Il femminile tra arte e pedagogia

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Un quadro di Tintoretto rappresenta un’allegoria perfetta del ruolo di tante educatrici che accompagnano i bambini lungo la salita della vita, avendo cura di sostenerli ed indicando loro la strada da percorrere. Di Sandra Benedetti

A fine febbraio è circolato nelle sale cinematografiche un docu-film intitolato: “Tintoretto. Un ribelle a Venezia” di Melania Mazzucco che ne è ideatrice ed autrice.

È dedicato a Jacopo Robusti detto il Tintoretto che come molti artisti di pare merito, erano anche padri di giovani fanciulle che in alcuni casi li superavano per talento e sensibilità artistica.

A tutte queste donne la cultura del loro tempo negava la possibilità di esprimersi in una dimensione che non contemplasse l’unico destino previsto per loro: essere madri, mogli e più sovente donne consacrate a Dio. 

Ed è a Marietta Robusti detta la Tintoretta che dedico questo 8 marzo, perché Marietta condensa nel suo destino quello di tante donne divenute loro malgrado invisibili, pur essendo state talentuose, visto che di loro non si possiede più nulla. 

Fu la primogenita del Tintoretto che la concepì da una relazione precedente al matrimonio e pur tuttavia egli la protesse e la portò sempre con sé a bottega vestendola da maschietto. Ma quando due re, Filippo II di Spagna e Massimiliano II d’Austria, la richiesero come ritrattista a corte, il padre non acconsentì e la fece maritare rapidamente con un gioielliere tedesco da cui ebbe un figlio che morì a soli 11 mesi. Da quella ferita Marietta non ne uscì più e a soli trent’anni lasciò il corpo. 

Tintoretto portò quella perdita dentro di sé con straziante dolore ed in un suo quadro oggi conservato a Venezia nella chiesa della Madonna dell’orto, il pittore dedica in forma potente ed allegorica un pensiero al mondo femminile. Si tratta della presentazione di Maria al Tempio.

Ciò che colpisce nel quadro è che protagoniste sono una donna qualunque e sua figlia e così descrive Mazzucco: 

“Maria sale, con grazia, verso il sacerdote barbuto che l’aspetta in cima alla scala. Il suo ingresso nel Tempio permette l’inizio della salvezza dell’umanità. Maria è unica, irripetibile. Infatti è sola, ritagliata contro un cielo di nuvole. Ma la donna la indica a esempio alla figlia – perché anche lei accetti il suo destino e lo compia. Così il quadro, al di là del significato teologico, che Tintoretto tradusse con esemplare fedeltà, finisce per diventare altro. Un’epifania malinconica del mestiere di genitore, e di maestro. Che può solo accompagnare con amore il figlio (la figlia) ai piedi della scala, in cima alla quale lo (la) attende il futuro. L’età adulta, il compimento di una vocazione, la felicità o il dolore. La scala è ripida, nessuno può aiutarci ad affrontarla. Tocca a noi trovare il coraggio di avviarci lassù – qualunque cosa ci attenda.” 

Ecco svelato il perché trovo interessante proporre questa riflessione: l’immagine del quadro di Tintoretto è l’allegoria perfetta del ruolo di tante educatrici che accompagnano i bambini lungo la salita della vita, avendo cura di sostenerli ed indicando loro la strada da percorrere e, allo stesso tempo, sostenendoli senza invaderli. In cima alla scala li attende un sacerdote, che io identifico nel destino di ognuno di noi, a volte palesato in un giudice severo, ma comunque attento a tendere una mano, come nell’immagine che il quadro propone.

In ogni caso è alle donne il compito di scalare il percorso della vita e mi chiedo come possa avvenire il loro riscatto.

Allora termino la mia riflessione con il contributo di pensiero di Umberto Galimberti, perché nel pezzo che segue trovo molto pertinente a questa ricorrenza le sue considerazioni.

Egli afferma che il disancoraggio della donna da una idea di subalternità può avvenire “Non con una rivendicazione di uguaglianza che da noi significa imitazione dello stile di vita maschile, con progressiva negazione della specificità femminile fatta salva la seduzione sessuale, ma con una maturazione antropologica che si verificherà quando, esausti dall’affermazione della loro identità e dagli sforzi richiesti per confermarla, gli uomini incominceranno ad accorgersi che la gioia, la felicità nascono dalla relazione, di cui la donna è per natura la gelosa custode o la misconosciuta interprete.

Se non si arriva a catturare questo segreto e quindi a scoprire che cos’è davvero il femminile, al di là dell’angusta visualizzazione maschile della donna, non ci resta che il ricorso agli antidepressivi o all’alcool o alla droga, perché non c’è gioia nell’io e nella sua esasperata autoaffermazione, ma solo nella relazione che è il linguaggio tipico della donna, di cui l’uomo, fatta eccezione per rari casi, deve ancora imparare l’alfabeto.

Credo che non ci sia null’altro da aggiungere se non continuare attraverso la pedagogia a fare di ogni evento di cura un elogio alla relazione di cui, come donne ed educatrici, tendenzialmente siamo portatrici sane e abili cultrici.

 

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Sandra Benedetti: 07 Marzo 2019

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