Il nostro sguardo “scende” sui bambini

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Che cosa trasmette il modo in cui guardiamo i bambini e quali effetti può produrre? Di Marcella Dondoli

marcella dondoli sguardo3

Essere trasparenti agli occhi degli altri è come essere in una condizione di inesistenza.
Così ci fa capire Siria una ragazza quattordicenne che racconta: vorrei tanto che mio padre mi guardasse ma per lui io non esisto sono come invisibile. Pochi giorni fa per provocare una sua reazione verso di me gli ho detto: 
babbo io fumo e lui ha risposto “Macché! Non ci credo!” e se n’è andato. Avrei preferito che mi avesse dato uno schiaffo!

Essere visti con uno sguardo che non lascia scampo è come essere messi in una sorta di confino del comportamento.
E’ il caso di Antonio, un bambino di 3 anni il cui padre è un ingegnere e a causa del suo lavoro è spesso assente da casa. Quando c’è, vuole che tutto vada bene e che il figlio si comporti in modo irreprensibile. Quando lo accompagna a scuola gli lascia tutte le consegne relative a come deve comportarsi: lo guarda negli occhi con sguardo fermo e severo, il bambino annuisce senza parlare e durante la giornata mette in pratica tutto ciò che gli è stato detto.
Vedere se stessi per come si guardano i bambini aiuta a capire come ci soffermiamo su di loro, come rispondiamo ai loro comportamenti, come siamo attratti o distratti verso loro stessi.
Qualche anno fa insieme a un gruppo di insegnanti di una scuola dell’infanzia abbiamo visto un filmato relativo a un percorso di esperienza che i bambini non avevano gradito. Una di loro guardando se stessa nel filmato ha osservato: la mia rabbia verso i bambini, per come si comportavano, traspariva nel modo in cui li guardavo, le richieste che facevo erano accompagnate da uno sguardo così severo che rivedendomi faccio quasi paura a me stessa! E se ho fatto su di loro questo effetto?

L’etica dello sguardo è necessaria
per assumere la responsabilità del veduto
facendosi carico di una risposta.
(Vanna Iori). 

Lo sguardo che vede è uno sguardo che si accorge, è uno sguardo che va verso il cuore (V. Iori, 2018), che ha bisogno di sapere da dove parte e che cosa porta con sé per dare la possibilità all’altro, ai “nostri bambini”, di sentirsi ri-conosciuti e motivati a sviluppare fiducia in se stessi. Per Winnicott lo sguardo della mamma è il primo ‘specchio’ in cui il bambino si riflette. Sappiamo che quello sguardo è fondamentale per la comunicazione e la costruzione del senso di sé. Lo sguardo di una madre è il primo ma non l’unico fra gli sguardi in cui i bambini si ri-flettono. Anche quelli di noi insegnanti sono sguardi importanti perché portano con sé ogni emozione che quel bambino ci provoca e, molto spesso, gliela restituiamo come una sua responsabilità. Imparare a “guardare” noi stessi come in uno specchio, sentirci in quello che trasmettiamo insieme ai nostri sguardi ci aiuta a diventare consapevoli dei nostri comportamenti, degli effetti che possono produrre, delle conseguenze che possono provocare o lasciare nella crescita di un
bambino. Concediamoci tempo per incontrare gli sguardi dei bambini, sperimentiamo la lentezza per cercare e dare sguardi accoglienti in cui l’essere bambini si sviluppi come una condizione positiva di sé.

Lo sguardo (…) è il fondamento primo della cura.
Chi non ha occhi per vedere non ha cuore per provare
quella compassione che apre alla cura.
Ma chi non ha sviluppatol’attitudine alla compassione
non sa vedere.
Chi non si lascia interpellare
dall’inquietudine verso la chiamata dell’altro, 
non si prende cura di lui
perché in realtà non lo vede...
(Vanna Iori
)

  

 

Per saperne di più

INTERVISTA a Giacomo Rizzolatti
Alimentare l’empatia in Psicologia e Scuola, n.1, sett-ott. 2018, Giunti Scuola

Attaniese, A., La comunicazione empatica, in Scuola dell'infanzia, n.7, 2019, Giunti Scuola

Iori, V., (a cura di), (2018), Educatori e pedagogisti. Senso dell’agire educativo e riconoscimento professionale, Edizioni
Centro Studi Erikson, Trento.

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