Sulla luce, i bambini e la scuola

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Sulla luce, i bambini e la scuola

Intervista a Francesco Tricarico

Esce un nuovo album di Francesco Tricarico, cantautore, pittore, scrittore e papà di due bambini. Lo incontriamo per parlare della sua musica, dei suoi testi pieni di luce e di voglia di vivere, di quel che la scuola può dare ai bambini e ricevere da loro. 

Francesco Tricarico. Foto di Stefano Sgarella

Francesco Tricarico. Foto di Stefano Sgarella (Fonte).

Ieri è uscito il tuo nuovo album, Da chi non te lo aspetti – prima parte. Abbiamo ascoltato il singolo di lancio, Brillerà, e ci è venuto in mente che le tue canzoni sono sempre piene di bagliori, di luccichii: “brilla brilla la scintilla, brilla in fondo al mare...” cantavi in Io sono Francesco, poi ci sono Brillantini, Luminosa, adesso c’è questo canto alla possibilità di uscire dalle situazioni brutte... Che significato hanno tutte queste luci? Le vedono meglio gli adulti o i bambini?

Non è una cosa voluta, credo: è stato abbastanza istintivo. Se debbo cercare di razionalizzare questa immagine, darle una ragione, penso che la scintilla sia la forza vitale, come un battito del cuore: non si sa da dove giunga l’impulso di questo battito, c’è un punto in cui si genera ma non sappiamo mai bene, mentre viviamo, da dove venga la “carica” di questa “batteria” e perché a un certo punto cominci a zoppicare, ad affievolirsi, finisca. Per parte mia ho sempre percepito una grande voglia di vivere, che forse appunto “brilla” spesso nelle mie canzoni, come un cuore che batte. Però mi rendo conto che nel corso della vita tende a sclerotizzarsi: quello che noi vediamo, razionalizziamo, organizziamo, tende a dare una forma, un significato univoco a questa forza. Invece dovrebbe rimanere sempre aperta, magica, giocosa. Purtroppo la dimensione del gioco viene relegata spesso nell’infanzia, viene un po’ derisa, viene detta “infantile”. Ma il magico, il giocoso non sono qualcosa di “infantile” nell’accezione negativa del termine: sono qualcosa che è in noi. La questione non è “riprenderli” in età adulta: occorre più semplicemente non perderli mentre si cresce. Abbiamo una capacità immaginifica che culturalmente tendiamo a svilire, diventiamo sempre più vecchi, pensiamo di sapere tutto, e invece un bambino di 5 anni ne sa molto più di noi di questa scintilla, di questo aspetto magico che è in noi.

Altra tua canzone famosissima è Musica, che riproponi anche nel nuovo album insieme a Io sono Francesco. Ti avranno fatto questa domanda centomila volte ma te la rifacciamo. In che modo la musica può “salvare” un bambino? E un adulto?

La musica può “salvare” perché è un linguaggio etereo: un grande linguaggio comune agli uomini, perché secondo me tutti noi “cantiamo”. Poi tradurre questo canto in un pentagramma non è così semplice. Tutti siamo intonati, poi qualcuno diventa stonato... ci sono varie teorie al proposito e detto per inciso io credo che siamo tutti intonati. Nel mio caso la musica mi ha salvato perché la canzone, questa grande opportunità anche di lavoro che è diventata la musica, mi ha permesso di comunicare, mi permette di farlo tuttora: sia sul palco che tra me e me stesso. Per questo suo essere un grande mezzo comunicativo la musica mi ha salvato e mi auguro possa salvare anche altri, almeno in senso lato. Per fare un esempio: se ora mi mettessi a strillare in Piazza Duomo mi arresterebbero, se mi mettessi a cantare una canzone dove ad un certo punto grido magari qualcuno potrebbe sentirmi, applaudire, e chissà potrebbe essere il primo passo per diventare una grande rock star. La musica, secondo me, ti permette di gridare, di trasformare atteggiamenti aggressivi e distruttivi in qualcosa di costruttivo, che può essere condiviso. Permette di mostrare le emozioni, di riconoscerle e di capire che queste emozioni appartengono anche ad altri, che non sei solo, che hai toccato qualcosa di “vero”.

Oltre alla musica, nella tua vita ci sono l’arte, il disegno, la pittura con materiali semplici e anche la narrativa (Semplicemente ho dimenticato un elefante nel taschino). Che rapporto c’è tra la tua musica, la tua scrittura e i tuoi disegni, oggi?

Per me sono tutti canali di comunicazione. E, alla base di tutto quel che faccio, c’è sempre una gran voglia di star bene. A volte questi linguaggi servono a me per comunicare con me, per fare ricerca sul mio animo. Altre volte aprono la comunicazione con gli altri, diventano dialogo, un momento di condivisione. Nella scrittura, nel disegno, nella musica, io cerco sempre un’unione, un’armonia con gli altri e con me stesso. L’altro fine è cercare di impegnare il tempo in qualcosa di “universale”, di “eterno”. Sembrano paroloni, ma nel mio caso descrivono piuttosto bene l’atteggiamento che ho verso l’arte... Ho perduto mio padre a 3 anni. Lui era un ufficiale, un uomo d’azione, faceva il pilota d’aerei ma non ha lasciato molto: forse avrei voluto leggere una sua lettera, guardare un suo disegno. Può darsi allora che in tutto questo mio lavoro ci sia l’intento di lasciare qualcosa. C’è anche un altro aspetto. Per me mio padre è stato, anche dopo morto, una grande presenza. Dunque ho iniziato a pensare presto alla morte, che è forse l’ultimo grande tabù dei nostri tempi: ho sperimentato il significato del vuoto che è presenza, qualcosa che anche a livello fisico, atomico ci lega. E quindi fin da subito ho cercato di sconfiggere questo tabù attraverso tutte le arti. Ho sentito il vuoto che è presenza, ho sentito la morte come qualcosa che ti fa pensare, ti può dare un grande sollievo o una grande paura, ma di cui in ogni caso occorre parlare, perché una volta che le emozioni vengono buttate fuori, tradotte in qualcosa di umano, non fanno più male, o almeno si possono vedere. Oggi rispetto alla morte c’è un atteggiamento evitante: è come qualcosa che aleggia sopra e intorno a noi, che fa tanto paura. E invece è un argomento che può consegnarci saperi preziosi. Per esempio il senso della finitezza, del limite che non sono qualcosa di negativo, ma proprio ciò da cui nasce la nostra umanità, la bellezza, la nostra magia...

Pensi che della morte si dovrebbe parlare anche ai bambini? E come?

Mah, io ho due bambini, e mi rendo conto che non è facile parlare di questi temi con loro. Bisognerebbe, può darsi... Ma io stesso faccio fatica e lotto con il tabù: ho paura che faccia paura, forse perché io stesso ne ho un po’ paura. Alle volte, rimontando alla filosofia greca, mi viene da pensare che forse sarebbe meglio non parlare della morte in termini assoluti finché sei vivo: perché non ne sai nulla. Per cui non so bene come potrebbe essere affrontata la cosa con i bambini. Il bambino di solito non pensa alla morte finché non gli capita di incontrarla, finché non gli succede di vivere una perdita grave. Quando questo incontro diretto non c’è, anche se gliene parli rimane forse una cosa molto aleatoria, gratuita, come quando si discute di tutte le esperienze che non si vivono. Non è semplice: secondo me occorre parlarne se l’esigenza viene dai bambini, quindi non in maniera astratta. Piuttosto forse sarebbe bello coltivare la loro capacità a farsi delle domande. Sarebbe importante, anche a scuola, dare stimoli, intercettare le curiosità, ascoltare i dubbi, in modo che i bambini continuino a farsi domande anche da grandi, prima di decidere del proprio futuro o di quello degli altri.

A proposito di scuola: ci racconti qualche incontro per te felice, importante con insegnanti?

Ho avuto tanti incontri positivi: il mio insegnante di filosofia al liceo musicale, per esempio, che mi “iniziò” al disegno, alla pittura. Si chiamava Visentin, ci portava a vedere mostre, al museo, era generoso, mi ha fatto capire tantissime cose sull’anima e sulla vita. Poi il mio maestro di flauto è stata una figura di riferimento. Anche la maestra di scuola elementare che peccò di disattenzione nei miei confronti a proposito del tema sul papà, quell’episodio che canto in Io sono Francesco, alla fine è stata per me una brava insegnante. Penso che tutti abbiano dei lati buoni e dei lati superficiali, e che è anche questo è il gioco della vita.

Dicevi prima che hai due figli: da genitore, che cosa consiglieresti agli insegnanti per rendere la scuola migliore, un luogo più amabile e stimolante per i bambini?

Quel che mi sento di dire, e che penso di aver capito in questi anni, è che i bambini sono competenti, fanno bene le cose. Quindi un bravo maestro, secondo me, dovrebbe insegnare ai bambini a gestire i propri talenti e capacità: far capire che viviamo in tanti in un solo mondo, e che per non pestarci continuamente i piedi occorrono delle piccole organizzazioni. Questo non deve andare a discapito della voglia di vivere, di cantare, di gridare. Gridare è importante, non è sbagliato se non facciamo male a nessuno. Ma gridare nell’orecchio di un compagno è violento e crea malessere. Sono cose semplici in fondo, io credo. L’ascolto è l’altro elemento fondamentale: perché i bambini hanno piacere a togliersi le scarpe e camminare con i piedi nudi sull’erba? Perché dovremmo vietarglielo? Domandiamocelo. Si parte dal principio che i grandi abbiano sempre ragione. Forse visto come stiamo vivendo, la crisi profonda in cui stiamo gettando anche i bambini, bisogna ammettere che abbiamo sbagliato qualcosa, che abbiamo smesso di sapere qualcosa. Forse, il modo migliore per sapere cosa sia questa cosa che abbiamo smesso di vivere e di sapere è chiedere a chi è ancora integro come voglia di vivere, come pura voglia di esistere qui, adesso, in questo momento. Perché un bambino al netto delle nostre nevrosi è questo: gli basta un bicchier d’acqua, non ha progetti, e se lo guardiamo per bene, in silenzio, forse davvero riusciamo a vederla in lui e a vederla in noi, la scintilla.

Per saperne di più

[Intervista a cura di M. Parrini e E. Frontaloni]

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