A scuola con i bambini: saperli ascoltare apprendendo se stessi

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L'esperienza di un'insegnante nella gestione di un bambino con cui era difficile relazionarsi. Il confronto con i colleghi e "ripescare dal passato" per cercare una soluzione. Di Marcella Dondoli

dondoli a scuola con i bambini (2)

“Per guardare ad alcuni aspetti del futuro, non abbiamo bisogno di proiezioni elaborate da super computer. Molto di ciò che sarà il prossimo millennio si può già vedere nel modo in cui ci occupiamo oggi dell’infanzia. 

II mondo di domani forse sarà influenzato dalla scienza e dalla tecnologia ma più di ogni altra cosa, sta già prendendo forma nei corpi e nelle menti dei nostri bambini”. 

(Kofi A. Annan, Segretario Generale delle Nazioni Unite, 1997)

 

Scrivo questo post in omaggio a Giulia, una insegnante di scuola dell’infanzia che ha avuto il coraggio, durante un corso di formazione, di raccontare un’esperienza di relazione difficile con un bambino ma che ha voluto e saputo superare per il benessere di ambedue.

Giulia inizia il suo racconto con una considerazione: troppo spesso noi insegnanti nella relazione con i bambini utilizziamo comportamenti e parole che ostacolano lo sviluppo di una comunicazione positiva. Come se avessimo degli occhiali che distorcono la realtà per modellarla sulla base di ciò che abbiamo vissuto e impedirci di conoscere il bambino attraverso i suoi comportamenti. Questa condizione provoca la formazione di pregiudizi che ostacolano la comunicazione fra l’adulto e il bambino impedendo l’ascolto dei suoi bisogni.

Nella mia classe, spiega Giulia, frequentava un bambino che era solito alzare ripetutamente la mano per intervenire e parlare continuamente durante le conversazioni partecipate da tutto il gruppo. Ogni volta di fronte a questo comportamento provavo fastidio e pensavo che il bambino volesse essere sempre al centro dell’attenzione.

Quando riusciamo a metterci nella condizione di essere ascoltati, facilitiamo il contatto con noi stessi e il riconoscimento di come siamo.

Giulia affronta il problema con la collega e nel dialogo affiora il ricordo di un’esperienza della sua infanzia: durante la frequenza alle scuole elementari aveva un compagno di classe che faceva di tutto per parlare e togliere la parola ai compagni. Ricontattato il suo vissuto, per Giulia, è più facile comprendere la condizione emotiva provocata dal comportamento del suo alunno e darsi la possibilità di cambiare. Le due colleghe si accordano per osservarsi a vicenda durante le relazioni con il bambino con la disponibilità a comprendere le differenze di comportamento e a riflettere su quali strategie adottare per rendere accogliente la comunicazione.

Noi siamo esseri di esperienza e l’esperienza è fatta di pensieri che si manifestano in un modo affettivamente tonalizzato. (Luigina Mortari, 2017)

I pensieri di ciascuno di noi si costruiscono sull’esperienza: è come se i vissuti, quelli del passato e del presente, intrecciassero il nostro modo di pensare la realtà e di conoscere l’alterità. Noi siamo ciò che dall’incontro con gli altri ci diamo la possibilità di conoscere di noi stessi. Predisporsi al confronto con i colleghi, riporre fiducia nel loro aiuto, costruire insieme esperienze di comprensione porta crescita educativa. Prepararsi a scoprirsi insieme ai bambini, ad ascoltare ciò che ci provocano con i loro comportamenti arricchisce il nostro modo di essere, migliora la nostra consapevolezza professionale. Praticare modi per prestare attenzione personalizzata e individuale con i bambini (per esempio parlare con uno alla volta, mettere in risalto una loro capacità...) aiuta a conoscerli in quella diversità che li caratterizza e individua rispetto ai compagni.

Perché non c’è un bambino uguale all’altro e nessun bambino è uguale a noi stesse. Ma c’è un’infanzia che crede negli adulti e che confida in loro per crescere bene.

Per saperne di più

Mortari, L., La sapienza de cuore. Pensare le emozioni, sentire i pensieri. Raffaello Cortina Editore, Milano, 2017.

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