comprese le Province autonome di Bolzano e Trento) l’opzione vegetariana è diffusa, le Amministrazioni che la propongono non la pubblicizzano e la modalità con cui va richiesta è discrezionale.

Credo che per andare incontro ad ogni diversità occorra essere aperti alla conoscenza reciproca e al dialogo; il Comune può affrontare queste richieste, come avviene in molti casi e ne troviamo testimonianza nel web, attraverso l’ascolto e la ricerca di soluzioni praticabili; gli operatori scolastici e gli insegnanti possono accogliere e valorizzare in sezione ogni differenza educando i bambini alla convivenza serena; le famiglie possono collaborare attivamente per facilitare con un aiuto, anche pratico, le risposte che le istituzioni possono garantire.

Con la speranza che nessun bambino, per qualsiasi motivo, sia discriminato e impedito a vivere la propria esperienza educativa a scuola, perché sarebbe una gravissima ingiustizia.

Per saperne di più

30 Luglio 2014 Articoli

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