La rondine e la statua

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Nel 1939, una rondine in viaggio verso l'Africa passa per Bologna, fa una breve sosta allo stadio e nelle vie della città, chiacchierando con le statue che incontra. Una favola che si basa su un fatto vero racconta ai bambini la forza dell'amicizia, la bellezza innocente di cose e animali, la frequente bestialità degli uomini. La scrive per noi Lorenzo Toni.

Rondine

Una sera del 1939, una giovane rondine in viaggio verso l’Africa passò per Bologna. Svolazzò un po’ sopra lo stadio Littorio che c’è ancora, e che adesso si chiama stadio Dall’Ara; poi s’infilò sotto l’enorme voltone della torre di Maratona che lo sovrasta e vide qualcosa che adesso non c’è più: una grossa statua di un uomo a cavallo. L’uomo sembrava tutto rigido nel condurre la sua cavalcatura, una mantellina svolazzante rendeva l’insieme un po’ più mosso. Il testone calvo e la mascella grossa contribuivano a dargli un’aria poco amichevole.

La rondine era molto stanca e cercò riparo tra le zampe della statua. “Accidenti se sei grossa!”, pensò guardando quell’ammasso scuro che incombeva su lei. Poi si addormentò.

Nel cuore della notte fu svegliata bruscamente da caldi goccioloni di acqua salata che cadevano da sopra, annaffiandole le penne. “Beh? Ma non ero al coperto? Accidenti!”, borbottò. Si scrollò l’acqua di dosso, volò verso il voltone buio e si rese conto che la faccia della statua piangeva. Stupita scese, si posò sul rigido braccio della statua: “Chi sei?”, domandò. “Non lo vedi? Sono una statua”, si sentì rispondere con voce cupa. La rondine, che aveva una passione per le statue equestri, non ne aveva mai visto una comportarsi in quel modo. Di solito non piangevano. E poi dicevano tutte sicure il nome di quello che rappresentavano, come se fossero la stessa cosa: sono il tal re, il talaltro principe, il tal santo, il talaltro poeta...
“Perché piangi, se posso chiedere?”.
“Lasciami perdere”, le rispose cattiva la statua. “Che vuoi da me? Perché mi disturbi, noioso uccello rompiscatole?”.
“Guarda che il rompiscatole sei tu che mi hai svegliato!”, strillò a quel punto la rondine. Si voltò dall’altra parte e volò a dormire sui tetti, fuori dallo stadio, offesa.

Il mattino dopo se ne andò presto dallo stadio e, mentre beccava delle briciole trovate per caso su un davanzale, pensò di fermarsi a Bologna qualche giorno a riprendere fiato. “A parte l’incontro antipatico di ieri notte, non mi sembra una brutta città", si disse. Volò placida sulle case, poi fu attratta dalla piazza principale. Qui, tra Duomo e Municipio, vide una statua equestre. Capì subito che non si sarebbe potuta fermare a lungo: c’erano sopra e intorno tanti cugini piccioni, proverbialmente poco ospitali con i migranti. “Guarda lì come mi squadrano… Neanche fossi una ladra! Ma poi che me ne importa? Sono solo un po’ curiosa di vedere quella statua...”. Dall’alto notò i folti baffi della statua e il buffo cappello calato sulla testa. Con circospezione si posò sulla spalla del cavaliere: “Ciao, chi sei?”, gli chiese.
“Come chi sono!”, bofonchiò sotto i baffi la statua. “Sono il re Vittorio Emanuele II! Primo re dell’Italia unita! Io l’ho fatta! Nell’Ottocento, quando ero vivo, ho condotto indomitamente il Paese all’unità sotto la mia corona! Oh! Ma tu da dove vieni? Hai un accento strano...”. “Ehm… In effetti non sono della zona, in verità sono di un paio di zone e anche più”, rispose la rondine, e poi provò a raccontare: “Infatti sono in volo verso l’Afri...”. La statua evidentemente non aveva nessuna voglia di sapere: “Comunque chi se ne importa da dove vieni”, la interruppe, “parliamo di me, è più importante. Che bei ricordi che ho! Quante ne abbiamo date a quei crucchi degli austriaci! Senza parlare di quegli smidollati dei Borbone! Ah! Se ci ripenso mi viene da ridere!...”. Per quasi mezz’ora continuò a chiacchierare, felice di essere ascoltata dalla rondine: i piccioni infatti stavano lì ma non le davano confidenza, i cani le abbaiavano addosso. Gli unici a darle qualche soddisfazione erano i gatti, che in certe notti particolarmente noiose scendevano dai tetti della città per riunirsi intorno e ascoltare i suoi mirabolanti racconti (per forza!, i gatti hanno i baffi sotto ai quali ridersela!, pensavano i piccioni maligni). “Comunque su tutto amavo andare a caccia… Ah!! La caccia...”, disse a un certo punto, e a quel punto prese un respiro – non ne faceva da tantissimi minuti. La rondine fu pronta a cogliere l’attimo di sospensione per fermare il monologo e introdurre un diverso argomento: “Interessante... Ma ascolta, re, sai dirmi qualcosa su quella statua a cavallo che si trova allo stadio?”.

La statua come scuotendosi da un sogno questa volta prese in considerazione le parole della rondine: “Che, chi?… Ah sì! Quello nuovo! Ho sentito qualcuno che ne parlava… Dicono che è grande più di me! Sarà mica vero?”. “Sì, penso di sì, secondo me è più grosso, non so se di centimetri o di metri. Però quel che mi ha colpito è altro: insulta, sembra pieno di rabbia e… piange”. La statua del re rimase perplessa. “Se piange forse è un santo”, disse. “Ma quando s’è mai vista una statua di un santo allo stadio? Sembra strano anche a me...”.
“Ma non penso proprio che si tratti di un santo, sembra più un militare”, fece la rondine. “Questo è ancora più strano”, rispose la statua. “Sarà un santo guerriero oppure è innamorato…”. I piccioni, cinici, sghignazzarono e la rondine si sentì stupida: interrogare così una statua perché le parlasse di un’altra statua! Nel frattempo la statua del re aveva visto un gatto un gatto che puntava un piccione alla base del suo piedistallo. Non poteva crederci! Qualcuno a cui ridire tutto di nuovo! Riprese dal principio il suo racconto, senza più prestare attenzione alla rondine, che si affrettò a volare via.

Di nuovo s’immerse nelle gole strette delle vie della città; e i suoi vispi occhietti scuri non impiegarono molto tempo a riconoscere un’altra statua a cavallo. Planò sulla spalla del cavaliere barbuto e cominciò subito con le domande: “Come sei bello! Scusa se ti disturbo ma volevo sapere solo il tuo nome e magari scambiare quattro chiacchiere…”. La statua per fortuna sembrava gentile: “Piccola rondine”, disse, “sono Giuseppe Garibaldi, non mi riconosci? Forse hai già sentito parlare di me...”. La rondine era giovane e veniva da lontano; di Giuseppe Garibaldi non aveva mai sentito parlare. Però gli dispiaceva dirlo alla statua gentile e rimase qualche minuto zitta. La statua capì, la rassicurò: “Non ti preoccupare, sei giovane, vieni da lontano, non puoi conoscermi. E poi anche se venissi da vicino forse non sapresti molto di me. Questo non è il tempo per ricordarmi, o almeno per ricordarmi in modo corretto. Sai, oggi va di moda il nero e io invece sono sempre andato in giro con la camicia rossa...”. La voce gentile era diventata un po’ triste, c’era quasi una punta di sarcasmo nel modo in cui parlava. La rondine fece altre domande su questa camicia e si sentì raccontare una storia meravigliosa, con due mondi dentro, con tanti viaggi, simile alla sua.

Alla fine si ricordò della statua allo stadio e pensò di chiedere informazioni: “Ma tu, tu conosci quello come te che sta allo stadio? Sai, quello che hanno messo da poco…”. La statua gentile si trasformò in una belva: “Ma certo che lo conosco! Quel criminale! Quello che si diceva socialista! Se non fossi saldato a questo piedistallo se ne accorgerebbero, lui e la sua statua. Come hai fatto a non riconoscerlo? È il dittatore d’Italia Benito Mussolini, è dappertutto! Giovane rondine distratta… Su, su! Vola! Vola nella città! Guarda com’è addobbata! Tutto quel nero… Guarda gli uomini negli occhi, vedi la loro paura! E non fermarti più a parlare con le statue!”. Spaventata, la rondine andò subito a controllare: s’involò più bassa nelle strade del centro, fin quasi dentro le case. Notò che in ogni negozio, nei manifesti, nei giornali c’era la faccia dello stesso uomo. Fermandosi a osservarne la fotografia su un grande manifesto colse la somiglianza con la statua dello stadio. “L’originale è molto più brutto, e non sembra buono. Forse è per questo che la statua equestre dello stadio piange: perché è troppo brutta e vorrebbe essere diversa!”, pensò. Poi concluse: “Domani debbo riprendere il mio viaggio. Ma non vado via senza aver chiarito”. E volò verso lo stadio.

Arrivò che il sole ormai era scomparso, scheggia nera accecata dall’occhio rosso del tramonto. “Eccomi qui, sono tornata”, disse alla statua. “Hai fatto bene a tornare…”, rispose quella, “così ora posso scusarmi! Sai, a volte mi faccio prendere dallo sconforto. Non mi piace essere quello che sono: per questo piango”. “Ma perché… di cosa ti vergogni? Ecco, non sei bellissima, certo, ma nemmeno orribile. E poi, ti dirò, ho visto la persona che rappresenti, e tu mi sembri più bella”. La statua rispose con un lungo discorso: “La persona che rappresento esalta la violenza, pensa che gli uomini non siano tutti uguali e sta preparando una guerra che manderà a morte tanta gente. Per questo ho vergogna capisci? Io faccio parte di tutto questo! Sono la statua di un ipocrita criminale capo di una dittatura!”. “Fammi capire”, disse la rondine, “tu sei la statua di un uomo che disprezzi?”. “Esattamente”, chiuse la statua. E poi aggiunse: “Però mi fa bene parlare con te, a volte tenersi tutto dentro fa stare proprio male! Ti va di venirmi a trovare, ogni tanto? Insomma: vuoi essere mia amica, nonostante il mio muso brutto?”. “Certo”, rispose la rondine, “ora per me è tempo di continuare il mio viaggio, ma tornerò il prossimo anno”. Diede uno sguardo affettuoso dentro le orbite di bronzo dell’amico e riprese il suo viaggio.

L’anno dopo anche l’Italia era in guerra e la statua di Mussolini, come le altre statue della città, finì ricoperta di sacchi di sabbia e chiusa in una grande cassa di legno, come protezione dai bombardamenti. Fu una strana sorpresa per la piccola rondine presentarsi allo stadio e vedere, al posto della statua, un grande parallelepipedo. “Beh… sarà per l’anno prossimo”, pensò. Non successe così: gli anni passarono, la guerra continuò a maciullare vite umane, città e campagne; la statua rimaneva imballata. Ogni volta che la rondine passava di lì, c’era solo la delusione ad attenderla.

Poi, un autunno, qualcosa cambiò. La rondine scese in picchiata verso la torre di Maratona stupefatta da ciò che andava mettendo a fuoco: la statua non era più impacchettata, ma era rimasto solo il cavallo. Del cavaliere, nemmeno l’ombra: o almeno, era scomparso il pezzo di sopra, perché i piedi c’erano ancora, troncati appena sopra gli stivali. La rondine fece un giro di ricognizione, arrivò in fondo alle gradinate dello stadio e vide che lì c’era un’altra parte della statua: tutto tranne la testa. A quel punto sentì un nitrito, e poi una voce: “Rondinella, rondinella, torna qua”. Incredula, la rondine capì che era il cavallo della statua a parlarle. Si avvicinò: “Sei tu che mi chiami?”. “Sì, rondinella, ora che non ho più cavaliere tocca a me parlare e ho una storia per te. Da questa estate Mussolini non è più il dittatore d’Italia. Il giorno dopo la caduta, i bolognesi sono venuti qui e hanno tagliato via la sua statua, per non vederla più davanti agli occhi. Mentre tagliavano, il mio cavaliere cantava di gioia: mi diceva di salutarti, e di dirti che non devi essere triste di non trovarlo qui: è fatto di bronzo, e adesso verrà rifuso in una forma migliore, si spera”.

Questo per la rondine significava non rivedere più l’amico ma saperlo libero da quella condanna di essere Mussolini. Si addormentò pensandolo più sereno. Il giorno dopo ripartì, e in tutti gli anni che seguirono tornò a trovare la statua del cavallo, per fare due chiacchiere e perché oramai erano diventati amici.

Non seppe invece più nulla del cavaliere di bronzo. Fu meglio così: i tedeschi in ritirata, alla ricerca di metallo da rifondere in armi, si erano portati via il corpo. La testa invece, ormai simulacro vuoto, l’avevano lasciata ad una camicia nera molto insistente, che la nascose in giardino, sottoterra, per un bel pezzo, e poi la mise in una specie di altare come se fosse una piccola divinità. È una triste storia che lasciamo qui dove l’abbiamo presa, aggiungendo che il male forse non sta mai nelle cose, nei materiali; però a volte gli uomini riescono a dannare anche la vita di un pezzo di bronzo con le loro bestialità.
Alla statua del cavallo e alla rondine andò meglio. La statua del cavallo ebbe l’occasione di essere rifusa e di ricominciare una nuova vita. Con grande perizia gli operai, un giorno, la staccarono dalla base e la tirarono giù. Nessuno si accorse del corpo esanime della rondine ormai vecchia che, per proteggersi, era andata a passare i suoi ultimi giorni nel ventre cavo dell’amico di bronzo. Nel trasporto, quei miseri resti scivolarono dentro il collo fino a occultarsi in fondo al muso. Anche in fonderia nessuno si accorse di niente: tagliarono il bronzo, lo fusero nei crogioli e lo colarono in due nuove grandi forme. Due partigiani: un uomo e una donna.

Bibliografia

Referenze fotografiche

Fig. 1: Cartolina degli anni ’30 dello Stadio di Bologna. Fonte
Fig. 2: La statua equestre di Benito Mussolini al “Littoriale” Autore della foto: sconosciuto. Tratta da "Lo Sport Fascista", II, 11, 3. Fonte: Wikipedia, voce: Stadio Renato Dall’Ara.
Fig. 3: La statua equestre di Vittorio Emanuele II in Piazza Maggiore (Bologna), alla fine dell’Ottocento. Autore foto sconosciuto. Fonte
Fig. 4: La statua equestre di Giuseppe Garibaldi, particolare. Autore della foto Gianluca Nadalini. Fonte.
Fig. 5: 24 maggio 1936: Festa Ginnastica al Littoriale. Da: Biblioteca Comunale Archiginnasio, Bologna. Gabinetto Disegni e Stampe, fondo “Storia di Bologna 1920-1949”. Vedi anche: Bologna in camicia nera, Pendragon, Bologna, 2006, p. 65.
Fig. 6: Statua equestre di Benito Mussolini nel 1945. Archivio Fotografico-Cineteca del Comune di Bologna.
Fig. 7: Testa di Benito Mussolini nella sede dell’MSI di Bologna (1973-1994). Autore della foto sconosciuto.
Fig. 8: I due partigiani di Porta Lame. Autore della foto sconosciuto. Fonte.

Le statue in ordine di apparizione

  • Giuseppe Graziosi, Statua Equestre di Benito Mussolini, 1929. Distrutta (ma la testa risulta scomparsa).
  • Giulio Monteverde, Statua Equestre di Vittorio Emanuele II, 1884. Nel 1944, dopo la fuga dei Savoia e l’istaurazione della Repubblica Sociale, la statua fu trasferita, da Piazza Maggiore, fuori porta Santo Stefano, ai giardini Margherita dove si trova ancora oggi.
  • Arnaldo Zocchi, Statua Equestre di Giuseppe Garibaldi, 1900, in via Indipendenza.
  • Luciano Minguzzi, Partigiano e Partigiana, 1947. Porta Lame.

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