Litigare bene

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In che modo gli insegnanti possono gestire al meglio i litigi dei bambini? Daniele Novara propone di fare... due passi indietro e due avanti.

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Litigare bene

La ricerca lo ha confermato: fino al sesto anno di vita i bambini e le bambine non dispongono, anche in termini cognitivi, di un’intenzionalità consapevolmente lesiva; litigano ma non intendono fare del male.

In molte osservazioni e racconti di litigi l’intenzionalità non è riscontrabile, se non in quei rari casi legati a difficoltà infantili nella maggior parte “diagnosticate” in modo grave. Certo, dopo il sesto anno di vita questa intenzionalità può prendere forma, ma la sperimentazione conferma l’eccezionalità di comportamenti davvero pericolosi fra litiganti anche nella fascia 6-10 anni. I bambini tendono comunque ad autoregolarsi. Per prevenire episodi davvero pericolosi, è importante piuttosto aiutarli a sviluppare competenze opportune.

A questo scopo ho ideato per gli insegnanti e i genitori  il metodo “Litigare bene”, che consiste nel fare… due passi indietro, e due passi avanti rispetto ai litigi dei bambini.

  • Il primo passo indietro: non cercate il colpevole perché non c’è.

“Chi è stato?”, “Chi ha iniziato?”, sono le domande che da sempre riecheggiano. Si accentua nei bambini l’idea di stare compiendo qualcosa di sgradevole e di rovinoso che senz’altro non piace agli adulti e, dato che i bambini vogliono per loro natura compiere azioni che gli adulti gradiscono, scatena un corto circuito: il bambino non riesce più ad agire secondo le sue componenti naturali autoregolative e comincia ad attivare le antenne su quello che l’adulto si attende da lui. Si instaura così una triangolazione: non sono più i bambini che litigano tra di loro, ma il loro litigio avviene in funzione dell’adulto giudice, colui che può restituire il giusto e lo sbagliato.
In questo senso la ricerca del colpevole è un atto che interferisce profondamente perché falsa la naturalezza psicologica con cui i bambini affrontano i loro disaccordi e fornisce l’occasione, specialmente nei contesti intrafamiliari, di agire un certo esibizionismo, di attivare una sistematica ricerca di attenzione.

  • Il secondo passo indietro: non imponete la soluzione.

Non esiste la risposta esatta, ma la capacità di gestire la situazione. La paura dell’adulto è che i bambini non siano in grado di agire da soli quando sono in una situazione di contrasto. Così si legittima un interventismo piuttosto coercitivo che implica la necessità di dire ai bambini ciò che devono fare. “Basta!”, “Smettetela!”, “Giocate senza litigare”, “Fate la pace”. L’inefficacia di questo tipo di intervento, per quanto animato da equità e parvenza di imparzialità, è data dal fatto che una soluzione imposta non rappresenta ovviamente un livello adeguato di compenetrazione relazionale tra i bambini. E per questo è destinata, già di per sé, al sostanziale fallimento.

  • Il primo passo avanti: fateli parlare fra loro del litigio.

Quando c’è un litigio vi è sempre qualcosa che sfugge alla percezione dei litiganti: un’incomprensione, un irrigidimento eccessivo o una volontà dominante che prescinde dalle reali condizioni relazionali. Il parlarsi consente ai bambini di uscire da una dinamica stereotipata, da quelle modalità un po’ nevrotiche e ripetitive che possono aver assunto nel relazionarsi tra loro, per ascoltare la versione dell’altro. Questo passaggio, che fonda il metodo, contrasta con la tradizione che vorrebbe invece che i bambini tacessero.
La matrice evolutiva sta, e in questo vi è anche un significato letteralmente paradossale, nel costringere i litiganti a enfa- tizzare la propria versione piuttosto che a negarla o a sopprimerla. Può essere realizzato in vari modi, in base all’età dei bambini, e offre all’educatore un’occasione per attivare risorse e creatività: con le parole ma anche con elementi simbolici come disegni, e ancora meglio fogliettini scritti, nei quali ognuno riporta la propria versione e la offre al compagno. L’obiettivo è attivare un sistema di decantazione emotiva: aiutare a riconoscere le emozioni in gioco e spostare su un piano simbolico, quello appunto del linguaggio sia scritto che parlato, la comunicazione con la controparte.
Le emozioni in un litigio sono veri e propri segnali d’allarme, ma poi devono poter essere sottoposte proprio allo scambio comunicativo: “Datevi la vostra versione dei fatti!”. E l’adulto è il responsabile di questo importantissimo atto di reciprocità divergente.

  • Il secondo passo avanti: favorite l’accordo fra di loro.

I litiganti hanno potuto esprimere le loro ragioni: è importante ora che l’adulto, mantenendo una posizione di neutralità, aiuti i bambini e le bambine a riconoscere che entrambe, o tutte quelle fornite, sono legittime. Non c’è una ragione più o meno prioritaria rispetto all’altra, non c’è una ragione che debba più o meno soccombere o risultare svalutata dalla discussione.
Ecco che i litiganti sono pronti a individuare tra loro un atto di autoregolazione: il bambino che abbandona all’altro il giocattolo a cui ambiva; una qualche forma di accettazione dell’opinione altrui; l’assunzione di un atteggiamento conciliativo di fronte a una posizione più determinata. È un equivoco pensare che nelle situazioni conflittuali chi rinuncia sia il più debole e quindi vada in qualche modo premiato o difeso. Spesso invece la capacità rinunciativa richiede competenze e risorse interiori che non sono state ancora acquisite da chi non ha saputo cedere il giocattolo, la propria posizione od opinione.
Occorre piuttosto che l’adulto rinunci alla sua idea di giustizia, troppo lontana dal pensiero infantile. 

da "Psicologia Contemporanea", luglio-agosto 2014

Per saperne di più

Daniele Novara: 17 Ottobre 2014 Articoli

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