Prove Invalsi e alunni stranieri

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I risultati delle rilevazioni Invalsi testimoniano la necessità di attivare dispositivi più efficaci per gli alunni non italofoni, l’importanza della scuola dell’infanzia e dell’acquisizione precoce, fra tre e sei anni, della seconda lingua per i bambini figli di immigrati. Una riflessione di Graziella Favaro.

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Sono da qualche giorno disponibili gli esiti delle prove nazionali INVALSI condotte lo scorso anno scolastico (Rapporto SNV PN 2014 Invalsi).

La loro lettura può fornirci l’occasione per fare alcune considerazioni sui percorsi d’inclusione, sulle criticità e sulle attenzioni da promuovere e da rinnovare per una buona integrazione.

La comparazione dei dati sollecita infatti alcune riflessioni sulle criticità dei percorsi di apprendimento – soprattutto a carattere linguistico – degli alunni non ancora italiani, sul ruolo del fattore “tempo di scolarità” e sui passaggi da un tipo di scuola ad un altro. 

Prime e seconde generazioni: ancora differenze notevoli rispetto ai compagni italiani

I risultati delle prove distinguono correttamente già da qualche anno tra alunni stranieri nati in Italia (di “seconda generazione”) e alunni stranieri nati all’estero (di “prima generazione”). Per questi ultimi tuttavia non viene rilevato il fattore determinante legato al tempo di permanenza e di scolarità nel nostro Paese.

In ogni caso, gli alunni stranieri, sia di prima che di seconda generazione, ottengono risultati inferiori, rispetto ai compagni italiani, sia in Italiano che nelle prove di Matematica, anche se il divario fra gli alunni autoctoni e coloro che sono nati nel nostro Paese tende ad attenuarsi, seppure ancora di poco. 

Nella classe seconda della scuola primaria, lo scarto nelle prove di Italiano fra gli alunni italiani e i bambini stranieri nati all’estero è di 18 punti e di 16 punti anche nel caso dei nati in Italia. In quinta, lo scarto si fa più ampio e sale a 27 punti per i nati all’estero, mentre ritorna a 16 per le cosiddette “seconde generazioni”.

Come era prevedibile, gli scarti fra i tre gruppi sono più significativi nelle prove linguistiche che in quelle matematiche. Per queste ultime, la differenza, rispetto ai pari italiani, è di 18 (I generazione) e di 15 punti (II generazione) nella classe seconda e di 19 (I g.) e 14 punti (II g.) in quinta.

Il fattore tempo e la durata della scolarità giocano un ruolo importante per il miglioramento degli esiti sul lungo periodo, dal momento che alla fine del primo ciclo d’istruzione (in terza media) la distanza fra gli alunni italiani e quelli di “seconda generazione” risulta solo di 7 punti in Italiano e di 5 in Matematica.

Si nota tuttavia ancora la difficoltà dei passaggi da un grado di scolarità all’altro, e infatti i dati peggiorano, rispetto agli esiti del livello precedente, quando l’alunno passa dalla primaria alla secondaria di primo grado e da questa transita alla scuola superiore. 

Attenzioni allo sviluppo linguistico fin da piccoli

Il rapporto registra notevoli differenze a livello regionale e mette in evidenza che gli esiti fra italiani e stranieri sono più significativi nelle aree dove la presenza degli alunni stranieri è più consistente, mentre “nelle regioni meridionali e insulari, non solo le distanze fra alunni italiani e stranieri si accorciano, ma in alcune di esse la differenza tra alunni autoctoni e stranieri di II generazione cambia di segno a vantaggio di questi ultimi”.

La lettura dei dati può essere l’occasione per osservare l’efficacia della scuola in termini di qualità dell’inserimento, dell’insegnamento dell’italiano agli alunni non italofoni, delle modalità di accompagnamento e di passaggio lungo il cammino dell’integrazione scolastica. 

Le criticità che ancora si colgono, evidenziate dal divario negli esiti, sottolineano le urgenze e la necessità di rinnovare le attenzioni mirate e specifiche per gli alunni non italofoni, prevedendo dispositivi più efficaci. 

Lo scarto rilevante che si registra in seconda e che riguarda anche i bambini nati in Italia sottolinea con forza l’importanza della scuola dell’infanzia e dell’acquisizione precoce, fra tre e sei anni, della seconda lingua per i bambini figli di immigrati.

Gli esiti che nuovamente allontanano gli alunni italiani e stranieri nella classe finale della scuola primaria e nella scuola secondaria di primo grado richiamano la necessità di migliorare e approfondire l’insegnamento della lingua dello studio e di dedicare ad esso nuove attenzioni e interventi didattici specifici. E infine, il gap che si registra nei momenti di passaggio da un tipo di scuola ad un altro dovrebbe invitarci a ripensare le modalità di accompagnamento dei percorsi di ogni alunno in un’ottica di continuità verticale e di gestione più attenta dell’orientamento e delle scelte scolastiche.
 

Graziella Favaro: 22 Luglio 2014 Articoli

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Commenti

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    Redazione Giunti Scuola

    9:0, 30 Luglio 2014
    Gentilissima Vittoria, abbiamo segnalato il suo commento a Graziella Favaro, che ci ha consegnato in risposta questa riflessione. Grazie! Un saluto da tutti noi.


    Grazie a quest'insegnante, che allarga il discorso e introduce molti temi e riflessioni piu generali, scaturite dalla sua  lunga esperienza. 

    Vengono citati il tema delle situazioni di bilinguismo degli alunni stranieri e  l'uso della lingua materna a casa e con i famigliari; il tema della impossibilità dei genitori stranieri a poter affiancare i figli negli studi e nei compiti; la variabiltà dei cammini e delle situazioni individuali. 

    Naturalmente, anche sullo sfondo del tema della valutazione - e dunque anche delle prove Invalsi -, ci sono tutti questi aspetti. In generale, si dovrebbe sempre aver presente che:   

    A. Un alunno straniero, oltre alla competenza in italiano, più o meno solida, padroneggia un'altra lingua, negli usi orali e a volte anche scritti. E questa sua competenza dovrebbe essere conosciuta e riconosciuta.  

    B. Un alunno straniero giunto in Italia in tempi recenti, dovrebbe essere valutato su compiti e prove di italiano L2, specifici e mirati, e non su prove definite per alunni che hanno l'italiano come lingua materna.

    Graziella Favaro
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    vittoriasantoro

    16:40, 26 Luglio 2014
     The anonymous user 16:38, 26 Luglio 2014 La necessità di rinnovare le attenzioni mirate e specifiche per gli alunni non italofoni, prevedendo dispositivi più efficaci sono da mettere al primo posto, senza nessun dubbio, ma vorrei far presente che molto dipende dal contesto e dalle abitudini familiari che vivono gli alunni stranieri. Quasi la maggior parte dei genitori stranieri dialogano con i propri figli nella loro lingua madre, e mi sembra giusto che sia così, per cui le difficoltà di acquisizione, o meglio di comprensione, della lingua italiana dipendono molto da questo fattore che persiste nella carriera scolastica degli alunni non italofoni per diversi anni. La difficoltà di comprensione, non l'acquisizione della lingua italiana che avviene in tempi molto brevi,  incide molto nella didattica  quotidiana. Perciò, secondo me,  sono le prove invalsi che  dovrebbero essere calibrate per loro e non essere omogenee per tutti. Non dico che devono essere facilitate per loro in quanto si creerebbero due valutazioni diversificate, ma deve cambiare la modalità di propinarle, Lavoro con gli stranieri, di prima e seconda generazione, da 18 anni, ma non sarà utile solo migliorare la qualità dell’inserimento, dell’insegnamento dell’italiano, delle modalità di accompagnamento e di passaggio lungo il cammino dell’integrazione scolastica. Deve cambiare il sistema di approccio con le famiglie straniere. Devono essere proposti dei corsi formativi genitori-alunni-docenti che favoriscano l'approccio con le metodologie scolastiche. Non si può solo dire: "Signora, faccia leggere così...faccia svolgere gli esercizi in questo modo... faccia studiare la storia..." ecc. se poi la madre o il padre dell'alunno non italofono non "comprende" ( non ho detto: "non parla" la nostra lingua) come deve far sviluppare un esercizio, o  non sa, poi, come deve  spiegargli le attività da svolgere ! Non si può dire ora, in classe seconda e in quinta, con le prove invalsi lo "scarto" fra gli alunni italiani e i bambini stranieri è ....se sappiamo che questi apprendono,  con tempi dilatati, in modo diverso, ma alla fine, raggiungendo le stesse competenze degli alunni italiani, se non, a volta anche  migliori!Vittoria Santorosantorovittoria@alice.it
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    The anonymous user

    16:38, 26 Luglio 2014
     La necessità di rinnovare le attenzioni mirate e specifiche per gli alunni non italofoni, prevedendo dispositivi più efficaci sono da mettere al primo posto, senza nessun dubbio, ma vorrei far presente che molto dipende dal contesto e dalle abitudini familiari che vivono gli alunni stranieri. Quasi la maggior parte dei genitori stranieri dialogano con i propri figli nella loro lingua madre, e mi sembra giusto che sia così, per cui le difficoltà di acquisizione, o meglio di comprensione, della lingua italiana dipendono molto da questo fattore che persiste nella carriera scolastica degli alunni non italofoni per diversi anni. La difficoltà di comprensione, non l'acquisizione della lingua italiana che avviene in tempi molto brevi,  incide molto nella didattica  quotidiana. Perciò, secondo me,  sono le prove invalsi che  dovrebbero essere calibrate per loro e non essere omogenee per tutti. Non dico che devono essere facilitate per loro in quanto si creerebbero due valutazioni diversificate, ma deve cambiare la modalità di propinarle, Lavoro con gli stranieri, di prima e seconda generazione, da 18 anni, ma non sarà utile solo migliorare la qualità dell’inserimento, dell’insegnamento dell’italiano, delle modalità di accompagnamento e di passaggio lungo il cammino dell’integrazione scolastica. Deve cambiare il sistema di approccio con le famiglie straniere. Devono essere proposti dei corsi formativi genitori-alunni-docenti che favoriscano l'approccio con le metodologie scolastiche. Non si può solo dire: "Signora, faccia leggere così...faccia svolgere gli esercizi in questo modo... faccia studiare la storia..." ecc. se poi la madre o il padre dell'alunno non italofono non "comprende" ( non ho detto: "non parla" la nostra lingua) come deve far sviluppare un esercizio, o  non sa, poi, come deve  spiegargli le attività da svolgere ! Non si può dire ora, in classe seconda e in quinta, con le prove invalsi lo "scarto" fra gli alunni italiani e i bambini stranieri è ....se sappiamo che questi apprendono,  con tempi dilatati, in modo diverso, ma alla fine, raggiungendo le stesse competenze degli alunni italiani, se non, a volta anche  migliori!