Promossi in quinta

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Contro la bocciatura, per una scuola dove si discute, ci si apre al mondo, si lavora con lentezza. Un’esperienza nel segno di Mario Lodi. Di Francesco Tonucci

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Buon primo maggio!

Non c’è voti né pagelle

A ottobre del 1963 Mario Lodi sale a Barbiana, incontra Milani e i suoi ragazzi e stabiliscono di iniziare una corrispondenza. Nella lettera che i ragazzi di Barbiana inviano il primo di novembre ai bambini della scuola di Lodi scrivono: “questa è una scuola particolare: non c’è voti, né pagelle, né rischio di bocciare o di ripetere”.

Nell’ottobre del 1973, all’inizio dell’ultimo suo anno di scuola come insegnante, Mario Lodi scrive ai genitori: “Dopo una settimana passata con i bambini posso affermare che essi sono tutti di normale intelligenza, pur rivelando evidenti differenziazioni di carattere, e diversi livelli di maturazione, dovuti in gran pare alle situazioni ambientali in cui ogni bambino è cresciuto. Tutti i bambini quindi, salvo imprevedibili fatti di eccezionale gravità, sono promossi sin da ora alla quinta elementare, con la garanzia del raggiungimento della preparazione minima richiesta dai programmi scolastici. Se questo non si verificherà la responsabilità sarà del maestro e della scuola, per non aver messo in atto le tecniche educative adatte per sviluppare al massimo le attitudini naturali e l’intelligenza del bambino”.

Nei due casi il bocciare esce dalle preoccupazioni dei maestri, degli alunni e delle famiglie e diventa protagonista il tema del promuovere: “mettere in atto le tecniche educative adatte a sviluppare al massimo le attitudini naturali e l’intelligenza del bambino”.

Tempo per libri e mongolfiere

Vorrei raccontare in queste brevi note il mio ricordo di quella classe che ho conosciuto bene e che ho seguito e che poi ho descritto nel primo libro pubblicato sul lavoro di Mario Lodi (tra il 1979 e 1980 Laterza pubblica i cinque volumi de “Il Mondo” e chiede a me di scrivere un sesto volume di analisi e commento. Questo libro, per scelta dell’editore, esce con il titolo: Guida al giornalino di classe).

Era una classe a tempo normale, dalle 8.30 alle 12.30. Oggi, abituati al tempo "pieno" o "prolungato", questo orario sembrerebbe incompatibile con le troppe cose che programmi e libri di testo chiedono ai maestri e agli alunni della scuola primaria. Non solo il tempo era di sole quattro ore ma lo si viveva senza agitazione, senza fretta, lentamente. C’era tempo per sedersi in cerchio e raccontarsi quello che era successo il pomeriggio precedente, si leggevano i testi liberi, se ce ne erano. Se uno era di interesse per tutti (di solito c’era) si scriveva nella parte sinistra della lavagna divisa da una linea verticale. Poi si leggeva, si commentava e ciascuno poteva proporre migliorie che si scrivevano a destra, si discutevano e si decideva.

Questa operazione poteva occupare un tempo lungo ed era molto valorizzata dal maestro perché educava i bambini a scegliere le parole più adatte, più belle. Poi in genere la classe si divideva in gruppi che nei diversi angoli si dedicavano ad attività diverse: la carta del tempo, la cura delle piantine, l’osservazione degli animaletti allevati, la lettura, il disegno e la pittura. Si lavorava sereni. Il maestro non aveva un posto in classe, si avvicinava ai diversi gruppi, rispondeva alle domande, spesso formulandone di nuove e invitando a cercare, a fare ipotesi, ad aprire nuove porte anziché chiuderla con la risposta giusta, vera, definitiva, perché del maestro.

Negli ultimi anni di questo ciclo i bambini hanno scritto insieme un libro, dedicando alla stesura un tempo quasi tutti i giorni. La storia di una fuga della classe in mongolfiera per conoscere città nuove grazie ai racconti di amici che andavano a trovarli. Io stesso diventai un personaggio del libro guidando dall’alto la visita a Roma (ne avevo parlato rispondendo alle loro domande a scuola e loro avevano utilizzato le mie risposte per scrivere un capitolo del libro).

Scuola aperta, insieme

La scuola era organizzata in cooperativa e si tenevano regolari bilanci, si discuteva delle spese e di come trovare le entrate. La cooperativa gestiva il giornalino scolastico.
Nella classe c’era una baracca per il teatro dei burattini, c’erano strumenti musicali perché quando si era stanchi ci si fermava per fare una “cantatina”. Il maestro prendeva la chitarra e accompagnava il canto. Non c’erano libri di testo, ma c’era una piccola biblioteca anch’essa amministrata a turno dai bambini.

Si dedicava molto tempo alle discussioni di cui i libri de “Il Mondo” riportano un ricco repertorio. Si discuteva dei fatti quotidiani delle famiglie e del paese, ma anche dei temi importanti della attualità e della vita. Ho potuto assistere ad una lunga discussione sul terremoto del Friuli che ho sempre considerato la esperienza più bella di educazione religiosa incontrata a scuola, con i bambini divisi fra quelli che consideravano il terremoto come un castigo divino (come diceva la suora) o che Dio era buono e non poteva punire (come diceva l’arciprete). O alla discussione emozionante sulla morte improvvisa del padre di Giambattista.

Poi si usciva da scuola per conoscere le aziende dei genitori, le fabbriche del paese, la natura. Si invitavano esperti a scuola: contadini, artigiani, anziani che avevano ricordi da offrire.
Durante queste attività un gruppo preparava i materiali per il giornalino: sceglieva i testi e li batteva a macchina, preparava i disegni sulle matrici incidendole con lo stilo.
E ogni mattinata terminava con la stampa del giornalino. Tutta la classe si divideva in gruppi ormai esperi nelle varie fasi della produzione che avveniva con un ciclostile a manovella. Ma in prima si usava la tipografia a caratteri mobili e il limografo!
Ogni giorno si stampava una doppia pagina del giornalino per ogni bambino, più quelli per gli abbonati (io ero uno di quelli) ai quali veniva spedito periodicamente.

Lavorare con lentezza

I bambini erano sereni e contenti, uscivano da scuola continuando a discutere, a confrontarsi, senza correre, esplodere, sentendosi finalmente liberi, come capitava a me e come capita spesso ancora oggi.
È poco? Le nostre classi che hanno a disposizione otto ore al giorno riescono a fare queste attività e a mantenere sereni e contenti i loro alunni?

Credo che uno degli insegnamenti più importanti che ci vengono da queste grandi esperienze di Vho e di Barbiana siano proprio il modo di usare il tempo. Lavorare lentamente, per tutto il tempo necessario, senza ansia da prestazione, senza preoccuparsi dei risultati, tanto i bambini sono già promossi in quinta, adesso il problema è della scuola che deve promuoverli, farli crescere e ciascuno secondo le sue capacità, attitudini e intelligenze. 

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