L'organizzazione della classe

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Gli allievi con autismo devono restare sempre all’interno della classe oppure è meglio che svolgano le loro attività nella stanza del sostegno? 
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Con questa domanda apro un capitolo di un lavoro sull’autismo (Cottini, 2011). Così posto, il quesito è sicuramente troppo assoluto e perentorio, anche se riflette una modalità ancora radicata di approcciarsi al problema: quella di chi pensa di poter affrontare situazioni tanto complesse con un atteggiamento carico di retorica e pregiudizi ideologici.

Sostenere che gli allievi con disturbo autistico debbano stare sempre in classe perché questa è la logica dell’integrazione o, al contrario, che non possano starci in quanto la gran parte delle attività che vi si svolgono non sono adatte al loro livello di competenze cognitive e relazionali, è un modo assolutamente inadeguato di porre il problema. Da un lato, infatti, l’allievo con autismo, a causa delle difficoltà generalizzate che presenta, non riesce ad apprendere abilità significative se il contesto non è adeguatamente predisposto per facilitare tali apprendimenti.

Per contro, però, se si evita di “far troppo affidamento sulle virtù spontaneamente riparatrici del sociale” (Barale e Ucelli, 2006, p.125) e si programmano in modo adeguato le situazioni interattive, ci si accorge che anche gli allievi con autismo possono giovarsi fortemente di queste opportunità, acquisendo competenze in grado di generalizzarsi a vari contesti e favorire un più significativo adattamento all’ambiente di vita.

La questione posta con la domanda iniziale, quindi, va riformulata in maniera molto più pragmatica, chiedendosi in che modo debbano essere pianificate le esperienze di integrazione e come alcune attività svolte anche in contesti separati possano essere funzionali a tali finalità inclusive. Per far questo, in alcuni lavori recenti (Cottini, 2010, 2011, Cottini e Vivanti, 2013) ho preso in considerazione tre aspetti:

  • l’esigenza di una programmazione congiunta fra insegnanti curricolari e di sostegno alla ricerca di punti di contatto;
  • la possibilità di avvicinare gli obiettivi e di partecipare a quella che viene definita la “cultura del compito”;
  • l’utilità di svolgere attività personalizzate all’interno e all’esterno della classe.

Lo spazio di un post non consente chiaramente di sviluppare una riflessione su tutti questi elementi. Mi limito ad affrontare un argomento molto specifico: l’organizzazione della classe per favorire esperienze inclusive ad allievi con autismo, ripromettendomi di tornare sull’argomento con successivi contributi.

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