Gli allievi “non sono vasi da riempire ma fuochi da accendere”

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Gli allievi “non sono vasi da riempire ma fuochi da accendere”

Che cosa fare per gestire la complessità relazionale in classe con gli allievi? Come far fronte al disagio relazionale che sta minando i processi di insegnamento-apprendimento e che alimenta ovunque malessere e demotivazione?
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Immagine tratta dal sito https://it.depositphotos.com

Tempo fa mi ha scritto un lettore della rivista, docente della secondaria inferiore, genitore di un allievo della primaria considerato “difficile” dai suoi insegnanti. Il bambino dovrà essere trasferito in un altro istituto, perché «dove si trova ora non sono in grado di gestirlo e non è più gradito!».

Il lettore, a fronte dell’incapacità delle maestre di gestire il bambino in classe, nota come molti docenti siano diventati tali «senza alcuna preparazione di carattere psicologico, socio-comunicativo».

Nelle considerazioni conclusive della lettera si legge: «Noi docenti siamo convinti che il sapere ci abiliti a insegnare: di fronte a noi non abbiamo libri, manoscritti, fonti archeologiche, ma abbiamo esseri umani con una loro vita personale, quindi con i loro problemi e con il loro carattere. Di tutto questo noi docenti, quando entriamo in aula, ne teniamo conto?
Allora ricordiamoci quello che diceva Plutarco: i ragazzi non sono vasi da riempire ma fuochi da accendere, perché se non ce ne ricordiamo, allora quelli di coccio non sono loro, i ragazzi, ma siamo noi...».

 

Quanto pesa la mancanza di competenze relazionali?

È vero: gli insegnanti hanno di fronte a sé esseri umani complessi e tanti di loro non sono in grado di valorizzare le specificità, le differenze di ciascun allievo. D’altra parte, come nota il lettore, il percorso formativo per accedere all’insegnamento non prevede l’acquisizione di competenze relazionali che consentano di mettere in campo risorse utili alla gestione della complessità umana degli allievi - in particolare di quelli considerati “difficili” - ognuno con il proprio bisogno di uno sguardo esclusivo, accogliente, empatico, comprensivo, incoraggiante, imparziale, ognuno con il bisogno di sentirsi parte attiva del processo di insegnamento-apprendimento.

Una grave emergenza nella scuola italiana

Che fare allora se non si hanno gli strumenti per gestire la complessità relazionale in classe con gli allievi e, aggiungerei, anche con i colleghi, con i dirigenti, con le famiglie? Se, nonostante la passione per la propria materia, su cui magari si è accuratamente preparati, non si riesce facilmente a veicolarla, perché i percorsi di formazione non insegnano a tener conto delle dinamiche affettivo-relazionali implicate nella trasmissione dei saperi?

Il problema che il lettore solleva è una grave emergenza nella scuola italiana. C’è un disagio relazionale che sta minando seriamente i processi di insegnamento-apprendimento e alimenta ovunque malessere e demotivazione.

Capisco bene, allora, che chi ha scritto la lettera si senta amareggiato, deluso e impotente di fronte a questo stato di cose.

È necessario mobilitarsi

Non esistono semplici ricette per far fronte a una situazione così difficile. È necessario mobilitarsi, mettere un’attenzione costante al fenomeno, un impegno individuale e, si spera, anche istituzionale, a cambiare lo stato delle cose. Si tratta di non arrendersi, ognuno con il proprio ruolo, genitori inclusi, con l’impegno quotidiano teso al confronto, al dialogo, all’aggiornamento continuo, alla sperimentazione di nuove possibilità, allo scambio di prospettive, alla ricerca di nuove strade che consentano di fondare le condizioni per accogliere e valorizzare a scuola tutte le differenze, perché tutti abbiano le stesse occasioni formative e sia possibile costruire contesti di apprendimento dove star bene insieme

La strada, temo, si prospetta lunga ma necessaria.
 

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