L’universo poco conosciuto della plusdotazione

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L’universo poco conosciuto della plusdotazione

Un individuo “plusdotato” mostra, rispetto ai pari, un’abilità sorprendente in un dato momento e in specifiche aree. Individuare a scuola le potenzialità e le eventuali difficoltà emotivo-relazionali di tali bambini risulta fondamentale per sostenerli nella crescita.

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Immagine tratta dal sito NANCY BAILEY'S EDUCATION

A tutti noi è capitato di incontrare persone che possono averci ispirato o forse fatto provare un po’ di invidia per la loro velocità e facilità nell’apprendere, nel conseguire risultati e per le loro idee innovative.

L’apparente naturalezza con cui queste persone contribuiscono in modo eccezionale a sviluppare uno specifico dominio del sapere è sicuramente un campo di studi intrigante che deve rappresentare la sfida educativa delle nuove politiche scolastiche in quanto è importante non disperdere potenzialità e capitale umano. I contesti educativi dovrebbero accogliere i risultati delle ricerche e sviluppare programmi di supporto agli individui di talento.

Da più di cent’anni si è cercato di capire, misurare e spiegare il potenziale cognitivo attraverso la quantificazione delle abilità intellettive come se ciò bastasse a garantire una traiettoria di sviluppo adattiva, di successo accademico e personale.

Negli ultimi anni, invece, l’attenzione degli studiosi si è spostata sempre più verso la comprensione del mondo emotivo e relazionale di queste persone che non sempre risultano, in realtà, ben adattate soprattutto nel contesto scolastico.

Il potenziale individuale dipende dalla maturazione biologica, ma è anche sensibile alle stimolazioni offerte dai contesti, specialmente in alcuni periodi critici dello sviluppo, pertanto è fondamentale che la scuola sappia riconoscere e sostenere i bambini di talento attraverso programmi personalizzati.

I differenti domini di talento hanno traiettorie di sviluppo che variano in funzione della comparsa e dei picchi di interesse.

Le politiche educative presenti oggi nel nostro Paese fanno sì che nel mondo della scuola non siano presenti percorsi specifici di supporto alla crescita di questi bambini: questo contribuisce a creare un contesto educativo caratterizzato da un clima dove sia i bisogni accademici sia quelli socio-emotivi dei bambini ad alto potenziale vengono negati o sottovalutati.

La mancanza di comprensione sembra avere origine primariamente dai numerosi miti che esistono su questi bambini speciali, primo fra tutti l’idea che il bambino ad alto potenziale non abbia bisogno di sostegno perché, grazie alla sua dotazione intellettiva, riuscirà a sviluppare le proprie capacità da solo. Questa idea è pericolosa perché non prende in considerazione tutti quei bambini/ragazzi che sono dotati di un alto potenziale ma che, per svariate ragioni, hanno un rendimento molto inferiore alle loro possibilità e che, in alcuni casi, si comportano male. È necessario che il mondo della scuola vada oltre questi falsi miti e che si documenti e formi su come progettare percorsi di sostegno agli apprendimenti e allo sviluppo dei bambini: avere un’intelligenza molto sviluppata o un talento particolare non significa necessariamente riuscire “meglio” negli apprendimenti, nella vita, nelle relazioni e così via.

Che cosa si intende con il termine plusdotazione (gifteness) 

Cercare di definire la plusdotazione in modo univoco è un’operazione complessa in quanto, ancora oggi, la comunità scientifica non ne ha una visione condivisa.

I differenti fattori sociali, culturali, economici e politici dei diversi Paesi sono elementi che contribuiscono alla difficoltà di definizione del costrutto (Phillipson e McCann, 2007).

Storicamente il concetto di giftedness è stato usato come etichetta per identificare quegli individui capaci di prestazioni eccezionali in uno o più domini di rilievo nella loro cultura di appartenenza.

 

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Roberta Renati, Maria Assunta Zanetti (Università di Pavia): 07 Maggio 2018 Abilità, Apprendimento, Relazioni

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