L’educatore: un funambolo tra i bambini

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Il suo ruolo è quello di sempre stare un passo indietro, procedendo anche per tentativi, ma sempre nell'ottica di non cadere nella tentazione di proporre e dirigere il gioco, lasciando spazio ai bambini stessi. Di Sabrina Gori

Riflettiamo sempre troppo poco su che cosa può orientare davvero il nostro lavoro educativo. Sicuramente ciò che ci può aiutare è domandarsi se quello che stiamo facendo risponde ai bisogni dei bambini. Quali sono i criteri che possono sostenere le scelte educative degli educatori?

Possiamo partire da una parola chiave che è quella di dare riconoscimento all’identità di ciascun bambino. Quando un bambino varca la soglia del nido porta con sé una storia, appartiene ad una famiglia ed è portatore di una cultura che va sempre rispettata, accettata e accolta. Riconoscere il bambino è il primo passo per accompagnare la sua crescita. Se accettiamo di muoversi in questa prospettiva, dobbiamo rivedere necessariamente il ruolo dell’educatore: un adulto che manifesta da subito una sensibilità all’ascolto autentico dei bambini basandosi su ciò che può osservare di loro.

È osservando i bambini che ci si rende conto se le ipotesi di gioco e di attività che proponiamo rispondono ad un loro bisogno oppure ad un nostro desiderio. In questa ottica ci si allontana fortemente dall’idea che l’educatore è colui che intrattiene i bambini proponendo giochi e attività alle quali partecipa attivamente. L’educatore deve sempre stare un passo indietro e evitare di cadere nella tentazione di proporre e dirigere il gioco. Dobbiamo evitare la troppa programmazione che causa un’inevitabile attesa per il risultato finale. È necessario uscire dagli schemi, un educatore deve saper essere molto creativo, deve saper organizzare gli spazi e i tempi del gioco. Il suo ruolo deve essere orientato alla messa a disposizione di contesti di esperienza che incuriosiscono i bambini e li coinvolgono spontaneamente immergendosi in una partecipazione che risulta attiva e con partecipativa.

Quando affermiamo che è preferibile porre l’attenzione al processo dell’attività e non al suo prodotto finale, cerchiamo proprio di rifuggire le ipotesi elaborate dagli adulti per prediligere gli itinerari ludici dei bambini. Si chiede quindi all’educatore uno sforzo maggiore che è quello di saper cogliere gli interessi dei bambini e di saper organizzare una proposta che deve rimanere aperta e flessibile.  Questa attenzione all’altro si traduce in un agire educativo che è sempre in movimento e si sviluppa in un percorso dinamico che tiene conto delle espressioni dei bambini, spesso caratterizzate da spunti inaspettati e innovativi.

Per l’educatore si tratta di un procedere per tentativi, offrendo delle piste che avviano il gioco o l’esperienza ma che non chiudono mai il percorso. Si tratta di mettere a disposizione dei bambini contenitori liberi di essere esplorati, spazi attrezzati per essere utilizzati in maniera impertinente, attività che prevedono la possibilità di procedere per prove ed errori. Ecco allora che il ruolo di regia dell’educatore si fonda sulla sua capacità di dare spazio al saper cogliere l’inatteso; quel quid che aggiunge la creatività del bambino che non può essere anticipata ma che dobbiamo solo saperci aspettare.  

Un ruolo quello dell’educatore che assomiglia a quello del funambolo: i bambini rappresentano la corda tesa su cui il funambolo aggiusta i passi tentando di stare in equilibrio nella complessità dei loro pensieri e lasciando a loro la possibilità di dialogare con l’incertezza per trovare la strada da percorrere.

Dobbiamo allora pensarsi pronti a cambiare, a stare in dialogo, a volgere lo sguardo sul punto di vista del bambino. In questo modo possiamo dire di sforzarci davvero di mettere al centro del nostro agire educativo un’idea di  bambino che sceglie, comunica e interpreta  l’oggi e contribuisce a costruirlo. Una professione, quella educativa, che basa il suo agire sulla consapevolezza della dimensione dell’ascolto autentico, empatico e appassionato: queste le variabili imprescindibili su cui basare l’agire dell’educatore. 

“Non mancano certo i metodi, anzi, ce ne sono fin troppi! Passate il tempo a rifugiarvi nei metodi, mentre dentro di voi sapete che il metodo non basta. Gli manca qualcosa.” “Che cosa gli manca?” “Non posso dirlo.” “Perché?” “È una parolaccia.” “Peggio di empatia?” “Neanche da paragonare. Una parola che non puoi assolutamente pronunciare in una scuola o in un liceo, in una università, o in tutto ciò che le assomiglia.” “E cioè?” “No, davvero non posso..” “Su, dai!” “Non posso, ti dico! Se ti tiri fuori questa parola parlando di istruzione ti linciano.” “…” “…” “…” “L’amore.”

Daniel Pennac  “Diario di scuola”

 

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