Intercultura e pedagogia: le parole sono importanti

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Intercultura e pedagogia: le parole sono importanti

Un confronto italo-tunisino sui servizi per l'infanzia svela le lacune di un repertorio linguistico desueto. Occorre un'analisi dei nostri differenti linguaggi per non cadere in pregiudizi o stereotipi. Di Sandra Benedetti. 

La cooperativa Nuove Risposte di Roma che gestisce nella capitale e nella regione Lazio diversi nidi d’infanzia, mi ha offerto l’opportunità di partecipare ad un progetto di collaborazione con la città di Tunisi, ed in particolare con il Ministero dell’infanzia, della donna e della famiglia, per confrontare con i partner tunisini, impegnati nelle politiche educative, le esperienze realizzate dalla cooperativa stessa unitamente ad altre presenti sul territorio italiano in materia di servizi per l’infanzia, allo scopo di ricercare punti di connessione tra il nostro ed il loro percorso.

Il tema dell’intercultura in quella circostanza si è palesato immediatamente con un primo, insormontabile aspetto: quello connesso alla possibilità di comunicare utilizzando le parole giuste affinché italiani e tunisini, passando attraverso l’uso del francese e dell’arabo, potessero comprendere bene il significato delle parole e dei concetti ad essi sottesi, senza travisarne il significato profondo ed evitando soprattutto di parlare ed esprimersi facendo riferimento a costrutti semantici, o peggio ancora cognitivi, frutto di inevitabili pregiudizi e stereotipi.

Ne è emersa una fatica indicibile poiché più che le reciproche e comuni considerazioni sullo stato dell’arte delle conoscenze pedagogiche (peraltro constatare l’ottimo livello delle loro conoscenze, ha svelato i pesanti limiti legati ai miei pregiudizi), sono state le difficoltà incontrate nell’uso delle parole e del loro peso semantico nelle diverse culture di cui sono espressione, che dovevano passare al setaccio di tre lingue, italiano,francese ed arabo, prima di arrivare a destinazione dei reciproci partner per trasmettere loro l’autentico senso ad esse attribuito.

Mi sono persuasa quindi che la pedagogia in genere, ma anche quella interculturale, è forse il luogo in cui davvero si può correre il rischio di esercitare il massimo del pregiudizio malcelato da una convinta apertura all’altro e dunque il futuro di questo nostro mondo è già nel momento in cui si rivela, e pertanto merita di essere accolto a partire da una seria e più compiuta analisi dei nostri differenti linguaggi.
In questo senso l’uso delle parole può divenire un terreno denso di fili spinati poiché il significato che noi attribuiamo ad esse è il frutto di sovrapposizioni culturali al punto che appaiono già stratificate da innumerevoli significati, rischiando di perdere l’originario valore di contenuto, oltre che di forma. Nell’incontro con l’altro, portatore sempre di una diversità, l’uso del linguaggio e della parola può rivelarsi qualcosa che divide piuttosto che unisce.

Per questo il futuro che sarà sempre più caratterizzato dalla dimensione dell’imprevedibilità e dalla necessità di trovare un punto di incontro nella grande Babele dei linguaggi, merita qualcosa di più che una semplicistica accoglienza utilizzando repertori linguistici e parole desuete.

Dopo questa esperienza sono sempre più persuasa che la pedagogia dell’intercultura, che vale sia verso l’autoctono che per lo straniero, visto che siamo tutti un po’ stranieri a noi stessi, deve prestare attenzione all’etimologia. Dal vocabolario: "etimologia consiste nella individuazione o la ricostruzione degli etimi, sostanzialmente stimolata da processi associativi spontanei, sia che venga poi perseguita con rigore scientifico, sia che, al contrario, si appoggi su arbitrarie giustapposizioni di forme o di significati, come in molti esempi medievali (nobilis = non vilis) e nel caso della cosiddetta etimologia popolare (fare un repulisti, per accostamento a pulire di questa forma latina, che in realtà significa tu hai respinto)". Questo per fare dell’incontro con l’altro un incontro verso il futuro che non spaventa, ma che induce ad innovare senza rischiare di perdere la propria identità intesa come costruzione e prodotto del nostro passato.

E chissà che alla parola non si possa sostituire a volte qualche altra forma di comunicazione che le nuove tecnologie sempre più raffinate, possono, ancorché sempre frutto dell’occhio e del pensiero umano, rivelarsi meno contaminate da pregiudizi e malcelati sottintesi. 

Sandra Benedetti: 23 Marzo 2018

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