Piano scuola: parlano i sindacati

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Merito e anzianità, ruolo dei Dirigenti, organico funzionale, precariato. Il parere dei maggiori esponenti dei sindacati e associazioni professionali sul Piano scuola. Intervengono Di Meglio (GILDA), Di Menna (UIL), Pantaleo (CGIL), Rembado (ANP), Scrima (CISL). 

Tavola rotonda sindacati

All'uscita de "La buona scuola", il documento diffuso dal Governo il 3 settembre, abbiamo avviato una discussione con insegnanti e esperti sui punti più importanti del documento.

I  nostri collaboratori sono intervenuti con commenti e valutazioni. Il dibattito è acceso e intenso. Abbiamo chiesto ai maggiori esponenti dei sindacati e delle associazioni professionali di intervenire su alcuni nodi problematici: merito e anzianità, ruolo dei Dirigenti, organico funzionale, precariato.

Ecco il parere di Rino Di Meglio (Coordinatore nazionale GILDA), Massimo Di Menna (Segretario generale UIL Scuola), Domenico Pantaleo (Segretario Generale FLC CGIL) Giorgio Rembado (Presidente ANP), Francesco Scrima (Segretario generale CISL Scuola).

Carriere per merito e non per anzianità. Cosa ne pensa?

Rino Di Meglio (Coordinatore nazionale GILDA) – In tutti i Paesi europei ed in tutte le categorie viene retribuita l'anzianità e poi eventualmente il merito. In ogni caso bisognerebbe definire la figura del docente meritevole, prima di discettare della carriera, altrimenti rischiamo di premiare i passa carte anziché quelli veramente bravi.
Bisognerebbe disporre poi di valutatori competenti ed esterni rispetto alla scuola di appartenenza. Nella proposta del Governo, su questo delicato argomento, non troviamo nulla con fondamenta scientifiche e culturali.

Massimo di Menna (Segretario generale UIL Scuola) – La materia è sicuramente la più delicata per coinvolgere e motivare gli insegnanti verso i necessari interventi innovativi, sia didattici che organizzativi. Prescindo dall’ipotesi prefigurata dal documento del Governo, che a me pare assolutamente da modificare; in particolare per la predeterminazione delle quote percentuali da premiare. Si rischia una sorta di graduatoria nazionale a punti. La bussola può essere da un lato ciò che accade in Europa, dove la progressione economica è determinata da un mix di anzianità/esperienza e valutazione, dall'altro la nostra sperimentazione "valorizza", basata sulla reputazione verificata da diversi soggetti della comunità scolastica di appartenenza. In tal modo le figure-guida (buona l’idea di prevedere reti di scuole per tali funzioni, in materia di innovazione, ricerca, formazione, valutazione coordinamento di dipartimento) sarebbero attribuite con modalità retributive specifiche ad insegnanti che manterrebbero il loro impegno in classe con gli studenti e sarebbero individuati proprio in virtù degli esiti dello specifico lavoro in classe. Tutto questo non viene ipotizzato, perché probabilmente si tratta di regolamentare una diversa progressione a costo zero, anzi con un risparmio fino al 2019 di oltre un miliardo di euro su retribuzioni già basse Il merito del documento, al di là del merito, parte con il blocco incorporato.

Domenico Pantaleo (Segretario Generale FLC CGIL) – L’idea che differenziazione e premialità sono le leve per cambiare la scuola italiana è sbagliata. Se non si valorizza la cooperazione tra le diverse funzioni, la capacità di progettazione, la responsabilità collettiva e il riconoscimento del lavoro cognitivo non sarà possibile alcun miglioramento della qualità formativa. Per queste ragioni occorre prioritariamente rinnovare i contratti nazionali che devono, con contenuti innovativi, rispondere alla questione salariale, alla valorizzazione delle professionalità e affermare uguali diritti per tutto il personale della scuola, precario e a tempo indeterminato. I docenti italiani, rispetto ai colleghi europei, hanno lo stesso orario ma uno stipendio più basso. All'interno del rinnovo del contratto nazionale si posssono definire regole trasparenti e verificabili con le quali stabilire i percorsi di carriera con risorse aggiuntive.
Nel nostro cantiere scuola abbiamo formulato una proposta precisa che deve associare l'anzianità ad altri indicatori importanti quali crediti formativi e professionali certificati, qualità e competenza educativa, buone pratiche nel campo dell'innovazione e della ricerca didattico-educativa. Invece si ripropone un nuovo blocco del contratto anche per il 2015 e allo stesso tempo nel Piano Scuola si intende fare una operazione di blocco degli scatti di anzianità dal 2015 per poi nel 2018 introdurre un meccanismo di progressioni economiche del tutto discrezionale, farraginoso e senza alcuna regolazione contrattuale. Le risorse sono le stesse degli scatti di anzianità distribuite in modo diverso a meno docenti. Non si capisce perché già in partenza si preveda che deve essere "premiato" il 66% del personale. In realtà la carriera viene ridotta solo a benefici economici tranne che per un gruppo molto ristretto di docenti, quelli definiti “mentor”, scelti dal nucleo di valutazione e dai dirigenti scolastici nella misura massima 10% del corpo docente delle singole scuole. Il rischio è quello di forti divisioni e tensioni che potrebbero minare la coesione interna alle scuole.

Giorgio Rembado (Presidente ANP) Tutto il bene possibile. Non è un caso che l’Anp abbia presentato una proposta di introduzione della carriera nella vita professionale degli insegnanti da più di dieci anni. La carriera dovrebbe essere intesa sia come uno strumento di giustizia, quale equo riconoscimento della diversità di competenze acquisite negli anni da ciascun docente, sia come fattore di organizzazione dell’attività all’interno del singolo istituto, per avere i quadri professionalmente preparati ad assolvere funzioni specializzate di sostegno ed organizzazione della didattica all’interno della scuola.
Però bisogna intendersi. La soluzione presentata dal Governo nel documento di stimolo alla riflessione non è riconducibile ad un’ipotesi di carriera per merito ma solo ad una modalità di diversa progressione economica. Nel suo ambito, è certamente preferibile ed augurabile rispetto all’attuale stato di cose, ovvero alla progressione legata alla sola anzianità, purché non si confondano i piani e non si scambino i concetti. La carriera presuppone creazione di livelli e distinzione di funzioni; la progressione economica tiene dentro allo stesso calderone tutti i docenti che continueranno ad appartenere allo stesso profilo con una maggiore o minore velocità nel passaggio da uno scatto all’altro sulla base di valutazioni prevalentemente quantitative del lavoro svolto, che non sempre indicano una valutazione complessiva della fisionomia del docente.

Francesco Scrima (Segretario generale CISL Scuola) – Trattare anzianità e merito come fattori inconciliabili è un errore che andrebbe evitato: si può e si deve tenere conto di entrambi, come accade in quasi tutti i paesi del mondo. Assumendo questo criterio, senza inutili e sbagliate forzature, noi siamo prontissimi a discuterne. Se in Italia non si è riusciti finora a introdurre elementi di merito – che è lo stesso contratto nazionale a prevedere – è perché il livello complessivo delle retribuzioni è talmente basso (come tutti riconoscono) da rendere gli scatti di anzianità l’unico elemento di minima tutela, che porta ad avere un incremento salariale di circa il 45% in 35 anni di lavoro. Altrove la rivalutazione è più forte e si ottiene in meno tempo. E ci sono sistemi dove di valutazione del merito non si parla affatto, come ad esempio in Finlandia. È troppo chiedere che si presti un minimo di attenzione a quanto accade intorno a noi? Si ha quasi l’impressione che si cerchi più il facile consenso di opinione che la qualità e l’efficacia delle proposte.

Nel documento "La buona scuola", viene prefigurato un nuovo ruolo dei Dirigenti nella valutazione degli insegnanti. Cosa cambia e quali potrebbero essere le ricadute sul corpo docente?

Rino Di Meglio (Coordinatore nazionale GILDA) – Non credo che i Dirigenti Scolastici, per come sono stati configurati in Italia, siano adatti a valutare i docenti: non dispongono infatti quasi mai di competenze didattiche specifiche, basti pensare che paradossalmente un ingegnere può guidare una Scuola primaria ed una ex maestra può dirigere un Istituto tecnico. Negli altri paesi europei, generalmente, il Dirigente è un docente anziano, munito di esperienza specifica.

Massimo di Menna (Segretario generale UIL Scuola) – Che i Dirigenti intervengano nel processo valutativo è assolutamente normale. Quali le criticità? Almeno due: la prima riguarda la carenza della figura degli ispettori. A tale figura la norma affida parte importante del momento valutativo; purtroppo non ci sono e viene quindi meno la figura di supporto, verifica, valutazione tecnico-professionale, e i dirigenti non possono divenire valutatori “in panchina”, pronti a supplire. L'altro aspetto riguarda lo specifico della didattica. Per esempio il dirigente di un Liceo, oggi può non aver mai insegnato in un Liceo ed essere professore di qualsiasi disciplina, anche di Scuola primaria con una laurea in legge. Viceversa un ingegnere che ha sempre insegnato in un Istituto tecnico, può essere dirigente in una Scuola primaria. Il documento dovrebbe escludere il ruolo connesso alla didattica che non può essere svincolata dalla conoscenza delle discipline, e restare nell'ambito delle altre funzioni dirigenziali.

Domenico Pantaleo (Segretario Generale FLC CGIL) – L’accentramento di poteri nelle mani dl “presidi-manager” risponde ad un modello organizzativo simile a quello delle imprese. In questi anni i Dirigenti scolastici sono stati sempre più spinti verso un ruolo burocratico e autoritario – basti pensare ai contenuti della legge Brunetta. Per rendere la scuola un luogo di sperimentazione, di ricerca, di confronto occorre prima di tutto liberarla dalle pastoie amministrative. In una scuola sempre più aperta al territorio, il Dirigente scolastico deve recuperare un ruolo centrale di natura pedagogica-didattica e non essere assorbito da ulteriori impegni amministrativi. Bisogna metterli in condizione di governare più efficacemente le dinamiche interne alle scuole e i rapporti esterni. Prima di tutto serve certezza di risorse alle autonomie scolastiche e un sistema di “governance” che non lasci soli i dirigenti a risolvere problemi organizzativi sempre più ingestibili.
L'autonomia scolastica deve essere finalizzata alla responsabilità collettiva in una logica di cooperazione e non di competizione fra istituzioni scolastiche. Occorre perciò favorire sistemi relazionali che consentono di rimotivare al meglio le professionalità perché le scuole non sono tutte uguali e operano in contesti molto differenti e complessi. I Dirigenti scolastici dovrebbero essere il fulcro della programmazione, della formazione e della sperimentazione continua di modelli avanzati nella costruzione di saperi e competenze adeguate ai cambiamenti della società garantendo un rapporto sinergico tra qualità dell'offerta formativa e qualità del lavoro. La stessa valutazione deve essere intesa come supporto alla rendicontazione sociale e osservazione condivisa dei processi. Ogni scuola deve avere un Dirigente superando le reggenze, perché è la condizione per farla vivere e arricchirla quotidianamente. Se invece si sceglie la strada dell'uomo solo al comando l'unico risultato sarà quello di ingenerare diffidenza e ostilità nel rapporto tra docenti e Dirigenti scolastici.

Giorgio Rembado (Presidente ANP) – A dire il vero sull’argomento il documento governativo è molto prudente.
Annovera tra i nuovi organi fondamentali della “governance” il nucleo di valutazione, sulla cui composizione si tace, salvo nel dire che dello stesso faranno parte il docente “mentor” e un esterno. È implicito però che nel processo dovrà sicuramente entrare il Dirigente, che è titolare di ben precise competenze e responsabilità rispetto al buon andamento dell’istituzione scolastica. Una novità che vale la pena di richiamare è invece quella relativa alla facoltà del Dirigente di chiamare nell’organico funzionale della sua scuola un docente da altra scuola: è questo l’unico spiraglio che si offre per consentire a livello di istituto la scelta delle persone compatibile con la proposta educativa e con la flessibilità della scuola. È pertanto troppo presto per dire cosa potrà cambiare. C’è da sperare che in primo luogo vengano meno le barriere psicologiche che fin qui hanno precluso qualsiasi tentativo di introdurre forme di valutazione della prestazione professionale. È più facile dire cosa dovrebbe cambiare. La valutazione è prima di tutto uno strumento per il miglioramento continuo della qualità professionale e pertanto dovrebbe andare di pari passo con la progressiva riduzione dell’autoreferenzialità nell’esercizio della funzione strettamente correlata alla crescita professionale di tutti i soggetti coinvolti, ivi compresi i valutatori.

Francesco Scrima (Segretario generale CISL Scuola) – Non ci turba l’idea che il lavoro del docente possa essere valutato, il problema è sempre quello dei criteri e delle modalità con cui tale valutazione avviene, e delle finalità che alla valutazione si assegnano. Che il Dirigente debba avere un ruolo – ovviamente non esclusivo – nei processi valutativi ci pare naturale. Per noi però valutare significa soprattutto verificare l’efficacia del lavoro svolto, ponendo le basi per migliorarlo, considerando tutti i fattori che entrano in gioco e la dimensione di collegialità che sempre più integra e sostiene in modo determinante il lavoro del singolo. Una valutazione che serva a dispensare premi o castighi, o a stilare banali classifiche, è solo la brutta caricatura di ciò che è utile al singolo e al sistema per conoscersi e migliorarsi.

 Si parla di nuovo di organico funzionale.
La proposta è di tornare al vecchio "tempo pieno"?

Rino Di Meglio (Coordinatore nazionale GILDA) – L'organico funzionale, collegato al ciclo scolastico, sarebbe sicuramente un'innovazione positiva e consentirebbe di coprire le supplenze lunghe. Trovo irrealistica l'idea di eliminare le supplenze brevi, salvo nuocere gravemente al diritto allo studio, tappando i buchi anche con docenti di materie diverse.

Massimo di Menna (Segretario generale UIL Scuola) – A mio parere no. È solo uno dei possibili utilizzi del personale. Su questo aspetto il documento mi pare ben costruito. In fondo si tratta di puntare sulla autonomia scolastica. Saranno le scuole a definire gli interventi, gli utilizzi, le competenze ed esperienze necessarie, per meglio realizzare il proprio fine istituzionale, la crescita formativa ed educativa degli studenti. L’uso flessibile a livello di reti può migliorare, così come le nuove figure di insegnanti di lingua, musica, arte, sport.Il problema è passare dalle intenzione ai fatti e non sarà facile.

Domenico Pantaleo (Segretario Generale FLC CGIL) – L’organico funzionale può risolvere il problema di una scuola che oggi non assicura la continuità e la innovazione didattica. Nell'organico funzionale, superando l'anacronistica divisione tra organico di diritto e di fatto, potrebbe trovare una soluzione anche l'annoso problema delle sostituzioni brevi che risulta non solo costoso ma assolutamente inefficace in termini di tutela del diritto allo studio. L’organico funzionale deve servire a potenziare l’offerta formativa, a partire dalle regioni del sud, stabilendo un rapporto più forte con il territorio e favorendo attivitaà integrative e laboratoriali rispetto alle ore frontali. Bisogna ripristinare nella scuola primaria il tempo pieno e i moduli con progettazione e compresenze spazzate vie dalla controriforma Gelmini. È necessario generalizzare la Scuola dell'infanzia in tutto il Paese incrementando prioritariamente le sezioni statali. L’organico funzionale deve essere parte importante di un progetto di scuola più aperto ai cambiamenti della funzione dei saperi e delle competenze che non devono rispondere unicamente ai bisogni delle imprese e del mercato ma recuperare la dimensione sociale e culturale.

Giorgio Rembado (Presidente ANP) – Si tratta, a mio modo di vedere, di due questioni distinte. L’organico funzionale dovrebbe essere legato ad una più corretta gestione dell’autonomia della scuola, sia per poter disporre di professionisti preparati a svolgere compiti di supporto fondamentali, quali l’integrazione di alunni stranieri o il recupero degli studenti carenti nel profitto delle singole discipline e la stessa copertura dei docenti assenti, sia per l’allargamento dell’offerta formativa. Il tempo pieno invece risponde ad altre esigenze ed è condizionato da ulteriori vincoli, oltre a quelli del personale, tra cui la disponibilità di edifici adeguatamente attrezzati e di mense. Fatte salve le suddette condizioni, che comportano il coinvolgimento degli enti locali, l’ipotesi del tempo pieno può essere prevista da parte della scuola, tenendo conto anche delle risorse professionali dell’organico funzionale.

Francesco Scrima (Segretario generale CISL Scuola) – Organico funzionale significa dare alle scuole i posti di lavoro che servono per far fronte all’attività ordinaria e alle esigenze di natura straordinaria, senza bisogno di ricorrere in maniera abnorme, come fino ad oggi avvenuto, a forme di lavoro precario. Lavoro precario che per la verità continua a coprire anche una discreta parte delle attività cosiddette ordinarie. Si tratta di una patologia che da tempo chiediamo di debellare. Dare alle scuole le risorse di organico necessarie (ivi comprese quelle per il tempo pieno) a partire dal loro reale fabbisogno, pur con una valutazione molto attenta e responsabile dei costi sopportabili in termini generali; coprire tutti i posti (di docenti e personale Ata) con lavoro stabile. Questi i criteri che vorremmo vedere assunti dal Foverno in modo esplicito, con scelte altrettanto chiare e conseguenti. Chiarezza che nemmeno le linee guida, al di là del clamore di certe cifre, ancora non ci danno.

Ruolo per i precari "storici" e concorso per tutti gli altri. 
Qual è il suo parere al proposito?

Rino Di Meglio (Coordinatore nazionale GILDA) – Noi della Gilda siamo sempre stati favorevoli al reclutamento per concorso: aver permesso che la situazione s’incancrenisse, è una grave responsabilità dei Governi. È semplicemente doveroso stabilizzare tutti i precari delle GAE, tutti abilitati e in possesso di esperienza di insegnamento, noi per primi abbiamo fatto ricorso anche alla Corte Europea di giustizia.

Massimo di Menna (Segretario generale UIL Scuola) – La mia valutazione è positiva. In particolare su due punti, dotare le scuole di un organico funzionale eliminando le graduatorie permanenti, e definire un nuovo sistema di formazione iniziale con relative assunzioni. Su questo si affida un ruolo importante agli insegnanti valorizzando le tante competenze che ci sono, e si realizza un sistema veloce e finalizzato a formare giovani in grado di verificare subito lo loro competenze. Ci saranno problemi da governare nella fase transitoria, ma l'impianto, a mio parere, è davvero positivo.

Domenico Pantaleo (Segretario Generale FLC CGIL) – La proposta di stabilizzare i precari, di svuotare le graduatorie Gae, di nuove regole nell’accesso alla professionalità docente, la regolarità dei concorsi e formazione in servizio recepisce le nostre impostazioni. Il Governo deve esplicitare con quali tempi saranno reperite le risorse per rendere credibile quel progetto. Inoltre inspiegabilmente non si affronta il problema degli organici Ata, quasi che la buona scuola possa funzionare senza l'apporto decisivo dell’insieme delle figure professionali. La discussione di questi giorni non ci lascia per nulla tranquilli e notiamo una ostilità preconcetta, da parte dei soliti tecnocrati, alla stabilizzazione dei precari fino ad affermare delle autentiche falsità come quella che 88.000 docenti, che saranno immessi in ruolo, non saprebbero che fare. Si dimentica che negli ultimi anni nella scuola pubblica sono stati cancellati 130.000 posti, ridimensionando quantità e qualità dell'offerta formativa e allargando il precariato. Il numero degli alunni per classe è aumentato a dismisura e rende impraticabile una istruzione sempre più personalizzata e meno selettiva. Nonostante tutto, vive tanta buona scuola, grazie al sacrificio quotidiano di docenti, personale Ata e Dirigenti scolastici. Rispondere alle attese di chi lavora nella scuola da anni in condizione precarie è fondamentale per la continuità didattica, per una scuola aperta ai cambiamenti e forza motrice di un nuovo modello di sviluppo e di democrazia.

Giorgio Rembado (Presidente ANP) – Sul tema è bene in premessa chiarire che una “buona scuola” si costruisce anche a partire da personale stabile, che possa avere garanzie di permanenza nella scuola, assicurando a sua volta continuità e consapevolezza dell’impostazione didattica ed educativa dell’istituto. Ben venga pertanto la stabilizzazione del personale, presupposto per un livello di maggiore maturazione della professionalità specifica del docente che si esprime a diretto contatto con la vita dell’istituto.
Le perplessità nascono sulle modalità proposte per il raggiungimento dell’obiettivo della stabilizzazione, ovvero sul prosciugamento delle Gae con l’assunzione di tutti gli appartenenti alle graduatorie. Questa impostazione intanto non garantisce una selezione all’ingresso e quindi contraddice il principio del merito posto alla base dell’intero documento. E poi ancora una volta attribuisce il compito del reclutamento alla struttura burocratica del Ministero anziché al livello della scuola, alla cui competenza dovrebbe essere destinata la responsabilità dell’assunzione del suo personale. In questo modo non sono le scuole che scelgono i docenti di cui hanno bisogno ma viceversa questi ultimi che scelgono le scuole per loro più comode. Con buona pace del merito e dell’autonomia, ancora una volta scomodate quando si enunciano le buone intenzioni e subito dopo rinviate nell’attuazione ad un futuro indeterminato e ad una prospettiva remota.

Francesco Scrima (Segretario generale CISL Scuola) – L’ipotesi di svuotare in un solo colpo le Gae è di grande impatto, ma non risolutiva, da verificare nella sua praticabilità e con qualche limite da evidenziare. Non è risolutiva perché riguarda, per definizione, solo l’area dei docenti e non quella del personale Ata, di cui nulla viene detto. Non è risolutiva perché tra i precari che ogni anno consentono alla scuola di funzionare ve ne sono alcune decine di migliaia non inseriti in graduatoria. Non saranno precari storici, ma si tratta per lo meno di precari “abituali”, la cui condizione è nei fatti del tutto assimilabile a quella di chi sta nelle Gae. Da verificare, perché finora ipotesi anche molto più modeste hanno visto emergere nella compagine di governo forti obiezioni di natura economica. Il limite, di natura logica e politica, sta nel fatto che le attuali graduatorie, nella loro composizione e articolazione, vengono di fatto trasformate nel “criterio” da cui discende la struttura degli organici, con un tasso non trascurabile di casualità. Infine, sia chiaro che le graduatorie sono l’effetto – e non la causa – del troppo diffuso lavoro precario. E non sono mai state l’alternativa ai concorsi, ma una seconda via offerta a chi il concorso, pur non avendolo vinto, l’aveva superato. Questo almeno il senso originario. Decenni di tagli, di abnorme ricorso al lavoro precario, di cattiva gestione delle procedure concorsuali hanno portato alla situazione di oggi.

Redazione : 9 Settembre 2014 Articoli

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