Prove Invalsi e classi “aperte” per migliorare

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Prove Invalsi e classi “aperte” per migliorare

Quale immagine della scuola italiana emerge dalle rilevazioni nazionali sulle prove Invalsi? Come “fare pace” con questo strumento? Ce ne parla Elena Ugolini, consigliere del Ministro Giannini e preside Liceo Malpighi di Bologna.

Classi aperte e prove Invalsi

Quale profilo della scuola primaria italiana emerge dal Rapporto sulle prove invalsi 2014?

Intanto, si vede una scuola che sta diminuendo in modo significativo il divario esistente tra Nord e Sud, anche se rimangono ancora molti margini di miglioramento.

Se le scuole primarie di certe aree geografiche dessero un contributo in termini di miglioramento dei livelli di apprendimento tra la seconda e la quinta come quello rilevato in certe regioni (Veneto, Lombardia, Piemonte, Trentino), si potrebbe mettere a frutto il potenziale che esiste negli alunni e si potrebbero ridurre drasticamente le differenze di risultato. Occorre investire sulla Scuola primaria perché è in questo livello di istruzione si gettano le fondamenta su cui si può continuare a costruire negli altri ordini di scuola.

Prendiamo quel che dicono le Indicazioni nazionali del 2012: fissano dei traguardi di sviluppo delle competenze che vanno raggiunti. Più le scuole sono in situazioni di difficoltà dal punto di vista del contesto sociale, culturale ed economico, più andrebbero sostenute con azioni mirate...

In certe situazioni le scuole possono veramente fare la differenza nella vita di un alunno. Ci sono scuole che, a parità di condizioni, nella stessa area geografica e con lo stesso indice di stato economico, sociale e culturale hanno risultati radicalmente diversi. Occorre capire perché, ed imparare dall'esperienza.

Nella scuola primaria, ad esempio, esiste un’abitudine al lavoro comune tra insegnanti che sicuramente favorisce una maggior efficacia nell'insegnamento. Penso sia questo uno dei motivi per cui, anche nelle indagini TIMMS e PIRLS, la nostra scuola elementare continua a reggere il confronto internazionale.

Rispetto al divario tra Nord e Sud: sembra ridimensionato nella Scuola primaria ma emerge con forza nei successivi gradi d’istruzione… come interpreta questo dato?

Dai risultati emerge in modo assolutamente chiaro e inequivocabile che i divari regionali crescono in modo esponenziale a partire dalla Scuola secondaria di primo grado e le differenze si aggravano nel biennio delle Superiori.

In questi anni si è sempre detto che la “scuola media” è l’anello debole del sistema, ma, guardando questi risultati emerge in modo chiaro che questo “buco” diventa una voragine all’inizio della Secondaria di secondo grado.

Solo un esempio: Il 75% degli studenti di seconda superiore della Sardegna ha in matematica un risultato inferiore alla media nazionale. Per capire la gravità del problema basterebbe confrontare questi risultati con il numero degli studenti bocciati, la quantità di ragazzi promossi con debiti formativi, il tasso di dispersione scolastica, i risultati conseguiti sia nelle indagini nazionali che internazionali dagli studenti ripetenti.

Tutti gli insegnanti sanno che la sufficienza con cui il 30% degli studenti di terza media esce dall'Esame di Stato spesso nasconde gravi lacune. E non è un mistero che la maggior parte dei ragazzi che “terminano” con il 6, si iscrivono agli Istituti professionali: l’indirizzo di Scuola superiore dove si raggiungono punte del 50% di bocciati nel corso del primo anno. Abbiamo un quadro che chiederebbe cambiamenti veri.

Ci dà un parere sulla costruzione delle prove, analizzata nel dettaglio all'interno del Rapporto?

Dovremmo essere contenti della qualità a cui sono arrivate le prove Invalsi in pochi anni. Chi le squalifica come “quiz”, dovrebbe avere l’onestà intellettuale di leggere i quadri di riferimento e di considerare con attenzione il processo seguito per la loro costruzione.

Sono prove formulate da un gruppo di circa 280 insegnanti di scuola in cui sono presenti esperti provenienti dal mondo accademico e della ricerca disciplinare e didattica. Sono costruire sulla base di quadri di riferimento che tengono conto delle Indicazioni nazionali, della pratica didattica, dei criteri seguiti a livello internazionali e passano al varo di severissimi pretesti.

Le prove Invalsi non hanno lo scopo di individuare un livello, ma di verificare uno spettro molto ampio di processi e contenuti secondo indici di difficoltà variabili e devono reggere una platea di circa 590.000 studenti per ogni livello scolare. Per questo è così complesso costruirle. Una prova Invalsi di italiano non potrà mai valutare, ad esempio, la capacità di esposizione orale o la motivazione di uno studente, ma, sui contenuti e sui processi indagati, può dare elementi molto utili per poter offrire ai docenti e ai consigli di classe un punto di riferimento esterno con cui paragonarsi.

Il Rapporto completo presenta alcuni zoom, ad esempio sulle differenze di genere…

Dalle indagini internazionali, in particolare da PISA, emerge che nei test di comprensione della lettura le femmine ottengono punteggi migliori dei maschi, mentre nei test di contenuto matematico avviene perlopiù il contrario.

Nel caso delle prove Invalsi, risulta sostanzialmente confermato questo dato. A livello nazionale i maschi ottengono un punteggio più basso delle femmine nella prova di Italiano – tranne in II primaria – e un punteggio più alto nella prova di Matematica. Con la sola eccezione della prova di Italiano in II primaria, la differenza di risultati tra maschi e femmine è sempre statisticamente significativa per tutti i livelli indagati.

Tuttavia va anche detto che, per quanto significative in termini statistici, le differenze di risultati tra maschi e femmine sono contenute e non superano in ogni caso i 10 punti. Il divario massimo (8 punti) si ha nella prova di Matematica della II secondaria di 2° grado. Anche a livello regionale tali differenze si confermano.

Ci sono anche degli approfondimenti sulle differenze tra gli alunni in anticipo e in ritardo… come interpreta i dati emersi?

I risultati sulle differenze tra alunni regolari e anticipatari o posticipatari sono molto interessanti.

Per quanto riguarda gli anticipatari, i risultati sono molto altalenanti. Se nella II primaria gli anticipatari hanno risultati inferiori rispetto ai regolari a dimostrazione che i bambini di quell’età soffrono a cominciare prima la scuola, in V gli anticipatari ottengono risultati superiori rispetto ai regolari come se questo svantaggio venisse recuperato nel corso della Scuola primaria.

Però nella III classe della scuola secondaria di I grado, gli studenti anticipatari si trovano di nuovo indietro rispetto ai regolari, mentre nella Scuola superiore sono di nuovo avanti nelle prove di Italiano, ma non in quelle di Matematica.

Per quanto riguarda i posticipatari, rappresentati per la maggior parte da studenti ripetenti, i loro risultati sono sempre di gran lunga inferiori rispetto a quelli dei regolari. Ciò potrebbe voler dire, come ormai alcune ricerche internazionali dimostrano, che “bocciare” uno studente non serve assolutamente per far recuperare lo svantaggio.

La ricerca PISA ci dice che nei paesi in cui ci sono più studenti che ripetono l’anno, le prestazioni complessive tendono ad essere più basse e il background socio economico e culturale ha un impatto maggiore sui risultati di apprendimento che in Paesi in cui meno studenti ripetono l’anno.

Gli insegnanti non sono ancora "in pace" con le prove Invalsi: come crede che possano utilizzare al meglio questi dati, e le prove stesse?

Gli insegnanti non sono ancora in pace con le prove Invalsi perché molti di loro non hanno ancora ben chiaro il senso di tali prove. Questo è in parte dovuto al fatto che è mancata una comunicazione chiara fin dall’inizio, da parte dell’Invalsi, ma anche del Ministero, sul perché questo tipo di prove venisse introdotto nella scuola e quale fosse il loro scopo.

Lo scopo delle prove è di fornire informazioni utili per migliorare. L’uso dei risultati delle prove è fondamentale per un miglioramento dell’azione didattica. In particolare, l’analisi degli errori che gli studenti commettono in queste prove permette agli insegnanti di comprendere i punti di debolezza dei propri studenti. Infatti, la prova Invalsi è una delle poche prove che uno studente si trova a risolvere anche se non è stata preparata dal proprio insegnante e che quindi permette veramente di misurare le competenze dello studente, cioè la capacità di riuscire a riconoscere in un contesto diverso da quello a cui è abituato, ciò che ha appreso a scuola.

Le prove Invalsi sono costruite in base ad un quadro di riferimento comune e sono uguali per tutte le classi di un determinato livello, per questo potrebbero favorire una riflessione comune tra i docenti di uno stesso dipartimento disciplinare, un lavoro fra tutti i docenti dello stesso consiglio di classe e tra docenti di diversi ordini di scuola.

Se gli studenti fanno fatica a comprendere il testo di un quesito di Matematica, o non riescono ad argomentare la risoluzione di un problema con una risposta aperta, è chiaro che in gioco non ci sono solo i docenti di matematica e che le difficoltà, probabilmente, non sono riconducibili solo all’anno in cui quelle lacune sono state rilevate!

Chi chiede che le prove Invalsi siano solo campionarie forse dimentica che, in questo modo, si perderebbe questa possibilità preziosa di lavoro. Se lo scopo è migliorare quello che si fa in tutte le classi, in tutte le scuole del Paese, è fondamentale disporre di dati capillari. I nostri studenti non frequentano una classe “media”, ma quella classe particolare , ed è lì che occorre fare di tutto per migliorare.

Alla luce di questi dati, e per garantire l'apprendimento di tutti i bambini, lei ha proposto un modello di classi "aperte". Ci spiega meglio questo suo pensiero?

Penso che la scuola italiana dovrebbe coniugare la sua tradizione didattica, basata tra l’altro sulla centralità del gruppo classe, con la tradizione di tipo anglosassone che, attraverso l’insegnamento per livelli, cerca di valorizzare talenti e di evitare il fenomeno delle ripetenze.

È chiaro che per poter rispondere in maniera articolata e non superficiale a questa domanda occorrerebbe molto spazio, ma vorrei portare l’esperienza della mia scuola. Nel mio Liceo, da anni, l’Inglese viene insegnato per livelli.

Le ore di questa materia vengono svolte contemporaneamente, per sezioni parallele, ed i ragazzi sono divisi per gruppi di livello. I risultati sono estremamente positivi perché tutti gli studenti riescono in un arco di tempo più limitato a raggiungere risultati migliori rispetto agli obiettivi fissati dal quadro di riferimento delle lingue europee. Solo l’ultimo anno di Liceo, dopo che tutti gli studenti hanno almeno raggiunto un livello B2, le classi si ricompongono.

Per la Matematica e l’Italiano, invece, abbiamo adottato un altro modello: le lezioni sono svolte regolarmente da tutta la classe ma esistono delle ore parallele tra le diverse sezioni che sono utilizzate per svolgere lezioni per livello, in modo da favorire percorsi di recupero mirati al consolidamento delle competenze di base. Questo metodo è essenziale nel biennio delle Superiori perché le classi partono grandi differenze in termini di competenze di base, ma è molto interessante anche nel triennio perché consente di costruire percorsi opzionali o lezioni comuni tra tutte le classi.

Per saperne di più

Redazione : 25 Agosto 2014 Articoli

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