L'educazione del gabbiano Jonathan

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Subire l'abbandono può essere un momento di crescita? La storia del gabbiano Jonathan e un piccolo allarme: i gabbiani stanno invadendo le città italiane, con tanti danni per noi e per loro, ma nessuno ne parla.

Ciao, gabbiano

‎Le città italiane vicine alle coste vivono un allarme che ha una visibilità mediatica pari a zero: l'invasione dei gabbiani. Roma, Genova, Trieste sono davvero all'erta: i tetti e i terrazzi sono "colonizzati" dai potenti volatili, un tempo signori solo del mare.

Anche se pochi giornali li hanno segnalati, sono tanti gli incidenti occorsi a causa di tale trasformazione nei comportamenti dei gabbiani.

Davanti alla mia finestra, sul limitare di un tetto  rifinito da ‎un parapetto, una femmina di gabbiano ha fatto un nido. Avrei dovuto subito segnalarne la presenza al Comune, perché il proliferare di questi uccelli in ambiente urbano è davvero pericoloso. Colpevolmente, non l'ho fatto. Così ho assistito alla crescita del piccolo che nella mia mente non ho potuto non chiamare Jonathan.

Ho assistito nei primi giorni ai continui via vai di mamma gabbiano; poi allo spuntare della testa grigia; poi ai primi passi del pulcino terrorizzato in equilibrio sul parapetto. Una mattina Jonathan mi ha svegliata con le sue grida acutissime e sempre più disperate; ha strepitato per tutto il giorno. La madre non si è fatta vedere, per molte ore.

Ieri, dopo tanti giorni, Jonathan è tornato sul parapetto dove c'è ancora qualche traccia del suo nido. Gli uccelli crescono velocemente, e lui da tempo è volato via. Sembra sicuro, anche se si capisce che è giovane.

Non lo vedrò più; o forse non lo saprò riconoscere tra gli stormi che volano alti sopra la mia città. È diventato grande grazie ad un abbandono. Una lezione dura da capire. Ma sulla quale varrebbe la pena di ragionare con i cuccioli dell'uomo. 

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