La lingua madre è una coperta di parole

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La lingua madre è una coperta di parole

C’è un modo per far capire a bambine e bambini che, se l’italiano è la lingua privilegiata a scuola, tutte le lingue hanno il diritto di entrare in classe, di essere accolte e messe a confronto con la lingua di studio? Di Cristiana De Santis 

parlare lingua orale

In una intervista del 1964 alla radio tedesca, la filosofa Hannah Arendt, che aveva abbandonato la Germania trent’anni prima per sfuggire alle persecuzioni razziali, affermava di non avere nostalgia del suo Paese, del quale aveva mantenuto in esilio (e rifiutato di perdere) ciò che di più essenziale e importante le fosse rimasto: la sua lingua materna (il tedesco).
Anche quando siamo capaci di parlare e scrivere in più lingue, la lingua materna rimane quella più ricca di “calore culturale” (per riprendere una felice espressione di Francesco Sabatini): è la lingua degli affetti primari e spesso anche quella delle prime esperienze culturali, perché in quella lingua abbiamo ascoltato le prime filastrocche o ninne nanne. In quella lingua, da adulti, sappiamo recitare proverbi, preghiere, poesie mandate a memoria.

La lingua materna, intesa come “lingua di casa”, acquisita spontaneamente, è quella che definisce più da vicino la nostra identità ed è anche quella in cui esprimiamo meglio la nostra creatività linguistica e la nostra capacità di riflettere sulla lingua come parlanti competenti.
In un albo illustrato di Freya Blackwood e Irena Kobald, la lingua madre viene paragonata a Una coperta di parole che la bambina protagonista aspetta di ritrovare a casa per potersi scaldare, dopo essere stata immersa nella “cascata fredda” dei suoni incomprensibili del Paese che l’ha accolta. Sarà l’amicizia con una bambina, che la invita a giocare e le regala le parole, a farle trovare calore dentro quelle parole “taglienti”, consentendole di farne una coperta nuova, dapprima piccola e leggera, poi grande e confortevole, intercambiabile con la vecchia.

E a scuola? 

Quando si sta a scuola, però, si sta seduti e zitti e, se si prende la parola, bisogna esprimersi in italiano. Eppure oggi ci sono classi in cui si potrebbero ascoltare i suoni di una dozzina di lingue diverse. Ci sono momenti in cui questa diversità viene valorizzata? C’è un modo per far capire a bambine e bambini che, se l’italiano è la lingua privilegiata a scuola, tutte le lingue hanno il diritto di entrare in classe, di essere accolte e messe a confronto con la lingua di studio?
Barbara Cassin, filosofa, filologa e traduttologa francese, ci dà un suggerimento attuabile anche se – come insegnanti – non conosciamo altre lingue oltre alla nostra. Chiedere a chi abbiamo davanti: “Qual è la parola della lingua di casa che ti manca di più?”. Si tratta di un invito a cercare nella propria lingua materna un “intraducibile”: una parola cioè capace di esprimere un concetto che non troviamo nella lingua di scuola italiano né in altre lingue che potremmo conoscere (per esempio le lingue ponte, come il francese e l’inglese, utilizzate da alcune comunità).
Per farlo, però, dobbiamo aver pensato noi per prime a una parola dell’italiano (o del dialetto che ci ha cullate) cui non potremmo mai rinunciare. La mia parola intraducibile, quella che mi fa sentire a casa nella mia lingua, è magari. E la vostra? 

Per saperne di più

H. Arendt, La lingua materna. La condizione umana e il pensiero plurale, a c. di A. Dal Lago, Milano, Mimesis, 2005.
F. Blackwood e I. Kobald, Una coperta di parole, Milano, Mondadori, 2015.
B. Cassin (a cura di), Vocabulaire européen des philosophies. Dictionnaire des intraduisibles, Paris, Le Seuil, 2004.
F. Sabatini, Italiano lingua prima, oggi, in Per un’idea di scuola: l’educare, l’insegnare, l’apprendere, Atti del Convegno (Montesilvano, 23-25 marzo 2018), a cura di Carlo Petracca, Teramo, Lisciani, 2019, pp. 121-144.


 

 

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Cristiana De Santis: 18 Febbraio 2019 Articoli

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