La motivazione e i compiti a casa

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Nel decidere se affidare compiti a casi o meno, è bene ricordarsi del tempo scuola del bambino e della motivazione ad apprendere. Di Adriana Molin
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Vale la pena parlare ancora di compiti a casa? Direi proprio di sì, a patto di uscire dalla querelle tra fautori della loro inutilità e sostenitori delle opportunità che possono offrire al bambino stesso.

I primi sono supportati anche dal rapporto OCSE che evidenzia la non corrispondenza tra maggior tempo medio dedicato allo studio a casa dagli studenti italiani delle medie superiori (9 ore vs 4,9 dei Paesi Ocse) e risultati ottenuti nelle prove di lettura e scienze sotto la media OCSE.
I secondi, con varie motivazioni psicopedagogiche, sostengono l’utilità dei compiti, l’opportunità e la necessità purché ispirati al principio di aiuto al bambino. In questa discussione spesso si scontrano genitori e docenti. Questi ultimi, purtroppo, talvolta assegnano compiti a casa a completamento dell’attività scolastica e obbligano a un surplus di lavoro scolastico, favorendo così il ricorso ad aiuti esterni alla famiglia.

Tempo scuola e compiti a casa


Più che sui benefici o sull’inutilità dei compiti svolti a casa con o senza aiuto, vorrei portare l’attenzione sul bambino e sugli impegni scolastici imposti dalla programmazione educativa. Premesso che la scuola per il bambino è il luogo dove poter esprimere le proprie potenzialità e svilupparle secondo un iter predeterminato, dovremmo, prima di tutto, chiederci se il tempo e l’impegno profuso nelle attività svolte a scuola permettono al bambino di affrontare il carico aggiuntivo dei compiti a casa. Secondo me, questa è la domanda chiave, quella che dovrebbe indirizzare noi docenti nella scelta e nella quantità di eventuali compiti da assegnare a casa. E se proprio fosse il caso di proporli, coinvolgeremo gli alunni affinché il lavoro a casa sia accolto come momento di attenzione nei loro confronti, occasione per imparare in autonomia. Non dobbiamo dimenticare che il bambino ha necessità - come l’aria che respira - di tempo e spazio liberi, cioè non programmati da altri, in modo da gestire personalmente i suoi bisogni più profondi.

La motivazione è il motore dello sviluppo


Il tempo a scuola, purtroppo, non sempre è tarato sui bisogni del bambino che devono essere declinati in base all’età, all’apprendimento potenziale, all’offerta delle opportunità extrascolastiche, alle necessità sociali. La stessa permanenza a scuola si caratterizza per esperienze di apprendimento molto diversificate: alcune entusiasmano e non fanno avvertire la fatica d’imparare, ma solo il piacere di nuove conoscenze, di mettersi alla prova rendendo il bambino disponibile a riprendere il compito a casa, poiché vissuto come prolungamento di un momento felice, da condividere con le persone significative. Altre, invece, sono così frustranti, da indisporre verso ulteriori obblighi, tanto più se i compiti presuppongono aiuti per lo svolgimento degli stessi.
L’impegno scolastico è il tempo dell’apprendimento intenzionale, del consolidamento di abilità e dell’ampliamento di orizzonti, non è racchiuso solo nel tempo passato a scuola e/o nel compito a casa, ma dilatato al tempo della motivazione. Le occasioni per apprendere sono infinite poiché siamo nati per imparare, ma sono la motivazione e il bisogno di scoprire mondi possibili la forza e il motore dello sviluppo individuale. Sta alla scuola il compito di incanalare queste energie verso traguardi possibili, e coniugare gli impegni scolastici del bambino con le spinte fondamentali della crescita individuale. Allora, forse saranno minori le lamentele dei genitori riguardanti compiti scolastici a casa.

 

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