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Carriera e professionalità docente nel documento "La buona scuola" proposto dal Governo. Ecco il parere di Giancarlo Cerini, dirigente tecnico USR. 

Formazione

Smuovere la “balena bianca”

Non è facile entrare nel merito di un documento articolato e complesso come quello diffuso dal Governo il 3 settembre e intitolato “La buona scuola”. Il testo ha certo una sua compattezza, una coesione argomentativa e si regge su una equazione abbastanza esplicita: possiamo investire nuove risorse nel sistema educativo perché è una spesa che produce... ma lo potremo fare solo se la società civile ci crede (se avrà fiducia nella scuola)… e se gli insegnanti accettano la sfida di una scuola migliore, che dipende anche dal loro impegno e dalla loro professionalità.

In cambio ci apre uno spazio ampio per sanare in un colpo solo la piaga dei 140.000 “precari” storici (ma dopo si entrerà solo per concorso), e si aprono prospettive di dinamismo nella professione docente, superando il “grigiore” dei trattamenti uniformi...

Focalizzeremo questa prima rapida analisi non tanto sulle ricadute di questo nella carriera docente (accelerazioni degli scatti, solo per merito) o sugli incentivi per che si impegna a far funzionare meglio la comunità scolastica (nasce il “mentor”, una super-funzione strumentale più stabile e riconosciuto), ma su come si potrebbe accedere a queste “posizioni”.

Il sistema dei crediti

Il documento sceglie una strada equilibrata e delinea idealmente un profilo di un docente orientato al lavoro in classe (capace di motivare gli studenti attraverso didattiche innovative e partecipate), impegnato nella vita della scuola (che ormai si dilata oltre le pareti dell'aula), che si prende cura della propria professionalità (alimentandola con la formazione continua e la ricerca didattica). Da questo scaturiscono i “crediti” di diversa natura:

  • didattici, riferiti al lavoro d'aula;
  • professionali, riferiti all'organizzazione della scuola
  • formativi, riferiti alla propria preparazione professionale.

Questi crediti (tutti da sviluppare e descrivere, ma per ora ciò che conta è l'idea) dovranno essere documentati, validati, cioè riconosciuti utili al miglioramento della qualità dell'insegnamento. Come tessere di un mosaico andranno a comporre un portfolio professionale del docente, spendibile per migliorare la propria posizione professionale (carriera più rapida, per molti ma non per tutti; ruoli intermedi, ma a vantaggio della scuola).

Viene affidato al nucleo di valutazione interno alla scuola (un organismo tutto da costruire) la “validazione” dei crediti, secondo procedure che saranno da definire.
Il sistema dei crediti non è una novità assoluta per il nostro sistema ed è utile ricordare che già nei documenti post-contrattuali del 2004, sottoscritti dal MIUR, dai sindacati e dall'ARAN si prefigurava un sistema di crediti formativi e professionali utili a riconoscere il lavoro qualificato dei docenti.

Ora si aggiunge la novità dei crediti “didattici” ed è una variante significativa perché evita di considerare docenti in “carriera” solo quelli tentati di uscire dalla classe per inseguire incarichi funzioni aggiuntive, progetti o quelli continuamente alla ricerca di corsi, master specializzazioni. Il messaggio è convincente: al centro sta il lavoro in classe, ma questo sta cambiando rapidamente e deve integrarsi con competenze organizzative, tecnologiche, didattiche in forte evoluzione.

Docenti innovatori (e generosi)

Abbiamo impropriamente parlato di carriere (non c'è una carriera gerarchicamente differenziata, se non incentivi riconosciuti). E non è una piccola élite quella che potrebbe trarre vantaggio dal nuovo sistema, ma una platea ampia dei due terzi dei docenti di una scuola, secondo percentuali che ricordano il decreto che ha introdotto la valutazione del lavoro pubblico (150/2009). C'è però anche il consolidamento delle figure di sistema (scelte tra i docenti con un plafond di crediti riconosciuti), qui definiti mentor (diciamo colleghi esperti) che possono accompagnare, motivare, coordinare il lavoro dentro la scuola. Il modello è quello di una leadership educativa distribuita e diffusa al servizio dell'intera comunità scolastica.

Questa ipotesi dovrebbe coniugare l'esigenza di valorizzare i docenti migliori (quelli competenti e impegnati, autorevoli e riconosciuti) con l'esigenza di non perdere le caratteristiche del lavoro docente (autonomia, collaborazione, gioco di squadra). Insomma, riconosciamo i migliori ma chiediamo di mettersi a disposizione del miglioramento complessivo della scuola. Si tratta di un approccio assai diverso da quello della gerarchizzazione o della competizione tra le persone.

Funzionerà? Per ora prevalgono curiosità, interesse, interrogativi, dubbi. Ma la consultazione di due mesi serve proprio per capire ed entrare nel merito delle questioni, che poi dovranno essere tradotte in concreti provvedimenti legislativi, amministrativi, gestionali. Ma per i dettagli c'è tempo, sembra suggerire il premier, per ora proviamo a guardare lontano e a sognare un po'.

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