Disegno infantile e interculturalità

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Disegno infantile e interculturalità

La ricerca evidenzia le potenzialità del disegno come strumento quali-quantitativo per esplorare il modo in cui alunni italiani e stranieri vivono e si rappresentano una classe interculturale

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Immagine tratta da Intercultura e Didattica

In anni recenti si è assistito a un rinnovato e proficuo interesse per la ricerca sul disegno infantile, in una prospettiva che gli dà nuova importanza come mezzo per studiare lo sviluppo della mente in modo adeguatamente complesso, valorizzando insieme la sua funzione simbolica di rappresentazione del mondo esterno e interno, e quella di strumento comunicativo nei confronti di interlocutori attenti al suo messaggio (Donsì e Parrello, 2005).

La visione multidimensionale che caratterizza i modelli interpretativi della psicologia dello sviluppo contemporanea (Fonzi, 2001) ha indubbiamente indirizzato gli sforzi della ricerca a cogliere i vari aspetti dello sviluppo psicologico nella loro articolata interazione: tali modelli, che esprimono una dinamica e sostanziale unità tra sviluppo cognitivo, affettivo e sociale, applicati al disegno infantile tendono a evidenziare la relazione tra un sistema di rappresentazione grafica e il suo ruolo nell’elaborazione e comunicazione di idee su persone e cose (Pinto, 1995).

Con il disegno il bambino organizza elementi interni ed esterni dando vita a una complessa creazione che racconta il mondo visto con i suoi occhi: il significato che trae origine e alimento dal rapporto intersoggettivo è altrettanto importante dei vissuti fantastici ed emotivi che “colorano” la rappresentazione grafica (Donsì e Parrello, 2005).
In realtà ci troviamo di fronte a un vero e proprio testo narrativo, denso di significati derivanti dall’intreccio di vissuti relazionali e processi cognitivi ed esecutivi: se esso è sicuramente un prezioso strumento di indagine dei processi di conoscenza del bambino, deve essere però analizzato con cura, possibilmente a livello sia qualitativo che quantitativo (Bombi e Pinto, 1993).

Ma se il disegno va inteso come un testo, una narrazione, che cosa racconta il bambino? Da che cosa la sua rappresentazione trae significato? Il disegno infantile racconta gli altri, il mondo, così come il bambino li vede e li vive, racconta la sua realtà, sempre connotata socialmente, arricchita del senso che il contesto culturale le dona.

Nel momento in cui la rappresentazione grafica ha come oggetto la relazione del bambino con “lo straniero”, si presenta la possibilità di osservare in che modo i più piccoli si affaccino su mondi distanti e spesso ignoti, e si rapportino ad essi. Analizzando i disegni dei bambini, Ramsey (1991) ha dimostrato quanto la razza sia saliente nel categorizzare altri individui; Pinto e Safina (2001) hanno indagato la relazione tra bambini italiani e bambini stranieri, per cogliere in che misura i primi vi traspongano le relazioni con i coetanei italiani, trovando comunque un clima positivo.
Noi stesse abbiamo già lavorato su questo tema in una ricerca che indagava quali caratteristiche assumesse la rappresentazione infantile di un adulto straniero, in contesti che offrono più o meno frequenti possibilità di contatto con stranieri (Parrello, Donsì e Aprea, 2008).

Continuando e articolando questo discorso, abbiamo pensato che il disegno ci potesse permettere di esplorare anche il modo in cui i bambini vivono e si rappresentano il tema dell’immigrazione nel contesto della scuola, oggi istituzione multiculturale per eccellenza (Favaro, 2005; Tallandini, 2009): i dati trasmessi dal MIUR per l’anno scolastico 2008/2009 ci dicono, infatti, che gli alunni stranieri sono aumentati di circa sette volte negli ultimi dieci anni e rappresentano il 22.3% della popolazione straniera residente in Italia (Caritas/Migrantes, 2009).

È ormai noto che il processo migratorio che da alcuni decenni sta investendo il nostro Paese non è più da considerarsi come un fenomeno transitorio ma come un evento strutturale, che riguarda il nuovo assetto del mondo ed è destinato ad acquisire nel tempo rilevanza crescente. Nonostante il tema sia da tempo al centro del dibattito politico-sociale, un numero limitato di studi si è occupato di indagare l’influenza che tale fenomeno può avere sull’adattamento psicologico quando ad essere coinvolti sono proprio bambini o adolescenti (Tallandini, 2009).

L’aumento costante e progressivo del numero di minori ricongiunti o nati in Italia da genitori stranieri pone nuove sfide e obiettivi da affrontare in vista di una loro piena integrazione nel Paese di accoglienza.
Nell’ambito del fenomeno migratorio, la dimensione dell’infanzia e dell’adolescenza presenta infatti serie problematiche, a cominciare dall’invisibilità che avvolge i bambini e gli adolescenti stranieri che vivono nel nostro Paese: essi spesso affrontano consistenti difficoltà, a volte per la pregressa separazione dai genitori, poi per l’incontro con il nuovo contesto, sempre per la necessità di dover vivere “sospesi” tra due culture (Favaro, 2005).

La scuola è il primo contesto istituzionale nel quale i minori stranieri si cimentano con difficoltà e al contempo con opportunità relazionali di integrazione: è proprio la scuola il luogo che da un lato evidenzia le differenze con i coetanei del Paese ospitante, dall’altro può offrire gli strumenti per realizzare percorsi di crescita che consentano un reciproco adattamento, “protetto” dalla guida degli adulti educatori.

Gli insegnanti diventano infatti i garanti di una interculturalità che proprio nelle classi fa le sue prime prove di realtà, nonostante i problemi legati alle diversità linguistiche e culturali, che impongono pedagogie specifiche, e le difficoltà riconducibili a una società in cui i conflitti culturali e l’intolleranza per il diverso sembrano aumentare fra gli adulti (Santerini, 2001). È indispensabile che agli insegnanti vengano dati strumenti concettuali e metodologici utili a conoscere e promuovere le dinamiche dell’integrazione, cominciando dai dati relativi al modo in cui di solito bambini e adolescenti si rappresentano lo straniero e vivono la convivenza con esso in situazioni diverse.

 

Per approfondire questi e altri temi partecipa al IV Convegno Nazionale di “Psicologia e scuola” In classe ho un bambino che...

 

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Lucia Donsì, Santa Parrello, Alessandra Priore (Università degli Studi di Napoli “Federico II”): 16 Gennaio 2015 Espressione, Relazioni

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