I primi addii

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L’educazione agli affetti non può parlare solo delle positività, ma deve affrontare – anche con i bambini piccoli – temi “difficili”. E la scuola?
 

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Sonia, 6 anni, ha perso l’amato nonno: è stata circondata da affetti, sorrisi, carezze, è riuscita a piangere e ha avuto una settimana difficile e stressante; quale ambiente troverà a scuola? Come sarà accolta? Troverà quella sorta di consegna del silenzio che troppo spesso l’educazione oppone al tema della morte oppure avrà la possibilità di continuare anche tra le mura scolastiche il difficile lavoro del lutto? 

L’educazione agli affetti non può parlare solamente delle positività, ma deve anche avere la forza e il coraggio di affrontare i temi “neri” e negativi del mondo umano, gli elementi spiazzanti e paralizzanti del vivere, per farli crescere attraverso le deboli armi della cultura. Educare alla morte: è una sfida che sembra impossibile, una operazione che sembra destinare l’educazione allo scacco: ed è proprio così perché solamente un’educazione che accetti di fare i conti con la dimensione del possibile scacco è in grado di conferire senso a questo terribile appuntamento. Del resto non è forse proprio al gioco degli scacchi che il Cavaliere del film Il settimo sigillo di Bergman sfida la morte, perdendo la partita?

Raffaele Mantegazza: 18 Novembre 2011 Cultura e pedagogia

L’imprevedibilità degli eventi

Come è possibile educare a una esperienza che non abbiamo ancora provato? Ma è vero fino in fondo che il senso di distacco e di congedo legato alla morte ci è così estraneo? In fin dei conti le esperienze di perdita e di lutto sono quasi quotidiane. Lo sono anche per i bambini e le bambine: cambiare categoria nella squadra di calcio; cambiare catechista; cambiare allenatore; la fine di una vacanza; di un innamoramento; l’appuntamento di fine anno scolastico; il piccolo grande lutto della fine di un ciclo…

Sono esempi di esperienze di perdita e di congedo che possiamo prendere come spunto per trattare con i bambini e le bambine anche quelle emozioni negative che tropo spesso restano al di fuori dell’aula. Condividiamo infatti la necessità di una alfabetizzazione affettiva per i bambini e le bambine: ma quale educazione agli affetti può permettersi di trattare solamente il lato in luce dell’affettività umana (la gioia, la felicità, l’allegria) lasciando in vece da parte tutti i lati d’ombra della medesima (la morte, il lutto, la paura?).

Si dice che non si cresce con la paura; è vero se questo significa che un rapporto formativo non può basarsi esclusivamente sulla paura: ma escludere del tutto questo affetto dalla formazione significa lasciare i ragazzi impreparati di fronte a quella che è una reazione evolutiva tipica di tutti gli animali (in fin dei conti è la paura del fuoco che ci spinge saggiamente a non toccare il fornello acceso). Sono proprio l’imprevedibilità della morte, l’angoscia del lutto, la stretta paralizzante della paura a far sì che si concepiscano questi elementi come estranei ai processo educativo: ed è invece così importante che i bambini e le bambine imparino fin dai primi anni di scuola a fare i conti con la paura, a capire che essa è necessaria e anche positiva, a condividerne lo spiazzamento ma anche le possibilità di uscirne. 

Il ruolo della scuola

Soprattutto è importante fare i conti con le perdite: e se la scuola non fornisce una risposta affettiva e culturale al tempo stesso a un bambino a cui è morto il cagnolino, a che cosa serve andarci?

La scuola deve insegnare in modo concreto che l’uomo di fronte alla morte ha inventato il lutto e il cordoglio: ha cioè inventato un modo (o meglio, più modi) di dire le metamorfosi cui ci approssima la morte. Lo si può fare partendo dall’osservazione della natura, dei suoi cicli, del suo continuo rinnovare la vita attraverso la morte e viceversa; e viceversa si può osservare come l’azione dell’uomo e della donna consista nel cercare di sottrarre anche se per breve tempo parti della natura alla dissoluzione.

Questi concetti possono essere mostrati e spiegati a partire da esempi tratti dalla vita quotidiana, in particolare dal nostro rapporto con la natura e con gli oggetti. Il pomodoro marcisce se rimane sul ramo, se lo cogliamo e lo mettiamo in frigorifero dura qualche giorno in più, se facciamola conserva allunghiamo ancora il suo tempo di vita: si può fare la stessa cosa con il gatto di casa? E con le persone? Se si rompe una bambola che cosa facciamo? Cerchiamo di aggiustarla o la buttiamo via e ne acquistiamo un’altra? Nel primo caso cerchiamo di sottrarre la bambola alla morte, non per renderla eterna ma per non cedere alla tentazione dell’usa-e-getta; e nel secondo? E quando la buttiamo via, la salutiamo?

Ci sono bambini abituati saggiamente dai genitori, quando imparano a usare il vasino, a “salutare la cacca” (una parte morta, una parte rifiutata di noi) quando si vuota il vasino nel water: ci sembra che questi bambini stiano imparando a prendere congedo (per sempre!) da una parte di sé (così importante a livello simbolico), che è poi l’atteggiamento che nella vita li aiuterà a crescere e a dire addio anche alle cose, agli animali, alle persone che li lasceranno per sempre. Sonia, dalla scuola, si aspetta proprio questo.

Per saperne di più

Libri

  • E. De Martino, Morte e pianto rituale. Dal lamento funebre al pianto di Maria, Saggiatore, Milano 1989: uno sguardo sulle pratiche di lutto e di cordoglio nel mondo antico.
  • J. Russell, Storia del Paradiso, Laterza, Roma-Bari 2002: un’analisi storica e culturale della principale idea del dopo-morte presente nel mondo occidentale.
  • E. Kubler-Ross, La morte e il morire, Cittadella, Assisi 2005: un grande classico sul trattamento psicologico della morte.
  • W. Szymborska, Il gatto in un appartamento vuoto, in Ead., Opere, Adelphi, Milano 2008: una poesia che parla della morte dal punto di vista dell’animale.
  • R. Mantegazza, Pedagogia della morte. Esperienza del morire ed educazione al congedo, Città Aperta, Troina 2006.
  • R. Mantegazza, L’educazione e il male. Riflessioni per una teodicea pedagogica, Franco Angeli, Milano 2008.

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